Archivio mensile:dicembre 2010

I principi dei castelli alti e ricchi

Essendo che i principi dei castelli alti e ricchi non mi hanno dato udienza per quella questione di taluni possedimenti  che mi sono stati tolti con la forza dai servizi segreti allora ho deciso che dato che avevo comunque preso ferie (lavoro come portapenne in un ufficio di pubblica amministrazione) potevo impiegare il mio tempo libero per andare a cogliere i fiori belli che sono lungo i ruscelli che solcano la mia città e la rendono splendida.
 
Saltapicchiando come un saltapicchio son sceso giù dal mio quarto piano e son giunto in strada che era già l'ora di bere il caffè. Ho preso una gran rincorsa ed ho saltato a piè pari i gradini maculati  che si frappongono tra l'atrio e l'aria aperta. Che gambe forti che avevo. Lungo la ferrovia mentre me ne andavo al bar Gianna, accanto ai fiori vi erano le serpi così ho desistito dai miei propositi. Ho però incontrato la signora Scimmiante che spingeva una carrozzina ripiena di un bambino, suo figlio Donnolo appena nato, che dormiva. Io le ho detto "che bel bambino bello che ha signora".
 
Lei ha sorriso e mi ha detto che a  Pasqua lo avrebbe dato agli zingari in cambio di un pettine. Ho salutato con un rapido inchino e  mentre mi allontanavo ho pestato con decisione alcuni funghi che sorgevano ai lati dell’asfalto.
 
Dentro al bar Gianna c'erano alcuni manigoldi con i baffi e dei camerieri col muso storto, grigi, scontenti di lavorare. In un angolo c'erano donne con la messa in piega e le parrucche e i visoni al collo che sorbivano cappuccini tiepidi e senza schiuma. Io ho consumato al bancone, mi sono pulito le labbra con una multa che tenevo in tasca, scaduta da mesi, per un divieto di sosta del mio cavallo a dondolo.
Per temporeggiare ed osservare queste femmine che stavano al tavolino accanto al bagno mi sono un po' frugato in tasca. Ho tirato fuori il trincetto e per farmi notare me lo sono piantato in una coscia.
 
Mi sono sentito felice per il fatto che subito queste ragazze si sono voltate a guardare lo spruzzo rosso che dalla mia arteria andava ad annaffiare la porta del bagno dove sono entrato zoppicando. Eh eh eh, se i signori principi mi avessero visto adesso, al centro di tutta questa attenzione , protagonista indiscusso,  anche loro mi avrebbero considerato di più per le mie questioni e si sarebbero pentiti di non avermi accolto presso le loro tenute.
Per fermare lo zampillo ho fatto un tappo di carta igienica, allo specchio ero un poco pallido, ho aperto il rubinetto e lo scroscio dell’acqua mi ronzava nelle orecchie mentre la sirena di un'ambulanza o della polizia, si avvicinava. Ho pensato che aldilà della porta intanto tutti stavano pensando a me, stavano ammirando il mio grande coraggio, non si sarebbero mai dimenticati della mia gamba che soltanto per loro zampillava. Sono scappato dalla finestra e sono caduto a terra in un vicolo molto buio, le luci di natale erano spente, penzolanti nel mezzo della strada ancora tutta piena di neve. Il fiotto rosso continuava a sgorgare. "Sono io questo fiume rosso nella neve"? Ho pensato.
 
Allora via via che scivolavo fuori dalla mia gamba ho avuto un'idea, un’idea sull’amore che è grande ed è importante e così mi sono tolto il cappotto e l'ho gettato per terra. Poi ho cominciato a spalarci sopra con le mani quanta più neve riuscivo tanto che alla fine l'ho richiuso a stento.
Avevo fatto come un sacco ricolmo che mi sono gettato in spalla mentre mi avviavo verso casa,  tutto zoppo, una lumaca con la scia rossa.
 
