Archivio mensile:maggio 2011

Serie B

Sono un dinosauro di plastica.
Non è certo un mio problema se ci sono i cani morti per strada, tra le mosche e le zanzare,  se le ciabatte appesa alle bancarelle sono cotte dal sole, se alla radio Formigoni parla delle sue camicie  gialle in cotone nero e di teste di moro, dei suoi calzini. 

A casa ho una nutrita schiera di amici, sono il presidente dei dentini da latte, delle autovetture in doppia fila, dei grilli d'estate. Mi aspettano tutti, chissà che feste al mio ritorno.

Ma non so se ritorno. Di sicuro se non torno le tende in cucinotto piangeranno e pure la cipria che sta sul cassettone in rovere.
  
In strada non ci sono riformisti moderati ma donne con le braccia tatuate di serpente. Ieri abbiamo incontrato le prime mucche per strada, sono molto sante e si fanno mungere sotto i cavalcavia.

Pieno di insetticida non mi pongo problemi sulla vita dei bambini che mi chiedono soldi davanti ai distributori di benzina, davanti ai taxi sfasciati. Io sono soltanto un dinosauro di plastica e non posso lasciarmi andare, non posso guardare gli occhi bellissimi che frugano, le mani che vanno verso la bocca spalancata. Non posso pormi problemi, io sono di palstica verde, dura.

La sera nella stanza fa fresco, tengo il condizionatore al massimo, cospargo tutto di insetticida e alla radio Formigoni parla degli elettori, parla del giusto modo di fare politica. Ha la voce impostata, il giornalista cerca di fare domande sensate ma lui ripete: "Questo non è il modo, non è proprio il modo di fare domande."

All'improvviso ripenso a quando a cinque anni chiesi a mio padre se quando uno muore è come quando il Lecce va in serie B.

Caldo

Stanotte nel cielo della mia stanza volavano le zanzare e tutto intorno al mio cuscino dentro al calore dell'estate c'era il buio. Mi sono svegliato che avevo addosso solo i calzini bianchi di spugna, sono sceso in strada e sono corso alla Snai. Erano usciti i numeri del superenalotto, in palio un fantastilione. Ho detto al cassiere che doveva darmi i soldi in palio perché io avevo vinto, mi ha chiesto la schedina ed io allora ho sorriso e gli ho risposto che non avevo nessuna schedina ma che quelli estratti erano proprio i numeri che avevo pensato io, erano proprio quelli che avrei giocato. Gli stavo spiegando che io di notte ho queste visioni dei numeri che escono ma che se li gioco sulla schedina si offendono e allora diventano sbagliati e non si fanno più estrarre. Ho provato a spiegarglielo per bene come funzionano questi numeri che mi arrivano in testa ma all'improvviso sono arrivati due poliziotti che mi hanno afferrato per le braccia e caricato in macchina. Mentre l'auto viaggiava verso la prigione mi hanno chiesto perché fossi uscito nudo di casa con solo i calzini addosso. Io ho riposto che non dormo molto bene ultimamente perché è troppo caldo qui l'estate e che la mamma ormai quando vado a trovarla non mi riconosce più e mi dice: "Signore lei ha dei figli? Deve essere molto bello averli. Sa io non  ho mai potuto averne".

