Archivio mensile:giugno 2009

Pistoia

Non è certo casuale che le strade della zona industriale abbiano nomi di scrittori e poeti mi dico mentre cammino ed osservo autotrasportatori di coca cola light addormentati al posto di guida nelle aree di sosta. Lungo il marciapiede ci sono in esposizione fontane di granito col cinquanta per cento di sconto, mentre le osservo mi passa accanto un uomo coi capelli radi e sciupati da reduce, da pellerossa alcolizzato. Lo osservo a lungo, lui non mi nota e guarda curioso qualcosa oltre la rete metallica che separa la strada dai campi e dalle palazzine in costruzione. Sono in anticipo per il mio appuntamento, se almeno una di queste fontane in offerta fosse in funzione potrei provare a lavar via dal colletto della camicia la macchia di dentifricio che mi accompagna.

Estati

Rientrando a casa ascolto i miei passi lungo le scale e la solitudine del secondo piano mi assale sul pianerottolo dove i pochi raggi di luce se ne stanno come crepe lungo le pareti.
La solitudine del terzo piano questa sera non si fa trovare ma arrivato al quarto piano varcando la soglia la solitudine dell’aspidistra mi passa lungo la schiena. Appoggio in un angolo la borsa con i suoi amuleti, gli appunti, i manuali di sopravvivenza, e a questo punto mi siedo in cucina ad osservare l’orso.
Dalla finestra vedo il tappeto con l’orso e il miele steso sul terrazzo dei dirimpettai, è lì da un mese, non hanno fretta di riprenderlo in casa, lo lasciano alle intemperie con le dita nel miele sotto pioggia e tramonti. Sul mio tavolo c’è cenere sparsa fra i bicchieri e il piatto in cui mescolate stanno mele in pvc e assegni scaduti.
Il gatto miagola di fame ed allora il rumore secco della scatoletta mi desta dai pensieri e vorrei fare due passi nell’isolato per gustare tutta la solitudine che se ne sta sparsa così vicina, a due passi da casa.
Ma più facile dopo un giorno di impiego è togliersi le scarpe e riporle in parallelo a filo muro in attesa della prossima vestizione.
Più facile è indagare tra le confezioni smunte del frigo in cerca di qualcosa che colmi quel qualcosa che chiamo fame ma che è solo la solitudine della mia bocca.
Dalla parete della cucina sento il rumore di tv dei vicini, voci di persone che non si ascoltano ed alzano il tono per far tacere. Sento rumori di telecronache sportive che fanno pensare ad altri momenti, ad altre estati e resto in silenzio, ascolto i rumori attraverso la parete, ascolto la solitudine della porta accanto.

Forlì

Non ero mai stato a Forlì prima della notte in cui con Daniele siamo andati a riprendere l’auto al parcheggio dell’aereoporto. Il volo di ritorno ci aveva lasciati a oltre trecento chilometri che colmammo in parte in treno in parte su un taxi silenzioso. In autostrada non parlammo, la notte era nuvolosa e ci fermammo a fare benzina ad un distributore deserto. Erano le due di notte e tutto intorno le lucciole a intermittenza giocavano con le nostre quattro frecce. All’altezza di Roncobilaccio forse ci fu un rallentamento ma io già dormivo.

Era Luglio

Ripenso spesso a quel Gastone, generatore impertinente di bugie, individuo meschino e dalle ali di pollo al posto delle scapole, sempre in giro per strada a pontificare su tutto, a spiegare a sconosciuti incontrati per caso quale marchio di salumi era preferibile acquistare, come appoggiare il tallone in caso di marcia forzata, quali dita fossero indicate per sorreggere i cotton-fioc o per sorseggiare marsala.

 

Una volta, due secondi prima di essere preso a calci in testa disse che i suoi non erano pensi-eri ma pensi-ori da quanto brillavano.

Ciò nonostante, nonostante cioè questa sua petulanza, aveva anche molti dubbi ben arroccati nelle nicchie del cervelletto:

 

– Chi butterà tutta questa forfora sulla tastiera del mio portatile e sulle lenti dei miei occhiali?

 

– Chi avrà sporcato di sperma il cavallo dei miei pantaloni?

 

Era tuttavia un uomo sensibile, un variegato Malaga in vaschetta circolare formato famiglia che in gioventù  aveva ascoltato un po’ troppo la musica dei Cure, ritenendo tale Band adatta alla sua cupa tristezza, adatta soprattutto al suo senso di inadeguatezza, a quel suo corpo a forma di cetriolo gravido. Cercava di imitare la voce debosciata del pingue Robert Smith, pensava di essere l’unico a starsene a giornate intere sconvolto in abiti di pelle nera sopra un letto pieno di acari di culo a pensare che il mondo è stronzo.

