Archivio mensile:febbraio 2010

Sono una paperella gialla che galleggia

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Attualmente lavoro come profumatore d’ambienti all’interno
dell’ufficio di situazionismo della ditta, mi presento alla vista come una paperella gialla che galleggia in un secchio. Ho i reumatismi ed i baffi. L’azienda è specializzata nella produzione di maniglioni antipanico, nello sviluppo di maniglie ergonomiche per aprire e chiudere le porte, per uscire ed entrare meglio nei posti.

 

wishlist:

 

Procurarsi delle gambe da manichino

Dipingere la maschera da asino

Giocare con i dinosauri di plastica

Scoprire dove vengono abbandonati i carri di carnevale

Fare l’amore con l’oca Giuseppe

Scappare dall’ombra nera

Le crostatine

 

 

Domani è mercoledì e il capo verrà a cambiarmi l’acqua al secchio e forse mi farà una carezza sulla nuca. Poi come sempre ripeterà che alla fine anche il secchio più grande non è il mondo e io allora avrò nostalgia di tutto.

Marino

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Sono arrivato a scuola con Marino, mi ha dato uno strappo sul suo motorino nuovo, mentre guidava continuava ad avere  i suoi tic nervosi: alla spalla, alla testa e sicuramente anche all’occhio destro anche se da dietro non potevo vedere che lo stralunava di lato. Siamo arrivati appena in tempo e la professoressa Ciantelli ci ha guardato male ma non ha detto niente. Io e Marino siamo compagni di banco, stiamo in ultima fila, accanto alla finestra che dà sul cortile. Qui è autunno e dal mio posto posso osservare i mucchi di foglie per terra, posso vedere i ragazzi dell’orto botanico a lavoro insieme al professor Brembani. Marino è figlio unico, suo padre fa il tipografo e a volte gli porta a casa delle stampe di antiche foto del centro storico, dove ci sono i tram e le signore coi cesti dei panni da lavare sulla testa. Marino le porta a scuola e poi insieme coi pennarelli ci disegniamo sopra gente che corre e spara, fa rapine e va in motorino e si picchia, donne nude che sorridono. Sotto al banco abbiamo una cartellina in cui teniamo tutte le stampe che abbiamo disegnato io e Marino, adesso ne abbiamo più di trenta, abbiamo iniziato in prima a disegnarle.

Un gioco che ci piace fare a me e Marino quando i professori spiegano è quello di disegnare cazzi sui banchi con il lapis, io sul suo banco lui sul mio. Vince chi disegna il cazzo più grande sul banco dell’altro o quello più buffo che fa scoppiare a ridere l’altro. Oggi interrogano a geografia e poi c’è il compito di italiano. Io a italiano vado bene, la professoressa mi dà sempre Bene o Bravo di rado prendo Benino, a geografia invece non sono bravo perché non mi piace imparare i nomi delle montagne e dei fiumi di posti che non ho mai visto. Ma per fortuna alle interrogazioni mi suggerisce sempre Marino che, anche se a italiano va malissimo, prende sempre male e anche alle altre materie non va bene, a geografia è il più bravo della classe. Marino sa tutti i nomi dei fiumi della Germania, conosce l’economia del Lussemburgo, i bacini idrografici della Cina, conosce le catene montuose del Cile e il prodotto interno lordo del Giappone, la popolazione del Perù. Dice che vuole sapere tutto dei posti del mondo perché deve scegliere il Paese in cui andare a vivere quando sarà grande per aprire una tipografia. Mi ha chiesto se vado anch’io.

