Archivio mensile:settembre 2008

Un calzino di nome Cecchi Loreno

C’era una volta un calzino, che ebbe nome "Cecchi Loreno".
Si trattava di un calzino bianco unisex dalle poche pretese e dalla grande versatilità nelle occasioni poco formali.
Sì, beh, in fondo era un calzino da notte, Cecchi Loreno, da casereccia vita pantofolaia o, al massimo, da allenamento leggero.
Conduceva una vita tranquilla nel cassetto più alto d’un armadio in legno.
Il grosso armadio era appoggiato alla parete sud di una luminosa camera matrimoniale.
La camera matrimoniale era la più bella stanza di una splendida villa di montagna.
La villa di montagna era situata in un ridente paesello della Val d’Aosta subito a ridosso del massiccio del Gran Sasso.
Cosa poteva chiedere di più, Cecchi Loreno, dalla sua irrilevante esistenza di calzino?
Un bel niente.
Non sapeva, Cecchi Loreno, che proprio lui, al contrario, era destinato a cambiare il mondo.
La vita del calzino bianco non è affatto rose e fiori (non si è né rosa, né a fiori).
C’è da alzarsi presto la mattina e, spesso, passare tutta la giornata a pulire in terra.
Si deve essere sempre reperibili nell’eventualità di emergenze quali: – congelamento notturno inaspettato delle dita dei piedi
– influenza con febbre
– esaurimento scorte pulite di biancheria elegante
– necessità di protesi mammarie e genitali per improvvisati travestimenti in occasioni goliardiche (e non)
– i bimbi che si accorgono di non avere una palla per giocare.
Una volta gli toccò addirittura fare il riempitore di spazi vuoti in una valigia e volare, d’un colpo, in America.
Tutto questo avveniva, poi, senza che alcuno apprezzasse o riconoscesse il suo duro lavoro, magari portandolo una sera fuori a cena in un bel posto, o al cinema, a ballare.
Qualunque cosa sarebbe andata bene.
Ma no, appena una situazione qualsiasi si faceva lontanamente interessante, senza colpo ferire intervenivano la biancheria colorata, quella sexy o quella elegante.
Tuttavia Cecchi Loreno affrontava la sua esistenza con frizzante cipìglio e con quella buona dose di pragmatismo per la quale i calzini bianchi sono celebri.
Non che fosse felice, s’intende, rassegnato più che altro, contento di esistere.
Perché la realtà, alla fine, era solo quello che egli conosceva e come lo conosceva.
Il suo vissuto, inoltre, era rallegrato dalla compagnia dell’inseparabile partner "Sili Alfredo".
Lui ed Alfredo erano una coppia inossidabile, una squadra vincente. Nella loro carriera ormai pluriennale potevano vantare d’essere stati spaiati solo due volte.
Il record assoluto di tutti i cassetti del primo piano.
Insieme e con cadenza regolare, facevano bellissime gite per rigenerarsi al tumultuoso fiume "Whirlpool".
Là si tuffavano nei flutti come bimbi impazziti per poi asciugarsi all’oppressivo calore dei vicini geyser.
La coppia svolgeva sempre gli stessi turni lavorativi.
Quando invece giacevano inutilizzati nell’angolo del loro amato cassetto, affrontavano lunghissime dissertazioni su Feyerabend, U.S. Lecce, reti neurali e su come confutare la teoria di collasso della funzione d’onda.

Il mondo cambiò nella gelida mattina del 30 gennaio 2002.