Era solito pensare che il suo cuore fosse più puro di quello degli altri, dato che lui certo era l’unico a soffrire. L’equazione sofferenza uguale purezza lo convinse che fosse giusto spremere dolore e sofferenza da qualsiasi cosa, e così per qualche anno torturò cani e formiche, scorpioni e salamandre, tartufi e pere, prosciutti e funghi.

Superato il periodo sadico divenne un giovane nostalgico. Esatto, appena superato il periodo tremendo della sua adolescenza, appena fuori dal tunnel iniziò con morbosa cura a celebrarne i ricordi, le sensazioni. Visse in funzione di un gelatinoso senso di nostalgia per circa nove anni in cui la sua principale occupazione fu quella di ripensare all’antico dolore e nel mentre spolverare la sua collezione di caminetti in muratura.

 

Gas superata la fase di cupa nostalgia nauseabonda si comprò un’automobile bianca fiammante con i risparmi del salvadanaio a forma di ponte levatoio.

                                                                                                                                

A proposito di tale auto è sicuramente utile dire che aveva il silenziatore al portapacchi e che anziché a benzina aveva un sistema linfatico mutuato da un pioppo.

 

Sta macchina insomma era di colore bianco con un poco di ruggine lungo le tempie ed era del modello: Autobrumbrum che era tantissimo bellina.

L’aveva acquistata da Brònnici sua sorella sculacciacani-pornoscoiattola di Gas, che a sua volta l’aveva comprata nel millenovecentottantatrentuno e l’aveva pagata mediante assegno.

L’assegno ammontava ad alcuni danari ed era stato compilato col lapis rosso.

 

Dunque…la fine della storia, ecco una telefonata improvvisa:

 

"Gas, Gas, per mille falene, rispondi a questo santocielo di telefono, sono Minni, la tua vicino di caso, sai, vuoimi bene, vuoimi bene e che importa se per strada, il tempo nevica, e se poi succedono incidenti per le strade, e se la nebbia impedisce la visuale, e se non ci sono le strisce per attraversare la paura, e se anche non mi vuoi amare, a me col naso a pistola scarica, il mento che di tre/4 sembra un Pikasso, forse perché non vivo più nel sottobosco di un ristorante, dove ci siamo conosciuti durante la pubblicità.

Ti ripeto: che cosa mai potrà succedere all’Amore di male? l’amore è il buono dei film e alla fine vince, alla fine ce la fa, ma solo per un pelo, solo all’ultimo istante ce la fa e non è solo per la suspense, ma è per il realismo… uno se ce la fa, ce la fa sempre per un pelo, per miracolo, amore oh mio!"

 

Gas in realtà non rispose mai a quella telefonata e Minni ebbe non si sa come un brivido di solitudine dopo il recital alla cornetta. Quella sera, dopo il tramonto Gas vide della televisione.

Poi decise di fare due passi e mezzo e a mezzanotte, dopo aver sfamato il suo crotalo bifronte Melchiorre, scese in strada e non incontrò nessuno.

 

Dunque risalì in casa e sul divano trovò una sua vecchia conoscenza, l’osceno regista Jeffrey Spaccàcazzy che negli anni era diventato cattivo, soprattutto dopo aver girato film come: La mestizia delle Pornoplatesse trifola culi autunnali, tantissimo”, “ Traverse tardive”  e “Sandro al campetto”.

 

Gas e Jeffrey erano stato compagni di banco alle elementari e sovente si erano scambiati le figurine dei minatori e si erano reciprocamente donati “morsini” di merenda. Di solito Jeffrey donava frammenti di Girella (la parte con più latte e meno cacao) a Gas e Gas donava porzioncine di schiacciatina tonda alla Bologna (la parte con più schiacciatina e meno maiale) a Jeffrey.

 

Ma quelli erano tempi lontani, ora Gas era diventato scemo, Minni era incinta, e il vecchio Becattelli…sappiamo tutti quello che gli accadde.

 

Improvvisamente Jeffrey si alzò dal divano e non si sa per quale cagione diede una spinta a Gas.

 

Gas cadde giù per terra.

La Cameretta – III

Oggi in cameretta io sono in tanti: io, me, tre, Carlo, Calro, il topolino santo, il maglioncino rosa, io, me, il mignolino, me, il bonus, i capelli di Ginevra, io, io…ed alcuni apparecchi elettrici, un po’ antiquati però.

Giovedì 17:15

 

ho strane sensazioni

 

riguardo a questo periodo,                              

mi sono rintanato in casa come un rettile,

non ti penso più ma ai tuoi coriandoli fatti a mano a volte sì.

Lungo il marciapiede monotono ho trovato che ci fosse un’ ottima luce verso le cinque e un quarto di giovedì sera

e controluce ho compiuto scatti di soppiatto.

