Archivio mensile:agosto 2008

Lo Zoo di Ponsacco

Tim Rugiada quel giorno si svegliò alle otto, si alzò dal letto in punta di piedi e si fermò dinanzi allo specchio del bagno, dove era sempre buio, lì la notte non finiva mai e lui lo sapeva bene che non c’erano rischi che vedesse il suo riflesso. Più o meno alla stessa ora il piede del fornaio Gim stava maleodorando all’interno di uno scarponcello di iuta, era il piede destro per la precisione, quello che non lavava mai.

Lil Pon-Pon, Gil Ping Pong e Lol King Kong erano tre fratelli gemelli che per vezzo poetico si erano lievemente modificato il cognome che in origine era Maledizione. I tre avevano un motorino modello Sì che tutti chiamavano Siàccio per indicare le condizioni deprimenti in cui versava il mezzo. Un tempo lo avevano usato per svolgere le proprie mansioni e per deambulare liberamente per il creato.

Seduto su di uno scalino sconsacrato se ne stava Pedro Soma, a sorseggiare un mokaccino semirappreso in ragnatele di smog umido. Pensava intanto alle 56 multe che aveva raccattato solo nell’ultima settimana ed al rene che gli avevano pignorato a causa dei suoi scarsi mezzi economici. Già in febbraio aveva messo all’asta due metri buoni di intestino tenue che un venditore di nefandezze aveva acquistato per ricavarne una bandana elastica da sfoggiare di profilo al tramonto. Pedro tendeva di natura ad essere malinconico ma da quando una finta bionda col naso ad anfora, calva e con  le tette a pappardella alla lepre pazza gli aveva di punto in bianco comunicato che piuttosto che sposarlo si sarebbe fatta esplodere il fegato col fritto misto, lui si era chiuso così tanto in sé stesso che spesso gli dovevano disincagliare la testa dal collo e le ginocchia dal culo. Come se non bastasse Pedro aveva le antenne storte e sporche di marmellata ai mirtilli.

Giovanni Double Dragon, che di lavoro svolgeva la mansione di corsia d’emergenza in Via dei Pandori Ubriachi, accese l’ennesimo cero alla Madonna e poi si preparò un piatto di mangrovia in fricassea. La mangiò con una certa voracità ferina e col muso unto e grondante ad un tratto fu colto dal pensiero della vita prima della vita. Si chiese in particolare dove fosse lui prima di essere espulso alla luce da sua madre (nota cartolaia ninfomane di Algeri). Quando comprese che in parte sicuramente si era trovato ubicato all’interno dello scroto pallido di quel cupo cammellettiere di suo zio, pensò che meglio sarebbe stato essere della sostanza del sole, delle sfere celesti e degli spazi eterei che di quella di un lurido mieticulo. Pavel Avlocci, di professione idiota, si svegliò quel dì con un ginocchio sul palato ed un calcinaccio dietro l’orecchio centrale. Ciò indicava che aveva fatto la solita indigestione di gerani oppure no, magari aveva semplicemente cercato come suo solito di violentare tutte le pecore che a centinaia contava per addormentarsi.

Piera Perfavore aveva passato quella notte a tossire valium dal naso e non aveva dormito un solo istante. Così decise di non alzarsi dal letto e di tentare la fortuna. Era più di un anno che le cose andavano avanti in questo modo, che ad eccezione di qualche acaro, nemmeno mangiava.

Enzo Frottole, di professione pornonauta, aveva appena rovesciato nella tazza di latte il settimo cucchiaio di maionese in polvere, quando con enorme sgomento si accorse di aver perso il conto dei secondi. Da quando aveva memoria aveva ininterrottamente contato il tempo, nella sua mente questo era un modo per dominarlo. Da quel momento rimase per sempre immobile, cristallizzato in una posa da crostaceo, con lo sguardo fisso sul nulla fino a che non morì di rompimento di palle 25 anni dopo durante una precipitazione atmosferica di media intensità.

Gioia Sixsixsixthenumberofthebeast quel giorno si trovava avviluppata in una calda coltre che lei stessa aveva ricavato con le interiora dei suoi criceti afgani volanti, “che giornata” pensò grattandosi con un’unghia a punta il deretano costellato di punti neri. Gioia era in verità una persona poco affidabile ed alquanto pericolosa, infatti non accettava mai le noccioline dai bambini.

Il sole quel giorno capì di essere omosessuale, lasciò la luna e si mise immediatamente con Babbo Natale, il più sodomita di tutti. In città intanto c’era il mercato del pesce e qualcuno svenne per l’acre fetore. Poi finì il mondo.