Cecchi Loreno avrebbe ricordato a lungo quello che gli stava per accadere e lo avrebbe veduto e riveduto infinite volte nella sua mente di calzino.
La mattina era appena cominciata ed egli era stato indossato per tutta la notte dalla signora che abitava nella casa.
Accovacciato sull’altro piede, Alfredo sembrava dormire ancora.
La padrona camminava nervosamente avanti e indietro per la casa sbringando le prime faccende della giornata ed aiutando il figlio maggiore, dapprima a vestirsi e poi a raggiungere l’autobus per la scuola.
C’era tuttavia qualcosa di strano nell’aria.
Il freddo all’esterno ed i passi veloci sul vialetto acciottolato svegliarono definitivamente sia lui che Alfredo, entrambi fino a quel momento ancora un poco assonnati.
Si trattennero fuori per pochi minuti.
Appena rientrati in casa sentì provenire dalla camera matrimoniale le urla strazianti di un bambino che piangeva.
Era il figlio minore della padrona di casa. Disperato.
Da quel momento tutto avvenne così, orribilmente in fretta.
I passi isterici verso la cucina per prendere qualcosa (gli parve), la corsa precipitosa in camera, i movimenti convulsi, strappati, violenti della signora al bordo del letto.
Cecchi Loreno non vedeva, non poteva vedere se non il bordo del letto.
Ma sentiva le grida barbariche di lei e l’urlo troncato del figlio minore.
Frullato e stracciato come in una crisi epilettica, scorgeva Alfredo dall’altro lato, spruzzato di sangue.

Poi fu il silenzio più raccapricciante che esista.

La donna, ancora in pigiama, si piegò, si sfilò Alfredo con uno strappo e lo gettò per terra.
Era paralizzato, come inamidato, e se ne stava inorridito ed inondato di sangue. Lo sentiva chiamare.
Subito dopo toccò a lui.
Si sentì afferrare come da artigli e poi spremere e trascinare sulla superficie insanguinata di un mestolo di rame.
Fu un bagno mortale, faccia in giù nel sangue d’innocente.
Accartocciato e intriso delle colpe ormai mondate del mestolo, Cecchi Loreno sperò che fosse tutto solo un incubo.
Ripensò alla negazione della teoria di collasso della funzione d’onda ed a tutti i mondi possibili.
Ma di lui, da allora, non si seppe più nulla.

(Liberamente ispirato ad una storia vera)

Stato 1


Mi sento come il silenzio fra l’ultima canzone e la ghost track.

