Archivio mensile:marzo 2011

Nella terribile solitudine del dolore vi esprimiamo i sensi del nostro più accorato cordoglio

La morte non ci porta via completamente la persona amata, rimane sempre il suo ricordo che ci incita a continuare, rimangono le sue calze e lo spazzolino.
Restiamo in attesa di conferma prima di recarci presso la vostra abitazione per una breve visita e per firmare l'album dei visitatori con la penna Parker.

Vogliate accettare il nostro sincero cordoglio.

La Pimpa

 

Bufera

Sento colpi giungere da fuori, il maltempo penso, forse la bufera.
Sono da solo nella stanza, in verità lo so chi è che batte con tale violenza: è mio padre che a colpi di martello sfoga contro una roccia la sua rabbia e la paura. Lo so che a fior di labbra bestemmia e volentieri se li darebbe sul cuore i colpi di martello e con più foga.
Ancora però non gli basterebbe sfracellarlo, si cercherebbe l'anima se l'avesse, per maledirla, e urlarle contro tutta la sua vita. Non oso muovermi, sento frusciare le ciabatte di mia madre, sento la sua tosse, anche se cammina lo so che è già morta. Fuori il vento soffia dal mare, batte contro le mie finestre sbilenche, mi muovo appena e spero che i pavoni nelle gabbie non si sveglino.
Da piccolo ho rischiato di diventare pazzo.

Le mortadelline

Quando la sera le radiazioni tossicissime della tv senza antenna che tengo in salotto mi ipnotizzano gli occhi mentre seduto sul divano mangio le mortadelline penso che fuori c’è la guerra mondiale, ci sono gli assassini, i gendarmi, le piante carnivore, gli arcangeli che condannano e le invasioni delle cavallette.

In questo modo sono più contento di stare sul divano, con le gambe sotto al plaid, la testa sul cuscino, i piedi nella bacinella e le radiazioni della tv dentro agli occhi.
Sono contento dei suoni lontani delle sirene antincendio delle fabbriche di mobili, delle foto delle ragazze tettone ritagliate dai giornaletti e appese alle pareti.

Quando una volta alla settimana decido che è “tregua” esco dalla porta ed entro nel fuori. Vado al supermarket a comprare le mortadelline, i panini allo strutto, i pinoli e la fanta, compro anche  le stoviglie in plastica e le riviste con le mie ragazze.

Quando la sera sono sul divano sotto al plaid mi immagino che fuori ci sono i vampiri, le catastrofi nucleari, le tigri coi denti a sciabola e sono felice delle radiazioni della tv che mi entrano dentro agli occhi.
Sono felice che tutte le cose brutte che mi immagino stiano fuori dalla porta e non possano entrare a farmi del male.

Il sesto continente

"Terra! Terra!" urlò la vedetta aggrappata al Jolly Roger.

"Teeeerrrraaa!" ripetè con voce solenne il nostromo.

D'improvviso il ponte si animò e dalle bocche arse dell'equipaggio s'alzò un brusìo entusiasta.
Perfino il capitano Edward Teach, detto il Barbanera, si alzò soddisfatto e guardando i nocchieri indicò verso Sud.
Tutti esclamavano: "Terra! Terra!", ma ognuno in cuor suo si ripeteva:
"Cane di un pirata, sarai ricco!".
Da lì a poco la nave sarebbe stata finalmente pronta all'ormeggio, ma qualcosa andò storto perchè mia madre distrusse l'intero Mar dei Caraibi passando svelta.
Ritornò sui suoi passi brandendo uno spazzolone e capovolse l'intero galeone che finì chiglia in giù nell'Oceano.
Poi mi sollevò di peso, afferrandomi per le bretelle della salopette e come una tempesta mi rimproverò minacciosa:

"Guarda come ti sei ridotto! Sei sporco fin sopra i capelli! Cos'è questo schifo che hai dappertutto?"

"Terra! Terra!" gridai a gran voce, tentando di governare la nave in tempesta.

Testamento illogico di Ignazio.

Siccome il mio lattaio ha detto che il latte scade, allora domani finisce il mondo.

Quindi io scrivo il testamento:

– Lascio i miei libri antichi agli uccelli, perchè sono rettili rivestiti di piume e, santoddio,
è per questo che sono bestie inquietanti.

– Lascio i miei tic nervosi alle avvolgibili del vicino.

– Lascio la sensazione di quando te ne stai in doccia, solo col tuo corpo, alle donnine dei giornaletti.

– Lascio mio zio Fiffo a chi legge.

Di tutto il resto non dispongo perchè non esiste.
In particolare la mortadella non esiste.