I Fratelli Tigre

I fratelli Gianluca e Gaetano Tigre erano gemelli, nati nell’agosto del 54 in casa di amici.

La madre, denominata Attilia S.R.L. di mestiere disincagliava chiglie di navi in bottiglia e come hobby pensava alla parola “bestiame”. Il padre si chiamava Attilia S.R.L. anche lui e di mestiere faceva il chicco di riso in chiesa in occasione dei matrimoni. Gianluca e Gaetano svilupparono grosse difficoltà relazionali con gli altri bambini sin dall’età di 4 anni. Gianluca passava tutto il tempo a pensare al formaggio, non pensava ad altro tanto che ripeteva per giornate intere la parola formaggio in modo ossessivo, spesso urlando.  Chiedeva formaggio in continuazione, lo rubava dalle altrui merende, lo teneva in tasca e lo usava per creare manufatti che poi divorava avido e schiumante. Tale atteggiamento rendeva i suoi compagni e le maestre un poco diffidenti e presto fu ribattezzato Giancacio e divenne l’anormale della classe, quello a cui tutti si sentivano in diritto di appiccicare caccole e muco sul grembiule. L’abbondanza di altrui secrezioni che Gianluca si trovava addosso lo spinse a sperimentare nuove tipologie di formaggio, cosa che un giorno si sarebbe rivelata utilissima per il suo business.

Gaetano invece sin da bambino sviluppò una grande passione per la lotta, faceva di continuo mosse a vanvera, colpiva con inusitata violenza e con gesti scomposti tutti i bambini dell’asilo tranne Gianluca che se ne stava sempre seduto in classe a masticare pecorini. Il violento Gaetano, neanche a dirlo, si attirò delle antipatie da parte dei bambini a cui fratturava gambe e braccia senza motivo e chiaramente anche da parte dei relativi genitori. A sei anni subì il primo attentato da parte di una cassiera, madre di una compagna di classe di nome Poltrone che Gaetano aveva steso con un calcio volante. La cassiera in questione un giorno si presentò all’uscita di scuola e gettò un copridivano Bassetti sul volto di Gaetano che con la faccia per sempre sfregiata riuscì comunque ad eseguire una combo di mosse velocissime con cui mise la donna k.o. Da quel giorno Gaetano, che poi divenne un famoso lottatore, indossò sempre per coprire le proprie deturpate fattezze una maschera a forma di tigre. Gianluca invece, da sempre più mite del fratello, riuscì a coltivare la propria passione a tal punto che aprì un’azienda specializzata nella produzione di particolarissimi formaggini da lui brevettati, come detto, secondo un’antica ricetta scoperta negli anni d’infanzia

La Prova

Nella biblioteca del Paese siamo sempre stati crudeli nell’affibbiare soprannomi agli sfortunati avventori.
Bastava che i novizi (di qualsiasi età, sesso e classe sociale) si palesassero in quello che noi consideravamo il nostro covo con una certa regolarità che subito venivano da noi
scandagliati a fondo, in ogni dettaglio, alla ricerca di quel grottesco che ognuno nasconde.
Secondo un rito misterioso ed in gran parte innato, una volta che quella crepa (nell’aspetto o nel carattere) era infine individuata subito veniva violentemente ingigantita, esposta, deprivatizzata.
Per fare un esempio una volta una ragazza brutta prese l’abitudine a studiare nel nostro luogo sacro.
Me ne accorsi al ritorno da una breve vacanza, quando notai che gli altri si riferivano a lei additandola come la "Prova".
La "Prova" ebbe il tempo di diventare una figura stabile di quel luogo prima che io mi decidessi a chiedere ai miei compagni come mai avessero scelto proprio quel nomignolo.
Mi risposero che era solo il diminutivo del suo soprannome ufficiale:
"La prova della non esistenza di dio".
In effetti era bruttina.

6 anni

Da piccolo andavo a catechismo.
Un giorno perplesso dalla cosmogonia feci una domanda intelligente.
Non mi capita spesso (come dimostra il fatto che si debba risalire ad un episodio così remoto per trovarne una).
Chiesi alla catechista in un momento di silenzio:
"Ma se dio è il babbo di gesù, allora il babbo di dio è il nonno di gesù?"
Tutti risero.
I miei genitori ridono ancora quando raccontano questo aneddoto.
Ma nessuno mi ha mai risposto.
E la domanda, infine, è rimasta sempre quella.
L’eterno rimandare che non accetta assunto.

cuore di seppia

Vinz nel duemila ha gettato un cuore di seppia in bocca ai cani, lo ha rubato nell’aula di scienze, lo ha incartato, scartato, nascosto sotto il pullover, schiacciato tra i libri, spaccato in due con una mossa.