Sono arrivato in camera ed ho adagiato il cappotto, ma che dico cappotto, ho adagiato la candida principessina Marybell sul mio letto, dal lato del comodino e  mi sono tolto gli indumenti.
La gamba era quasi vuota, "Non aver paura della mia gamba " ho detto a Marybell, non ti farà del male, “Sta morendo sai?”. Mi sono steso dolcemente accanto a lei e l'ho baciata, com’era fredda. “Ti verrà la febbre” le ho detto. Era molto bella e timida e non ha ricambiato subito i miei baci ma nemmeno si è negata.
Così abbiamo fatto l'amore, abbiamo scopato l’amore senza parole, senza dirci le bugie che durerà per sempre, che non ci lasceremo mai.
 
La mattina dopo Marybell era scappata, non c’era più accanto a me che ero diventato morto, non aveva lasciato tracce. 
Accanto a quello che ero stato io i creditori pieni di pistole e scimitarre hanno ritrovato soltanto il mio cappotto bagnato tutto steso sopra al materasso che intanto si era bevuto tutta la mia gamba sgonfia.

La merda

Vado in bagno Signor Capo del personale, debbo effettuare la merda.
Ma forse non posso andare…perché debbo smetterla, Frigzar VI che non sono altro, smetterla di andare presso il bagno aziendale, di andare a rimirare la carta igienica porosa e grigia riciclata e smetterla di andare a rimirare il deodorante per cessi all'amarena, di recalcitrare, palpare le molliche di pane che tengo in tasca e leccar via le formiche dal pavimento.
Fuori sta essendoci della neva che fiocca e poi in giro non è certo come alle Hawaii che vi è caldo ma succede che c'è dappertutto la bianchezza della neva ed il freddo che ti devi mettere il cappotto e le galosce.
Io sono un impiegato che batte sulla tastiera e c’ha il video davanti e in più c'ho i denti marci di topo e mangio le puttanate delle macchine del sottosuolo che vanno a gettoni aziendali. Metto i gettoni ed escono i saccottini, le briosce, i tarallini ed io me li schianto in corpo alla svelta tramite quel foro vorace di vipera che ho sotto le frogie arrossate del naso. Non ci sono mai le uove sode che a me mi piacciono un bel po' all'interno delle macchinette aziendali e nemmeno le mani delle ragazze porno che mi accarezzano. Ma che bello che sarebbe se quelle mani fossero lì esposte accanto ai panini con la mortadella ed ai wafer alla vaniglia e se mettendo il gettone uscissero queste belle mani a farmi le carezze sui capelli, la pancia e i coglioni.

Divoro e sbriciolo briciole di carboidrati allora, queste macchinette incomplete mi costringono a diventare un bue grasso e ad andare sempre in bagno per accarezzarmi da solo i capelli la pancia i coglioni. Mi tocca anche farmi da solo le vocine calde, tipo "ciao bello, sei un mandingo" ma non vengono bene dato che c'ho la voce di rospo, di cornacchia. Sulle mie scarpe, sul pavimento in granito, sulla felpa rosa che indosso per dimostrare la mia intraprendenza  io sbriciolo. Mangio forte coi denti perché la mia camera è piena di riviste porno che non parlano, che stanno zitte e la pelle delle signore che c'hanno la figa di fuori stese sui divani a fiori non profuma ed è fredda come la morte. Fredda come Luciano Palombelli quando è morto.
Luciano Palombelli era il mio gatto e quando è morto l'ho messo in una busta del Conad e l'ho lanciato forte dal balcone, forse è  volato fino al mare e  lo hanno mangiato i gabbiani.. Smettila! Smettila oh me di essere un  tal puttanaio d'uomo. No, no, no, non posso smettere adesso di pensare alle cose da sgranocchiare, quando arriva lo stipendio corro a comprarmi gli snack al formaggio e e le bibite col gas, squi squit smuuuuuuuuuuuuhhhttt! Evviva gli snack!!