Ignazio

Leggo Bigongiari sul quattordici

Leggo Bigongiari sul quattordici ma soltanto lì, mai a casa, leggo le poesie solo per darmi un tono davanti agli altri.
Non mi diverte Bigongiari, le poesie mi ricordano che stiamo tutti quanti morendo.
Preferisco andare allo zoo, andare a fare le passeggiate lungo il parcheggio e salutare le ragazze che battono, bionde ossigenate, quasi albine che mi chiamano "bello", io però lo so, faccio schifo.
Sul quattordici cerco consensi dalle studentesse ma alla fine nessuno lo conosce Bigongiari e alla fermata lo ributto nello zaino, mi accendo una paglia, sbuffo il fumo a scatti, mi passo la mano fra i capelli ed entro nel bar.
Ordino il caffè, a volte c'è Gennaro che mi dice: "Mauro, andiamo a essere felici da un'altra parte. Ad essere felici un po' più in là, accanto al rumore dei cani, lungo l'amianto abbandonato, sul bordo sbiadito della luce."

Luglio

Ci sono raggi di sole stupendi a luglio la sera e le cicale.
Respiravo a pieni polmoni senza strazio per il passato, senza che la nostalgia diventasse dolore o rimpianto. Mi dicevo che la felicità non sta nelle promesse per un progetto impossibile o nelle lusinghe della gente.
La felicità era semmai camminare per Firenze la sera quando non c'erano che ombre.
Era aspettare che Laura rientrasse, steso sul pavimento ad osservare le fughe delle mattonelle e il sole delle cinque che scaldava le tende.

In Autobus

L’azienda in cui lavoro è specializzata nella produzione di maniglioni antipanico, nello sviluppo di maniglie ergonomiche per aprire le porte, per entrare ed uscire meglio.
È importante l'accesso ai luoghi, lo ripete sempre il capo.
Sono in autobus, sto tornando a casa, mi hanno dato un periodo di pausa, hanno detto che devo riposarmi finché non avrò superato il mio problema con i piedi.
Ho paura dei piedi delle persone ecco tutto, mi fanno spavento, non li posso proprio vedere.
Tengo lo sguardo fisso verso il soffitto per evitare tutte queste scarpe piene di piedi e cerco di tenere la mente impegnata ma io ho pochi ricordi.
Ad una fermata un controllore sale all'improvviso, il cartellino di riconoscimento gli oscilla sul petto. Punta verso di me dal fondo dell'autobus, io sto seduto dietro al vano del conducente, pronto a sostenere l’indagine forte di un biglietto regolarmente obliterato.
Il controllore dà giusto un’occhiata ai biglietti degli altri passeggeri e camminando in equilibrio tra i sobbalzi dell'autobus  arriva fino a me. Non mi ha mai tolto gli occhi di dosso.
Gli mostro il biglietto, lui risponde: “Il biglietto sembra a posto, ma che mi dice di questi occhi rossi? E questa sciarpa attorno alle orecchie? È forse malato? Mi mostri la lingua, ecco guardi è tutta bianca. E poi questa camicia è sicuro che sia stata stirata? Le mani poi, guardi come le ha ridotte, perché non dice niente, lei è per caso bulgaro? Non mi capisce?”

Mi sveglio di colpo, ho la testa appoggiata al vetro del bus, le vibrazioni per fortuna mi hanno svegliato in tempo.
Fuori è buio e la pioggia scroscia a una sola fermata da casa.
Senza sapere perché scendendo penso che anche la casa più grande, l'azienda più grande alla fine non sono certo il mondo.

La storia di un tizio

È la storia di un tizio con una ruga su un occhio che ama sedersi sui cessi aziendali subito dopo che qualche collega ne ha usufruito.
È l'unico calore umano che può concedersi, l'unica tenerezza della sua vita.
Mentre è lì seduto si abbraccia le spalle e pensa: “C’è tempo, qui è caldo e c’è tutto il tempo, adesso tutto scorre piano e posso pensare. Non torneranno a prendermi, lo hanno giurato.”
La sera l’uomo mangia formaggini, è un segno di fedeltà all'infanzia, masticando borbotta: "Buoni, che buoni che sono, vero?"
Cena sempre da solo ma apparecchia per due: per sé e per il ritratto di suo cugino Paride che sorride dalla cornicina argentata.
Paride è stato rapito dagli alieni, aveva otto anni, era agosto e stavano giocando dietro le stalle delle mucche accanto al pozzo.
Ricorda che quando arrivò il disco volante se la fece addosso, gli alieni sorridevano e sembravano cinesi con la testa gigantesca e le dita come serpenti.
Ma ne volevano soltanto uno.
Paride aveva gli occhi blu.
"Non torneranno a prendermi, uno solo, questi erano i patti."
Lui non finirà nel pozzo.