La Sposa

Quell’anno mio padre, da tempo gravemente ammalato, decise di non morire per poter costruire il pollaio che tanto aveva sognato e che era tutto ciò che in realtà avesse mai desiderato. Era l’inizio di primavera ed era molto caldo, la sua malattia era peggiorata a causa della sua terribile abitudine di torturarci col filo spinato, cosa che alla fine lo infiacchiva e lo gettava nella disperazione più cupa. In quell’anno mia sorella Lea fu trapiantata dal grembo materno al centro di un grande vaso di gerani dove presto grazie ai suoi colori cangianti si trasformò in un arcobaleno. Era un’età beata l’infanzia, una vetta insuperata della mia vita, nonostante la morte improvvisa di mio fratello Paglòttide in un pomeriggio di giochi svogliati. Morì inchiodato ad un forcone rugginoso mentre fingeva di essere un fantasma, appese al manico del forcone trovarono, pare, le mie mani e per questo fui lasciato senza cena. Nonostante tutto, ripeto, era un’età eccezionale, unica.  Adesso invece sono rimasto da solo alla fattoria, sto seduto alla finestra ed attendo che una voce mi chiami fuori, attendo che accada qualcosa, che qualcuno chiami il mio nome, sappia chi sono, che mi riconosca. Ma non passa mai nessuno da queste parti, la strada è sepolta dall’erba, il bosco è ovunque, le cornacchie tacciono da troppi anni, non urlano più il mio nome come quando ero bambino e mi volavano intorno, ora se ne stanno tutte quante in silenzio, tra le foglie, anche loro in attesa di qualcosa. Ed io non posso che ricordare l’unica cosa che conosco, tutto quello che so, la mia storia, la mia vicenda. Ripenso a tutti i miei parenti, alle persone che ho incontrato nel mio viaggio, a volte mi sembra di vederli passare davanti ai miei occhi, li saluto con la mano ma loro non mi vedono, allora urlo i loro nomi ma non si voltano mai dalla mia parte, loro non si voltano mai. Ho rivisto i nonni, mamma e perfino lo zio Ralph. Lo zio era un uomo che diceva sempre cose buffe e poi sorrideva felice per le proprie facezie. Poi un giorno la smise però, quando fu arrestato e condannato a morte per aver ucciso e fatto a pezzi la figlia di un giostraio di Reggio Catania. Io ricordo che aiutai volentieri il mio moribondo genitore nella costruzione del pollaio che volle a tutti i costi fabbricare in ghisa ed asfalto. Una volta terminata l’opera volle trasfercisi immediatamente e presto divenne becchime, mia madre allora se ne andò anch’essa a vivere nel pollaio, vestita da iena e con un fucile a forma di aspirapolvere in tasca. Io allora decisi di sposarmi e il consiglio degli anziani mi diede subito il consenso;  presi il sacco con i miei semi e partii a cavallo di un cavallo a dondolo alato con la coda in vetro molato. Non è vero, partii semplicemente a cavallo di un cane con la zampa anteriore destra in gesso policromato, era una zampa a strisce orizzontali verdi e rosse. Il cane che cavalcavo, era molto alto ed era campione bisestile di origami. Durante il viaggio mi accaddero molti imprevisti: fui assaltato da predoni mascherati da formichiere che fui costretto a sterminare mediante  l’utilizzo di napalm, attraversai piantagioni di nani, campi di cocacola light e giunsi ad un tratto ad una radura in cui stazionava un circo volante trainato da omeopati affetti da nanopenia. Il "Beato Circoteatro Alato", così si chiamava, era composto da personaggi quantomeno isoliti, per lo più fabbricati con materiali reciclati e poi laccati in oro. Con loro passai una notte di visioni e spaventi, all’alba ripartii, a piedi, giacchè avevo venduto ad un macellaio bipolare il mio cane infedele che aveva osato annusare i piedi ad un muto riparatore di autoradio sul ciglio di un cavallo. Comprai dei monsoni di seconda mano e li chiamai Carla. Trascorsi una settimana all’interno di un Ipercoop a gettare sassi da un cavalcavia. Alla fine, quando ero ormai stremato, arrivai al Prato delle Spose e mi misi subito a lavoro, attorno a me centinaia di altre persone erano intente nella stessa operazione; scavai la mia buca e vi gettai dentro i miei semi, poi svenni per la stanchezza. Quando mi risvegliai uscii impaziente dal calzino di nome Cecchi Loreno in cui dormivo e corsi a vedere. Il mio solco era stato scoperto ed era vuoto, tutto intorno c’era solo terra smossa. Chiesi in giro se qualcuno sapesse qualcosa e ad un tratto i due lati uguali di un triangolo scaleno con gli occhiali dispari mi dissero che "la mia" era stata la prima a spuntare e che era bellissima e con gli occhi verdi ma che un signore alto e col cappello scuro l’aveva subito presa in spalla e portata via lontano a bordo di una Regata 70 Weekend bianca dell’87 targata Macerata. Nessuno aveva fatto niente per impedire il rapimento dato che l’uomo in questione era sembrato a tutti il legittimo marito della Sposa rapita. Qualcuno mi chiese perfino se fossi sicuro che quel solco fosse davvero il mio ed io non so come non piansi. Non pronunciai una parola e tornai alla fattoria. Qui appresi che tutti i miei parenti si erano uccisi dopo aver saputo in sogno della mia sorte infame. Da allora me ne sto qui, alla finestra.

Panorama letterario


Non sono d’accordo con chi sostiene che non esistono più scrittori di sinistra.
Io ne conosco almeno due o tre di mancini.

