Ringraziamenti

Si ringraziano: la tosse, le fughe delle mattonelle, il pezzo di cielo che notte e giorno sta fuori dalla mia finestra, i calzini bianchi di spugna, gli alberi di sera, l’autunno, il barbagianni Martino, le Girelle, il mio ritardo nell’essere Kennedy, la morte che nella mia stanza ha il labbro leporino e mi aspetta al varco, l’arto fantasma, i turni di notte della mente, gli abbracci di legno, i soldatini di plastica verde e le loro guerre nel giardino delle ortensie, Mirko Puttani, Sam il pasticcino al miele, tutti i gatti insalvabili del vicinato, l’immancabile asino che vola, Calro, i calcetti aziendali che terminano dopo i calci di rigore, Roberto Baggio, le tende, i disegni con gli alberi smunti, la mia cameretta, i distributori automatici di madri, le marmellatine, le viti con la testa a stella, quelle con la testa a taglio, il gatto Polpetta, la fanciulla bellissima che ho disegnato durante il telegiornale e ho colorato coi soli colori che avevo (verde e marrone) e adesso sembra un albero ma senza frutta.

A coloro che hanno letto: grazie di cuore.

Ecco la fine.

Paura

Mi piace il davanzale di una casa ad angolo pieno di vasi di limoni e piante del deserto. Di fianco alla portafinestra una palma ingiallita mi fa pensare a mio padre e ai suoi capelli di canapa. Mentre con passo di soldatino di latta colmo la distanza fra la fermata dell’autobus e il portone di casa osservo assi di legno lungo il torrente, cartelli con foto di gatti smarriti e in cielo la sagoma sbiadita della luna. Sopra le aiuole con le campanule volano farfalle che mi fanno rabbrividire e oltre il cavalcavia sfioro la siepe di lauro con sopra la giacca a vento del suonatore di tamburi. Quando ero giovane avevo l’abitudine di appostarmi nei luoghi di passaggio nella speranza di imbattermi nello sguardo di qualcuno ma tirando le somme posso dire che non mi sono mai incontrato con nessuno. Qualcosa deve essere successo che mi ha reso così fragile che quando a testa alta dico che non ho paura di niente è allora che di tutto ho paura.

Straordinari

Osservando le vetrine mi piacciono delle albicocche, un orologio da taschino e un abito rosso. Al birrificio faccio sempre gli straordinari tranne venerdì scorso che non li ho fatti e sono tornato a casa prima del solito. Aperta la porta ho scoperto che mia moglie non c’era e non aveva lasciato neanche un biglietto di addio. Ho osservato a lungo il mio letto a una piazza, il tappetino zebrato davanti allo specchio e infine ho ricordato che io non ho moglie. Continuerò a fare gli straordinari per non dover mai più vedere le luci screziate del tramonto creare onde dentro al silenzio della mia stanza.

Un rimprovero

L’ultima volta che sono stato a trovare mia madre abbiamo camminato al tramonto lungo il campo di patate in falsopiano. Siamo arrivati fino all’orto delle zucche che erano enormi e lungo il tragitto orgogliosa mi ha mostrato i progressi delle sue coltivazioni: pomodori, insalata, menta piperita. Accanto al muro dei serpenti ho visto nuove rose: gialle e rosse circondate dal ronzio delle api e dei tafani. Ci siamo fermati lì, accanto a una croce fatta con due rami di ciliegio legati con la stoffa. Era un cane così buono, lo amavo tanto dice abbassando lo sguardo con un tono che a me pare un rimprovero.

Cintura verde

Sono stanco e ho immaginato di essere Alain Delon nella prima notte di quiete. Steso sul divano nel caldo zanzara ho controllato la strada attraverso le tende ma non sono riuscito a capire i colori del cielo. Ieri il Lecce è andato in serie B. Tornando da Carpi alle tre del mattino ho ordinato un caffè nei pressi del niente e ho ripensato al pomeriggio d’infanzia in cui divenni cintura verde di judo. A casa i gatti e le ombre avevano fame.