A lavoro dopo che ho compiuto le mie merende corro corro con le zampette, (sono un topo-talpa?) su fino alla mia postazione, nella sala grande, nell'open space dove ivi vi sono tanti colleghi che si accalcano, che sudano e hanno le scarpe in pelle di cane e dicono "caspita".
Basta, basta di fare così, devo riprendere il filo che ho perduto da tempo. Questa sequenza di eventi che si ripete ebete non è ciò che io voglio che sia, mi rende altro da quello che io vorrei che fosse quello che sono io. Io mi interpreto male la vita, vorrei essere un gladiatore pieno di gloria, un bambino indaco e invece sono una zecca grassa a forma di uomo.
Non posso continuare ad arrossarmi gli occhi, ad usare lacca per cavalli, ad avere la forfora sui baffi e chiamarmi Foffo, allevare pappagalli sull'inguine, essere uno scriteriato che la sera telefona al fantasma formaggino.
E poi la sera  il prete continua ad osservarmi dal foro della parete nella mia stanza, lo so da sempre che lui è dentro quella parete e mi spia gambe e gomiti la notte e sghignazza se sente che ci sono gli incubi nei miei occhi. Il prete, Don Cazzate, lo sento che mentre dormo e sogno le puttane e le troie nude che mi  toccano il cazzo mi dice in esperanto che morrò, ripete all'infinito che tanto morrò fottuto come un cagnaccio, fottuto da dodici milioni di cancri che mi scoppieranno in corpo, tutti insieme, all’unisono così che alla fine io sarò solo e  soltanto la merda.

Chiuse le finestre sulla schiena del Buddha.

  
Mentre da qualche parte è appena notte, attorno a Pit Stivale è appena accaduto il giorno. Dalla sua finestra può vedere altre finestre, incollate tutte intorno ai grattacieli di Shibuya, qualche elicottero come zanzara in volo, terrazzamenti industriali pieni di cespugli rotondi e verdissimi. Pit placa la sveglia con un gesto secco, mugola a posta per sentire che è vero che è vivo, non c’è tempo da perdere, oggi è il grande giorno e deve prepararsi con cura, in ogni dettaglio. Per cominciare deve disporre con cura la lacca sui propri capelli ormai rasi al suolo da trent’anni vissuti in sordina. Vissuti come nell’attesa che le cose potessero realizzarsi da sè, come se un qualche angelo custode avesse potuto suggerire le risposte esatte alle scelte che lui non aveva voluto compiere lucidamente e le preghiere masticate in onore dell’immacolata concezione e dei santi apostoli, diventate d’incanto vento impetuoso lo avessero potuto spingere di rimbalzo dentro al treno giusto ciuf ciuf capitato per lui in perfetto orario al binario unico della sua cameretta per condurlo presso le beate terre della felicità. La vita è stata per troppo tempo riposta nel cassetto, accanto ai coupon per il parco acquatico di Torvaionica scaduti nel ‘98, accanto all’agenda con i numeri degli amici e alle foto di Laura, ai francobolli strappati dalle cartoline delle estati, ai vecchi biglietti del treno e a tutte le altre cose preziose.
 