La stazione mentre leggo

 I treni del freno gridano come sei dinosauri fossero.
Dalle formiche escono pendolari stanchi e corre come merce dai depositi.
Le parole luccicano, le bocche chiuse rotolano.
Dal rumore della piattaforma me ne sto come sempre.
E croci e facce accartocciano telefoni.
Il ritardo è binario e mangiano passi felici di bambini biondi.
Una lancetta urla "annusa" e un cane smorfia sono qui fra le valigie.
Due preti fumano soldati in fila e tanti tanti sguardi come studenti stretti.
Informazioni.
Sbatte un giornale foresta fra gambe di ieri.

 

I FUNGHI

Sul tronco della quercia Grande i  funghi crescevano addormentati, muti e
segretamente assetati, nei sogni erano in costante ricerca di acqua e
carezze.
Non avevano una vera e propria madre. Qualcuno suggerì che sicuramente se
era mai esistita aveva indossato tacchi a spillo ed occhiali da maestra viziosa,
quelli allungati verso l’alto con la montatura spessa e dai colori troppo
accesi.
I funghi crescevano della pioggia e del sole, non erano turbati che da
qualche soffio intempestivo del vento, da qualche pioggia acida, ma non si
erano ancora svegliati dal giorno della nascita e si dilungavano nei sogni,
vibravano l’immaginazione al cielo, insomma verso la parete superiore delle
loro capocce, nello sforzo di oltrepassare la fisicità dello strumento
pensante.
In fondo i funghi erano sì belli, teneri allo sguardo, morbidi al tatto, ma erano pur sempre cose sporche e fangose destinate
alla putrescenza, e fortuna che non se ne rendevano conto, fortuna che
dormivano di santa ragione e non sapevano il proprio nome.
Nascere addormentati, non svegliarsi mai, tracciare lungo il percorso linee
con penna invisibile, inodore, tossire sempre in silenzio, senza ascoltare
 i cani che abbaiano per strada, accudendo invece quelli che nelle bolle
della testa parlano di teatri volanti e specchi che appesi a grucce 
indicano le rughe profonde e i dispiaceri più acuti.
La quercia Grande viveva nella fattoria dello Zio Enjo del Punjab, se ne
stava al centro di un campicello di aspirine e svolgeva il suo compito di
spaventapasseri con una certa grazia estetizzante che spesso le era costata
non poche maldicenze da parte delle lingue biforcute.
Ogni mattina timbrava il suo cartellino alle cinque e poi si ubriacava con
la creolina, verso l’ora di pranzo tossiva tre o quattro volte e si trovava
spesso in procinto di rimettere l’anima al suo dio che si faceva chiamare Mauro.
Lo Zio Enjo del Punjab una mattina si svegliò un attimo prima del solito,
cioè nel secondo che precedeva la bestemmia del gallo Jimmy, prese
ciò come un cattivo auspicio, castrò un coniglio e lo mangiò vivo con il
caffelatte, dalla finestra della cucina spuntava un volto ilare e assurdo.
Era un rappresentante di Generi Preliminari e fu prima insultato come
assassino e torturatore di popoli, poi incoronato re di Guinea e invitato al
pranzo marziale della domenica, i funghi dormivano nei propri sogni,
qualcuno fece notare che se si fossero svegliati nessuno se ne sarebbe
accorto, non avevano né occhi da aprire, né bocca per sbadigliar parole.
Poi accadde qualcosa di molto inquietante, nel pollaio infatti erano stati
ritrovati un uovo d’oro, un dente cariato e il testamento di Vincent ex
paladino della Rogna e antico proprietario del podere.
L’uovo era di Mida la gallina, il dente di Colgato il toro di Sora, il
testamento parlava chiaro, tutto il podere della Rogna doveva andare senza
alcun dubbio ai funghi dolci creature senza ossa.
Perchè allora lo Zio Enjo del Punjab si era impadronito di tutto?
-"Mo vè, se li funghes dormano, Me se ne fotto assaj de lo testumento, boja
vacca!" così si era difeso lo Zio, quel giovane erudito e aveva convinto tutti che la sua condotta
era stata quantomeno ineccepibile. Di contro i funghi furono condannati a morte, così in tre balletti, senza un’accusa precisa, non sia sa nemmeno da chi.  Fu stabilito che il giorno dell’esecuzione sarebbe stato la domenica e che durante il pranzo marziale i funghi sarebbero stati decapitati e poi distribuiti ai commensali insieme all’amaro del Capo.
Il sabato di vigilia faceva molto freddo e gli abitanti del podere si erano
riuniti in sala svago per un incontro di boxe fra Sammy il girino e Rocco il
pasticcino al miele. Vinse Ciro il cappero .
La quercia Grande era intenta nel sistemarsi le unghie dei denti, erano una
sua peculiarità e pensava che un po’ le dispiaceva che i funghi venissero
massacrati, si era in parte affezionata alla loro presenza, al loro
silenzio, ma in fondo c’erano anche dei vantaggi, ad esempio si sarebbe
potuta rimettere la gonna con la fantasia a carrozze che con i funghi stava
veramente male.
Quella gonna a detta di tutti la ringiovaniva di un lustro, e lei non vedeva
l’ora di rimettersi in tiro.
La notte piovvero piume di struzzo e qualcuno pensò -"Stanotte uno
stormo di struzzi deve essere volato sopra al podere".
Poi giunse la domenica e la tavola fu presto imbandita per il grande evento,
le donne-piede cucinarono prelibatezze inenarrabili, mensole in scatola al merlo,
tagliatelle di neve con cianfrusaglie, miele di  pesce-culo, torta al mostro marino con salsa di
gambe rotte.Tutto era accompagnato da fiumi di gassosa ai pinoli e borotalco disciolto in spremuta di cardi.
Il venditore a domicilio nuovo re di Guinea vinse il gioco del silenzio, e la
gloriosa gara di barzellette sugli handicappati. Tutti applaudivano ed urlavano e lo Zio Enjo si sfregava le mani ed i piedi in attesa di divorare i suoi nemici funghi. Finalmente dopo la gara di bugie e quella di automutilazione, bionde oloturie servirono in tavola  il tanto atteso vassoio con i funghi fritti. È quasi superfluo aggiungere che a nessuno di quei cagoni fosse venuto il minimo dubbio circa l’effettiva commestibilità di quei funghi.