La speranza di un dì più autentico

Ho visto la signora grassa uscire in strada dalla serra delle rose all’ora in cui la luce dai balconi tocca le ali della mosca appesa ai vetri maculati. Tra cocci di vetro piantati in cima al muro della scuola di musica ho intravisto una serpe nera. Cipressi, fantasmi di epoche e cose che sono state e non sono più, attese. Pomeriggi di aprile passati in mezzo alle siepi giocando con la polvere di ricordi inventati, la pelle ancora giovane, nessuna consapevolezza delle ossa e assenza totale di talento. Pestavo formicai e appuntavo bastoni coi denti per costruire frecce avvelenate di fantasia. L’insegnante di solfeggio aveva baffi dorati e sandali da antico romano, io ero un topo quando mi guardava perché ero brutto e stonato, lui invece era padre di due gemelli bellissimi. Il babbo mi disse un giorno che anche se non ero il più bravo, lui non lo sapeva che ero il peggiore, mi voleva bene lo stesso. Quel giorno mi regalò una scatola di latta con sopra stampato Topolino dentro cui riposi i dentini da latte e una calamita. A quell’epoca la domenica mattina mi piaceva truccare gli occhi di mia madre mentre in un angolo dalla radiolina frusciavano fuori parole che non capivo. Stamattina ho ricevuto una lettera da qualcuno il cui nome non so ricollegare a un volto: spero che questo tuo profondo cambiamento non ti provochi dolore per quello che non sei riuscito ad essere. Non siamo mai completamente quello che avremmo voluto essere… Spero invece che ti faccia vivere nella speranza di un dì più autentico.

Trampolieri

Oggi andrò alla torrefazione che sta accanto al negozio di parrucche dove il babbo portava la mamma quando io avevo cinque anni e non capivo perchè lei volesse cambiarsi i capelli. Poco distante c’era anche il giardino botanico con la grande serra bianca sempre vuota. La mamma diceva che un tempo lì dentro era pieno di farfalle che si posavano sulla gente che andava a prendere il tè delle cinque. Io allora mi immaginavo sempre la nonna con le sue amiche del burraco e anche la regina Elisabetta con la corona in testa a bere il tè al gelsomino. Una volta al giardino c’era uno spettacolo di trampolieri che indossavano abiti variopinti ed enormi maschere di legno. Quando si misero a correre in cerchio suonando i tamburi io cominciai a piangere per la paura e il babbo fu costretto a portarmi a casa ma quella sera non riuscì proprio a consolarmi e io mi addormentai disperato.

Traiettorie

Le ore in cui i gatti dormono il letto è inondato dal sole. Le grucce coi miei abiti mediocri appese alle maniglie dell’armadio controllano che la polvere in transito non inverta troppo bruscamante le proprie traiettorie. Osservo le tende con la fantasia a pappagalli e locuste che ti facevano inorridire e che più volte hai minacciato di incendiare. Amavi invece i paesaggi innevati di alcune cartoline ricevute per Natale dai parenti del nord e ti divertivi a saltar fuori all’improvviso dall’armadio per spaventarmi a morte. Imbiancherò la porta del bagno e con l’acido toglierò via la vernice rossa dal pavimento. Nella tasca della giacca tengo ancora uno dei tuoi capelli che ho rubato una notte mentre tu dormivi che sembravi morta.

Fine settimana

Fumo la sera mentre con Maurizia giriamo tutti i locali della città senza dirci una parola. Restiamo al massimo cinque minuti fino a quando lei sentenzia che quel posto è uno schifo e allora ci dirigiamo verso una nuova meta. Quando finalmente sono a letto faccio appena in tempo a sintonizzarmi su una televendita prima di sprofondare in mezzo ai mostri. La mattina quando il sole mi sveglia prendo le medicine, bevo caffè e scendo in strada per il mio giro di perlustrazione. Osservo la carrozzeria delle auto in sosta, le nuvole immobili e gioco a schivare le pozzanghere. Scruto semafori, cassonetti, le insegne dei negozi, i corpi in transito. Mi stordisco col rumore del traffico e per un attimo il brusio di tutte le cose copre col suo lenzuolo bianco l’urlo affilato del rimpianto.

Male

Mi fa male tutto stasera: il ricordo dei volti scomparsi, il cilindro di cartone della carta igienica che vive sotto il mio letto, la polvere dell’angolo cottura, l’aorta. Mi fanno male il torcicollo, la zanzariera del bagno, il balcone al tramonto, i pioppi, le merendine al cioccolato, il cane senza coda che avevo a sei anni, gli animali di plastica. Mi fa male un occhio, il Kazakistan, qualche piede, un sasso e sopra ogni cosa il tuo nome.