Ma mostro fragilità

ogni volta che cambio un pezzo di me,

per sei mesi

non ho saputo più parlare.

La mattina ho spazi liberi, credo che potrei anche partecipare ai tuoi risvegli ma sei così indelicata che non mi inviti più.

Io sarò altrove ad immaginare cose sempre uguali, le pizzerie d’agosto nell’attesa dei caffè.

Mi chiedi adesso se le cose si sono un po’ aggiustate e non so che cosa rispondere.

Io so solo che insieme noi eravamo due cavalli cazzuti al galoppo.

 

Le lacrime di Giacomazzi

Non ne era certo che a fine partita avesse proprio pianto o se si fosse semplicemente lasciato cadere a terra con la faccia sull’erba e le mani sulla nuca per non vedere gli avversari esultare ed i propri compagni inebetiti in mezzo al campo. Non ne era certo perché l’insonnia da qualche giorno si era rifatta viva e rendeva le cose cangianti e le viziava con le sue fantasie. Ma come poteva il capitano non piangere e non sentirsi addosso il peso del fallimento di quell’annata finita nel peggiore dei modi? Così pensava Marco mentre cercava di migliorare il suo record in salita correndo dietro a Jackie che era vivace in modo insolito. Da quando aveva ripreso a portarlo fuori con regolarità sembrava ringiovanito ed anche se a tratti si fermava lungo i bordi della strada costeggiata di tigli con lo sguardo appannato e l’ultimo respiro sulla punta della lingua, poi riusciva sempre a rianimarsi e scodinzolando con i tre peli rimasti lo seguiva fiero di quelle passeggiate tardive. Correndo con lena, cercando di non dare troppo spazio al dolore segreto che ogni domenica da anni lo sfiancava in malinconie senza fondo Marco ripensò a sua zia Erasma. Da piccolo ogni domenica all’alba si era presentato imbronciato nella vecchia cucina in cui tutto era in silenzio tranne la pentola in cui Erasma bolliva l’ortica e lei tutte le volte gli aveva chiesto se il diavolo gli avesse ancora una volta tirato i piedi nel sonno. Lui aveva sempre avuto come un mancamento a sentire queste parole, perchè la parola diavolo lo inquietava e lo faceva sentire in colpa solo a sentirla pronunciare. Erasma aveva abitato con la sua famiglia per quasi dieci anni, praticamente tutta la sua infanzia, aveva alloggiato in una stanza fredda all’ultimo piano della vecchia palazzina, proprio sopra la sua cameretta. L’insonnia si era presentata presto agli occhi di Marco, non sapeva di preciso quando avesse iniziato ad osservare il soffitto della sua stanza senza riuscire a chiudere gli occhi, convinto che se avesse dormito qualcosa irrimediabilmente si sarebbe perso e che i suoi pensieri non avrebbero più ritrovato il punto esatto in cui erano arrivati. Erasma era stata la prima ad accorgersene e per molti mesi gli aveva semplicemente chiesto se il diavolo gli avesse fatto di nuovo visita, poi un giorno lo aveva portato nella sua stanza all’ultimo piano, zeppa di stoffe colorate e cassette di legno con dentro l’ortica. Lo aveva fatto sedere sul letto e gli aveva chiesto se sapesse che lei aveva una gamba magica. Marco aveva fatto un cenno di assenso, in realtà aveva sentito dai suoi genitori che Erasma zoppicava perché aveva una gamba di legno a causa di un incidente avvenuto quando era piccola. "La mia gamba magica manderà via i brutti pensieri se farai attenzione ed ascolterai attentamente, la sera batterò tre colpi." Quella notte Marco era rimasto in attesa al buio con lo sguardo fisso al soffitto cercando di immaginare che tipo di incidente fosse capitato a sua zia quasi quarant’anni prima. Poi ad un tratto un colpo secco sul soffitto e a seguire altri due colpi a distanza regolare, era la gamba magica, che suonava per lui…

Il sole di maggio ancora imperversava ed era sera, negli auricolari suonava forse per la ventesima volta Medicine Bottle e Jackie era in una forma strepitosa lo precedeva di una decina di metri, nel sudore degli ultimi passi Marco si trovava a pensare alle lacrime di uno sconosciuto e a come da bambino avesse sconfitto l’insonnia con l’aiuto di una  gamba di legno. Adesso che però  la notte era tornato a fissare il soffitto era necessario trovare al più presto un nuovo incantesimo, di questo era consapevole. Quando alla fine della salita emerse dal viale alberato nello spazio assolato del piazzale un tramonto arancione lo inghiottì. Fu in quell’istante che sentì con certezza che quel pomeriggio con la faccia nell’erba Giacomazzi aveva pianto.