Fu un grosso errore.

 

 

 

Il sig. Pecane

Dal piano di sopra cantavano canzoni anni ottanta e facevano un gran chiasso con le pentole. Il sig. Duilio Pecane avrebbe desiderato molto avere una bella voce per cantare le canzoni d’amore, ma un giorno in cui aveva intonato il motivetto della pubblicità dei fiocchi d’avena, ad un anziano pescatore di razze era esplosa la testa. Era quasi Natale e Pecane che in gioventù aveva coltivato l’hobby di non lavarsi le gambe, adesso si ritrovava solo e dispiaciuto in un appartamento di ventiquattro metri quadrati dove a fargli compagnia c’era solo la ruggine dell’angolo cottura. Quella sera cenò scalzo con delle caramelle al miele. L’appartamento accanto al suo era quello di Michela, figlia di infermieri, col naso grosso e la bocca screpolata. Quel giorno Michela appurò di pesare novantotto chili e poi, forse per sbaglio, lasciò il gas aperto. Quando la palazzina esplose, il sig. Pecane stava cercando gli occhiali, non li trovava mai quando ne aveva bisogno e in televisione stava per iniziare ladefilippi. Due giorni dopo, in via dei Formaggini Riarsi, un bambino con la gobba davanti trovò gli occhiali del sig. Pecane e li schiacciò con un sasso sul selciato, proprio accanto alla carogna di un topo. Quello era stato un Natale magro per i commercianti che comunque speravano in bene per il nuovo anno.