Archivio mensile:novembre 2010

I canederli

 
Che facciamo allora andiamo?
Ma siete in quattro?
Sì siamo in quattro, troppi o pochi?
Si può fare disse. Si può fare.
 
Mi chiamo Gaetano, ho 36 anni, sto finendo la tesi in geologia e commercio, mi laureo a gennaio se tutto va bene.
Quest’inverno coi miei amici: Tommaso, Paolo e Gianmarco siamo andati in settimana bianca a Cortina e abbiamo sciato lo scii. La sera al rifugio bevevamo le grappe e mangiavamo i canederli e la crostata di mirtilli. Che buona dicevamo sempre. Che bello essere qui.
Cinzia l’abbiamo conosciuta l’ultima sera, prima di tornare in città e al lavoro, prima di finire fuoristrada col suv di Gianmarco che parlava tutto eccitato e diceva di tenere la bocca chiusa e non guardava la strada.
L’ha abbordata Tommaso mentre lei ci portava il conto, ha strizzato l’occhio da pesce e le ha detto: “Che facciamo allora, andiamo?”
Io avevo le mutandine extra-small che mi ha regalato la mamma per natale dicendo: “Ecco, ti ho comprato le mutande, le ho prese piccole, per te bastano.”
Quando è stato il mio turno devo dire che nonostante l’emozione sono partito piuttosto bene e tutto stava andando per il meglio. Se non mi fosse venuto in mente così all’improvviso Gianni Minà proprio sul più bello forse anche io sarei riuscito nel mio intento.
Ma è stata una bella esperienza in definitiva, ancora meglio dei canederli. Cinzia non ci ha nemmeno chiesto dei soldi o regali, se ne è andata via che aveva come un sorriso e i capelli arruffati e sulla porta ci ha detto: “Buonanotte, fate buon viaggio.”

Magma

Eccolo, ancora una volta il sogno in cui volo e precipito dalla finestra del bagnetto verde, quello nascosto a sinistra in fondo alla camera dei miei genitori. È sempre da lì che mi devo gettare in volo per trovare scampo da assassini vari che mentre dormo mi entrano in casa direttamente dal telegiornale. Precipitare sulla ghiaia sottostante o planare verso le nuvole non fa differenza, ciò che conta è lanciarsi, trovare lo spiraglio giusto tra le grate di ferro per far uscire il mio corpo verso l'esterno, non conta se muoio, l’importante è non farsi catturare da quelle creature spaventose.
Erano anni che l’incubo non tornava, che non sognavo più di dovermi liberare di me stesso attraverso quella finestra.
Ma stanotte almeno non ero solo, con me a gettarsi dalla finestra del bagnetto verde c’erano anche i ragazzi di Magma, scappavamo da alcuni assassini seriali entrati in casa mia da sotto la porta e che avevano come unico scopo della propria onirica permanenza quello di massacrarci in modo orrendo.
 
Magma sorse in un settembre in cui eravamo giovani abbastanza per credere in una rivista letteraria. Magma ebbe un solo numero, di una quindicina di pagine formato A6 in cui spiccava un reportage su una mostra di fumetti, una poesia lunghissima piena di aggettivi e parole forbite come ad esempio “forbito” e firmata sotto lo pseudonimo di Luis Emilio. C’erano poi un racconto su un tipo che mentre cercava gli occhiali per vedere Maria De Filippi in tv saltava in aria con tutto il suo palazzo a causa del suicidio col gas di una vicina di casa grassa e in fine la prima parte  di un articolo sui templari.
Magma morì dopo soltanto il primo numero che distribuimmo a mano all’ingresso della facoltà di lettere e dopo cui come per tacito accordo non ci rivedemmo più, se non per strada di tanto in tanto, dove ogni volta per evitare di incrociare gli sguardi ci osservavamo con cura le punte dei piedi o i tratti di asfalto a noi contigui.
Quello che è certo è che la seconda e ultima parte dell’articolo sui templari non ha mai visto la luce, mi sono sempre chiesto come andasse a finire come del resto mi chiedo come sia finito il mio sogno. Non ricordo infatti se e chi di noi ce l’abbia fatta a salvarsi gettandosi da quella finestra.

Il Manifesto di Siamelli

Noi non teniamo a opere di lungo respiro, a esseri fatti per vivere a lungo.
Le nostre creature non saranno eroi di romanzi in più volumi.
La loro parte sarà breve, lapidaria, i loro caratteri a una sola dimensione.
Spesso, per un solo gesto, per una sola parola, ci prenderemo la briga di chiamarli alla vita un unico istante.
Lo riconosciamo apertamente: non insisteremo né sulla durata, né sulla solidità dell'esecuzione, le nostre creazioni saranno quanto mai provvisorie, fatte per servire una volta soltanto.
Se saranno esseri umani, daremo loro, per esempio, solo una metà del viso, una sola mano, una gamba, quella cioè di cui avranno bisogno nella loro parte.
Sarebbe una pedanteria preoccuparsi della seconda gamba che non rientra nel giuoco. Dal di dietro potrebbero essere semplicemente cuciti con una tela, oppure imbiancati.
Riporremo le nostre ambizioni in questo fiero motto: un attore per ogni gesto.
Per ogni parola, per ogni azione, chiameremo alla vita un uomo diverso.
Così piace a noi, e a piacer nostro sarà il mondo.