Deve fare un bel lavoro a quei capelli insomma e soprattutto tracciare con cura una riga nel mezzo impeccabile, “è l’ultima della mia vita” si ripete, “voglio che per questo sia refrattaria a qualsiasi tipo di critica, che sia la più bella di sempre”. Una riga nel mezzo che faccia invidia alla divisione delle acque del Mar Rosso che aveva visto in quel film in cui c’è Mosé che trae in salvo il popolo ebraico. Una storia vera. Pit deve poi impomatarsi i baffi e lustrare occhiali e stivali per essere pronto ad affrontare il suo grande giorno e poter poi abbandonare per sempre questi gesti, queste consuetudini. Ognuno ha il suo grande giorno, ed è unico e Pit si sente in forma e piuttosto sereno, l’unica ombra è dovuta al fatto che deve aver sognato ancora una volta la scuola, gli anni del liceo, qualcosa circa le ricreazioni al primo piano del regio liceo Pasquale Alighieri, le battute acide sui suoi stivali modello John Wayne e le sigarette fumate di nascosto nei bagni in compagnia di Mirko e  Piero.
Pit adesso esiste all'interno di una stanza per fumatori munita di moquette e kimono da relax al nono piano dell’hotel Lupin III di Tokyo la famosa astronave travestita da città.
Pit dentro allo specchio si sorride, adesso è pronto, può andare a fare ciò che deve, l’unica cosa che conta adesso è correre dl Buddha prima che si levi in volo.
Sta per arrivare la sera e lui osserva le luci, cammina accanto a locali simil-tradizionali zeppi di fumo, per strada invece è vietato fumare, per questo evita di accendersi la lucky strike che tiene in bocca, vezzo che anche se lo fa apparire idiota lo fa sentire molto sicuro di sè, si osserva in una vetrina, è soddisfatto della sua andatura. Negli ultimi giorni qualche scossa di terremoto lo ha spaventato ma non è servita comunque a scuoterlo dal suo intento, il golem ha probabilmente cercato di terrorizzarlo ma lui ormai è convinto di tener fermo lo sguardo sulle macerie di infanzia e su agglomerati di passato indigesto. Basta bugie. Il terremoto non fa scorrere via dal di dietro dei suoi occhi, (“dietro agli occhi, è lì che io mi sto” si ripete in bocca Pit) i voli a tutta velocità dentro navi spaziali ricolme di scimmie infette che si mangiano i peli del culo a vicenda ed al collo hanno un cartello che indica che sono in  offerta a 700.000 yen. Nelle varie navicelle che adesso si sparano ed evitano per miracolo asteroidi cattive e lo sfiorano lì nel retro degli occhi ci sono anche stanze immense piene di pirana addormentati col gas, ci sono i registri di classe con tutte le sue assenze ingiustificate, accuratamente segnalate, ci sono note ed appunti sul suo conto. Roba dell’FBI.
Pit adesso si muove con passo deciso, il tragitto a piedi è piuttosto lungo, lei è in tasca, la controlla con la mano ché non faccia scherzi, è pronto ad estrarla ma solo al momento giusto, quando ormai non ci sarà più modo di tornare indietro.
Le immagini adesso scorrono veloci, qualcosa che chiama "i ricordi” e poi ancora sogni, in quelli più recenti gli viene continuamente diagnosticato un cancro, ora alle gambe, ora ai gomiti, e non sono stati risparmiati testicoli, pancreas, stivali, labbro inferiore e tortellini. Sul motivo di quest’ultima diagnosi Pit ha preferito non approfondire e non ha chiesto delucidazioni in merito al diagnosticante.
Questi sogni non piacciono molto a Pit, li odia anzi ed il medico onirico che sempre si prodiga in questo tipo di diagnosi semplicemente appoggiandogli il palmo della mano sulla fronte, lo indispone tanto che lui lo manderebbe volentieri al diavolo se solo non assomigliasse così tanto al Dott. Francesco, suo amico fraterno a cui comunque si ripromette un giorno di far presente questa ingombrante ingerenza notturna.
 