 

 

È corso giù per le scale, è scappato dalla pausa pranzo e lo ha gettato a mollo nel wc, lo ha ripescato a caso, con le mani piene di carta igienica, lo ha asciugato con la cravatta e ridipinto senza l’uso della prospettiva.

 

 

Ha infranto vetri e scalciato nella sabbia, senza trovare l’abbaiare che lo faceva impazzire.

 

 

Vinz nel duemila ha gettato via il cuore di seppia pieno d’inchiostro.

Lucca

Mi alzo presto la mattina, passo le notti a ritagliare donne dai giornali della padrona di casa.  Esco al tramonto. La sera al biliardo segno i punti  delle partite dei colleghi e mentre lo faccio cerco di diventare mancino. Come l’ombra del mio gatto, il topo bianco Algernon.

Il Riccastro

Il Riccastro, così chiamato perchè riccastro aveva tutto tranne la felicità. Un giorno però la comprò e così ebbe proprio tutto.

Combo

Se fai la combo, puoi effettuare la fatality e ti parte il tic nervoso che dalla spalla arriva fino all’occhio e godi di elettricità a strizzar l’occhio mentre i suonini decretano sguaiatamente la vittoria ed hai ancora monete in tasca e dentro il posacenere annesso al blocco dell’Arcade. Puzzo di fumo, misto al puzzo dei vestiti, e gomito di qualcuno che si appoggia a punta sulla tua spalla, in più ti duole il pene chissà come in erezione, stritolato da jeans troppo stretti.

 

 A ridestarti è il risucchio di una tasca di lardo con lo zainetto che ingloba dalla cannuccia aranciata ai peperoni e si tocca il culo, si conficca in parte un mignolo in culo ed asciuga in tal modo la goccia di sudore che gli solleticava i contorni dell’ano.

Ad un tratto si presenta al banco un tizio che mi ricorda un po’ mio padre. Ordina un crodino, in cima alla testa sfoggia un cappello da John Wayne.

 

Sergio serve ancora qualche amaro, poi gli occhi smettono di fingere ed è evidente, non appena si siede un attimo, non appena la gente smette di rincoglionirlo con richieste assurde che la storia di sua moglie che si fa sbattere da un set di nani da giardino in gesso policromato è vera e allora è chiaro che lui di notte non può che sfondarsi di amari e limoncelli. Non ce la fa proprio a pensare alla moglie, a suo figlio scappato e a Chiaretta che ha 16 anni e ne dimostra trecento.

la domenica

Sento tossire, alla Cooperativa sociale per anziani, in attesa di essere ricevuto dal personale per definire una pratica. Stanno celebrando la messa, sento tossire e qualcuno, il prete suppongo, chiede: “È andata giù? È andata giù la comunione?” Ancora colpi di tosse, suono di campanellino.

Un signore accanto a me si lamenta, vuole una certa signora Daniela che non trova, dice che lei gli aveva promesso di accompagnarlo dalla dottoressa. Sono già venti minuti che l’aspetta, borbotta che ancora non ha dipinto un dipinto oggi. Dalla cappella si sente un canto fuori tempo e stonato su cose che riguardano le opere di Dio. Proprio davanti al divanetto su cui sono seduto sta appeso il programma della settimana della Cooperativa. Così apprendo che il lunedì è il giorno dei “Racconti personali, letture ad alta voce, conversazione, aggiornamenti, attualità”. Il martedì: “Terapia occupazionale, laboratori artigianali”. Mercoledì appunto messa. Giovedì è il giorno delle esperienze sensoriali, cioè stimolazione dei cinque sensi. Per il venerdì è prevista attività motoria cognitiva di gruppo. Il sabato: uscite e lavori individuali. Nel programma esposto manca la domenica. Mi chiedo se la domenica almeno qui sia un buon giorno, ma il fatto che non abbia una programmazione mi fa temere che non cambi molto dalle domeniche che si svolgono fuori da queste mura. Resto ancora in attesa e vorrei tanto fumare una sigaretta. Andrei ad una di queste finestre dimenticate se una pianta di ficus non mi sorvegliasse compunta da un angolo bianco del corridoio.

il mio gatto

Il mio gatto, il topo bianco Algernon, ha la coda mancina e si addormenta all’alba.