Il 42 per non sbagliarmi

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Ho scritto degli appunti sui palmi delle mie mani, ho finito i fogli bianchi, il Campari ed in bagno si è fulminata la lampadina dello specchio. I miei appunti parlano del governo, sono appunti segreti, col pennarello li ho scritti sotto alla pianta dei piedi, lungo i gomiti, nei palmi delle mie mani, nessuno li può leggere,  se ne stanno scritti addosso a me e per questo non ho più bisogno dei fogli bianchi. Sul collo del piede mi sono scritto il numero di scarpe che porto, il 42 per non sbagliarmi, sotto all’ombelico ho scritto il mio nome che è  Piergiorgio. Sopra il comodino ho delle cose: il centrino di pizzo, il bicchier d’acqua e poi c’è la mia crema idratante emolliente all’amido di riso che ammollisce bene. Mi piace scrivermi i segreti addosso, anche se non sono veri, anche se alla fine i segreti sul governo li ho tutti inventati io e quindi non è detto che corrispondano proprio alla realtà. Non è dettissimo che sia così, lo ammetto. Quello che resta vero è però che mia madre è morta di cancro un lunedì mattina e mia sorella lavora in Francia come cavia per un laboratorio di cibo per astronauti. È vero anche che non voglio cambiare la lampadina del bagno per non vedere più il mio volto scimmiesco dentro allo specchio, che non ho chance che Francesca ritorni dalla luna e che Algernon non sia più  scappato e miagoli ancora alla porta.  Allora dato che la tv non la sopporto (non c’è nessuno che conosco lì, ci sono sempre quelli del governo) e non mi piace dormire, preferisco inventare segreti di stato che assomigliano a quelli che escono sui giornali e diventano scandali e la gente ne parla negli autobus, nei bar, nei posti.

Li scrivo nei punti segreti del mio corpo e sono proprio come quelli dei giornali ma se ne stanno al sicuro addosso a me in attesa che io li sveli.

Le Maschere

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Le maschere del cinema Ferré sono uomini magri, coi piedi sproporzionati e vestiti consumati e sporchi di pollo. Strappano i biglietti con il silenzio intorno, senza fiatare, ogni tanto starnutiscono e tirano su col naso.

La sera mangiano pesce fritto cucinato col pomodoro in scatola,sopra poi ci mettono la maionese. Sulla testata del letto hanno appiccicato le figurine dei calciatori panini dei campionati tra il 77 e l’86, gli adesivi della pubblicità del bingo e alcune foto di rubinetti ritagliate dai giornali.
Le maschere del cinema Ferrè nel 1982 hanno dato fuoco ad una 127 rossa durante la finale dei mondiali, tifavano per
la Germania Ovest e per questo a fine partita seguirono tafferugli per tutto il paese.
Le maschere del cinema Ferré capita che di notte sognino Gullit di profilo che si lava la schiena e palleggia con le arance. Sognano Enrico Beruschi che prende calci in culo e corre in cerchio con le mani in alto, sognano cigni rosa con la tosse e la mattina si svegliano contenti di fare colazione.
Le maschere del cinema Ferré sono fratelli siamelli.
Sono due teste in un corpo, due braccia e quattr’ occhi, sono due nasi e quattro orecchie, un pene a due voci.
Di notte a volte le zanzare si posano sulla schiena che hanno in comune e allora le schiacciano a colpi di braccia, poi si grattano i malleoli, le caviglie, l’interno delle cosce.
Quando il primo dei due si addormenta,l’altro nel buio si ama le mani, ancora non hanno stabilito dei turni, tutto avviene a caso.

A giugno il cinema Ferré lo chiudono e ci mettono la fiat.