Intorno ci sono finte radure di bambù, il sole inizia la sua discesa, pochi rumori comunque per strada, persone che lo scansano come guidati da antenne da insetto, che non incrociano mai lo sguardo nemmeno per errore, muti, composti. “Dove vanno tutte queste persone? E chi sono? Perché non le ho ma incontrate prima, perché non posso sapere niente di loro? Non è proprio possibile un contatto? Non c’è proprio modo, non parliamo la stessa lingua, non mangiamo le stesse cose, ci sediamo in modo diverso.” Pensa Pit Stivale sfiorandosi la fronte sudata, "Speriamo che la brillantina regga". Poi svolta a sinistra ad un determinato angolo e poi sceglie deciso di proseguire verso una strada molto stretta, supera un chiosco di fiori, scorre poi accanto a minimarket, frutta dentro il cellophane su banchi di vimini ben ordinati, bambini che osservano i passanti dalla soglia di negozi troppo illuminati, persone munite di maschere candide, forse per prevenire la diffusione della peste, forse per paura di gas tossici.
Poi finalmente sono le cinque del pomeriggio e Pit arriva nei pressi del Buddha, eccolo finalmente il Buddha santo. “Appena in tempo”.
Davanti alla porta spalancata sul retro dell’enorme figura metallica c’è una sconfinata fila di persone, come formiche procedono senza particolari espressioni sul viso, le braccia lunghe sui fianchi, non sembrano né tristi né timorose queste creature. Qualcuno una volta dentro si affaccia dalle finestre che il Buddha ha spalancate sulla schiena. Ci sono poi uomini e donne che tutto intorno alla immensa mole salutano, sventolano fazzoletti, piangono, alcuni  scattano foto, fra poco il Buddha innescherà il processo di chiusura automatica delle finestre e decollerà al suono del sacro mantra. Pit prosegue dritto verso l’ingresso, non rispetta la fila ma nessuno sembra sconvolgersi più di tanto né protesta, giunto sulla soglia Pit si infila deciso la mano in tasca e con le lacrime che gli solcano le guance, è a questo punto che la stringe forte in pugno, finalmente la tira fuori.
La guarda per l’ultima volta, è disperato: “mamma addio, ti voglio tanto bene. Salutami il babbo quando arrivi”.
Pit allora si china ed appoggia il pettine che stringe in pugno sopra uno dei sedili liberi dell’ingresso poi gli rivolge un ultimo cenno di saluto con la mano prima di voltarsi e scomparire.
 
Pit si ferma ad una quindicina di metri dall’ingresso, è stremato, crolla sopra una panchina di legno, estrae dalla tasca una caramella gommosa a forma di squalo blu, la mangia e pensa che piuttosto dovrebbe mangiare più Topinambur, un tubero poco noto con insospettabili poteri dimagranti. Intanto osserva le finestre sulla groppa del Buddha, stanno ormai per chiudersi, ci starebbero bene dei vasi con dei geranei pensa e qualche aspidistra non ancora fiorita. Un vecchio con una radiolina appesa al berretto da baseball si siede accanto a lui con lo sguardo arrossato dalle lacrime, la radio emette fruscii indistinti, chissà a cosa penserà quest’uomo dopo che il Buddha sarà partito, chissà chi ha dovuto salutare, forse inizierà ad occuparsi di cronaca rosa, oppure si chiederà se Walt Disney è stato criogeneticamente modificato o se le Koree si faranno la guerra ed i confini delle nazioni asiatiche subiranno sostanziali modifiche. 
 
Quale linea della metro deve prendere Pit Stivale per tornare nei pressi del suo nono piano temporaneo? Prima che torni il terremoto, prima di ritornare alla sua vera casa e vedere le cose che rimangono, le persone che ancora lo conoscono. Prima che il Buddha decolli e lui si trovi a salutare con la mano che adesso tiene appoggiata in grembo, copia esatta della posa dell’immensa figura in procinto di lanciarsi nel cielo.
 
Pit sa bene che non potrebbe reggere alla vista di un eventuale scontro in fase di decollo fra Buddha e uno qualunque fra Mazinga, Jeeg Robot e Vultus 5 in ricognizione sulla città prima di tornarsene anche loro a casa per cena.
Decide così di andarsene e strada facendo di gettare via gli stivali e scompigliarsi i capelli, "basta riga nel mezzo".
La porta e le finestre sulla schiena del Buddha ora sono chiuse, si sente il rombo dei motori, Pit si alza e mentre si allontana fa in tempo a sentire dalla radiolina fruscinte del vecchio che re Bhumidol ha da poco festeggiato il suo ottantatreesimo compleanno, pare sia stato un grandissimo evento in Thailandia. I festeggiamenti si sono svolti presso una non meglio precisata clinica nei pressi di Bangkok in cui il re è stato ricoverato circa un anno fa. Restano ad oggi ignote le ragioni di tale ricovero su cui vige infatti il più assoluto riserbo.