KID

Quando mi sono cavato l’occhio col filo spinato la mamma era in casa a stendere la pasta per fare le tagliatelle per il mio compleanno che era il giorno dopo. Io ero uscito perché c’erano le lucciole ed era quasi buio e le potevi vedere come una flotta che avanza dall’oscurità. Mio padre era rimasto in città a lavorare, doveva finire alcune pratiche urgenti e sarebbe venuto col castello dei Masters nel bagagliaio della macchina ed anche alcuni personaggi come He-man ed un altro dei buoni che io chiamavo Testa a Punta e non si trovava quasi mai nei negozi. I miei cugini erano tutti dentro, la casa dei nonni era grande e l’estate ci riunivamo sempre tutti per la settimana di ferragosto. C’era anche zio Carlo che noi chiamavamo uomosessuato perché aveva i capelli lunghi con la coda. La sera in cui sono caduto dall’albero di mele dell’orto piccolo sopra il filo spinato che separava la proprietà del nonno dal castagneto della Borda io avevo ancora 9 anni e mi piaceva giocare in porta e buttarmi sui calci di rigore e fare parate coraggiose. Mio cugino Paride si era comprato da poco l’orologio con la calcolatrice di acciaio che pesava un chilo e faceva anche le divisioni e le radici quadrate. Le lucciole circondavano i castagni e il melo dell’orto, io le osservavo e pensavo alle astronavi dei videogiochi, agli attacchi degli alieni, allo spazio infinito in cui le meteoriti e le navicelle ufo viaggiano alla velocità della luce. Salii sull’albero per vedere le lucciole dall’alto e pensavo di essere Kid, un eroe che mi immaginavo sempre di essere quando giocavo da solo e inventavo le storie di soldati o di mostri che uscivano dalle fogne ed io ero sempre un eroe solitario che pensava a come salvare il mondo. Ma i mostri e i soldati nemici mi braccavano ed io dovevo fuggire e pensare alla svelta alla soluzione per salvare il mondo. Kid aveva sempre anche un’innamorata lontana che in ogni storia me la immaginavo diversa anche se era come se fosse sempre la stessa perché era innamoratissima di Kid anche se lui era sempre in fuga e non potevano nemmeno telefonarsi, ma loro pensavano di amarsi tantissimo e un giorno si sarebbero potuti incontrare. Mentre ero sull’albero pensavo che Kid doveva osservare di nascosto e dall’alto l’invasione degli emissari nemici, le luci spia che entravano nei pensieri e li controllavano. Sull’albero non sarebbe stato contaminato dal contatto di quella luce malefica. Quando il ramo si spezzò caddi con la faccia sul filo spinato della rete. Per sistemare la faccia ci vollero novanta punti, Kid morì quella sera e la sua fidanzata non fu mai più immaginata e finì come un meteorite senza nome negli spazi siderali. Quando andai con mamma a prendere la protesi io ne volevo scegliere uno celeste ma non potevo perché doveva essere verde scuro come l’occhio che restava. Il giorno che uscii dall’ospedale tornato a casa scartai il pacco col castello dei Masters e He-man e testa a punta. L’autunno era ovunque.

I treni mi odiano

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Talune volte io sono molto in ritardino e spero che il treno dentro alla stazione sia anche lui in ritardo ma lui niente in quei momenti è sempre in orario e io corro corro ma quando arrivo con le gambe sudate dentro la tuta e gli occhiali appannati lui non vi è già più, è partito! Quando invece mi sveglio puntuale perché ho dormito bene grazie alle camomille che io mi faccio alla sera e non faccio i sogni con dentro gli incubi dove il peluche dell’orso Yoghi mi vuole mordere le costole e il Ranger Smith mi pettina le cosce con la forchetta, allora il treno quando (io) giungo alla stazione è in ritardo ed allora io devo attenderlo per un sacco di attimini, a volte anche cinque o dieci minuti che sono tantissimi attimini. Allora io devo camminicciare con le scarpe che io vi ho ai piedi  vicino ai binari, senza stare vicino alla linea gialla perché la voce in alto non vuole che io ci vado vicino e la pesto (con le scarpe mie), lo dice sempre e io allora guardo i visi e le mani, i gomiti di quelli che anche loro aspettano e questi però non mi guardano e leggono le letture e ascoltano le musiche dentro le orecchie. Io allora mi prende la fame ad aspettare il treno ed allora cavo con una mano dei soldi che io c’ho nella tasca nascosta del mio giubbotto e li inserisco nella macchinetta delle merendine e dei succhi di frutta e delle caramelle che c’è al binario due. Faccio degli spuntini, mastico e allora sono più felice, in bocca mi restano i sapori buoni delle merende che io compro e allora aspetto meglio e allora a volte mi metto a cantare senza farmi sentire troppo da quelli che vicino stanno ai binari anche loro e metto la mano davanti alla bocca di me e canto la mia canzone preferita che  è una canzone di religione che parla di dio e del natale e che il testo fa:”gingolbels gingolbels gingol lodaueii…” mi piace moltissimino perché io sono molto credente nella religione e infatti che i treni mi odiano gliel’ho detto a dio.