Le elementari

Alle elementari un giorno arrivarono dei ragazzi nuovi, avevano chiuso una scuola nelle vicinanze ed avevano dirottato gli studenti nella nostra. Fra questi c'era Gianni, il figlio del fioraio del cimitero. Gianni una volta si presentò con una bolla enorme su una mano perché si era fatto esplodere a posta un petardo sul palmo. Per dimostrare coraggio. Con un ago bucò la bolla nel refettorio, durante il pranzo. Lasciò una scia purulenta sul tavolo e ci guardò con aria di sfida. Questo so che non lo dimenticherò mai. Gianni era più grande e presto diventò il capo della scuola, lui e i nuovi, Diego e Sasha e un altro più timido di cui non mi ricordo il nome fingevano di essere i Bee Hive. In giardino si muovevano suonando strumenti invisibili, Gianni faceva finta di essere Mirko anche se non aveva i capelli gialli e rossi. Le bambine della scuola erano tutte innamorate di lui, anche quelle che piacevano a me. I nuovi arrivati non mi facevano mai giocare a calcio e allora io stavo nel renaio con le mie compagne di classe, in mezzo alla piscia dei gatti e raccontavo film di paura e barzellette sconce. Con Susanna inventammo un gioco, Maiali selvatici che alla fine era un pretesto per rotolarsi nella sabbia e sull’erba ed arrivare a casa sporchi di tutto. Un giorno Gianni venne al renaio, mi prese per il colletto della camicia e mi spinse contro il muro. Disse che dovevo smettere di giocare con Debora, la sua fidanzatina. A me Debora un po' piaceva, dieci anni dopo avrei lavorato come cameriere e sguattero nel ristorante di suo padre. Ma all'epoca non lo potevo immaginare, non lo sapevo che avrei anche io fritto quel fritto di cui lei sempre odorava in modo un po' invadente.

Questo post-rock strumentale

Caldo opprimente. Poco fa ha provato a piovere e il tentativo è  fallito. Almeno ho ritirato i panni, adesso se ne stanno gettati sul letto in una posa drammatica. Queste sere le luci e i rumori dalle case circostanti durano giusto il tempo della cena e io mi rendo conto di quanto questo post-rock strumentale non sia più sufficiente per andare avanti. Ho bisogno delle grida scalmanate delle bambine del primo piano mentre si rincorrono e dell'abbaiare scomposto del bassotto dal balcone. Le tv accese al tramonto, il brusio degli autobus fuori dalla porta, le campane della sera sono la mia famiglia.

Sul balcone

Per piacere mi chiami I Tortellini, oppure Sig. Le Pinze. La mia vita si riduce al ricordo del passato in cui ero io seppur diverso, più magro e più bello. Stasera non voglio negoziare sul prezzo di questo trancio di pizza ai funghi, pagherò interi i due euro che mi ha chiesto ma la prego mi chiami col mio nome: Sig. Le Noccioline. Più tardi tornerò a sperperare altro denaro per le strade notturne del sabato, andrò dalle prostitute a pomiciare a dare una pacche sul culo. I giorni in cui sono libero dal lavoro hanno un sole di nostalgia che mi fa molto riflettere, mi fa pensare  a me stesso a tredici anni che con le mani nelle mutande mi chiedo cosa voglio fare da grande, se voglio continuare a stare zitto e a guardare Magalli in tv. Per natale nel 94 sul balcone della vecchia canuta c'era la torta di mele a raffreddarsi e c'era il fumo che invadeva il cielo. Fuori dalla finestra i gas sull'autostrada ondeggiavano verso nuvole variopinte, io stavo adeso al divano. All'epoca mi volevano bene quasi tutti: i paperi dello stagno, la nutella, la professoressa Ciaramelli di geografia perché sapevo gli affluenti del Tigri. Mi volevano bene i formaggini, lo zio Marino, i tappi della mia penna bic e Skeletor. Sulla torta volavano tre moshe sulla ciliegina candita e io sapevo che Tom & Jerry come al solito nell'inseguirsi l'avrebbero fatta precipitare giù da balcone.

Emilia Romagna

Elisa ancora non era nata. Quando partivamo mancavano di solito uno o due giorni a Natale. Il viaggio non era lungo, la strada piena di curve e strapiombi sulla destra. Mentre il babbo guidava senza mai parlare, non osavo più sporgermi dai vetri e, tremando fino alla pancia, mi acquattavo dietro al sedile della mamma. Tirandole il foulard a fiori che sapeva di Colonia le dicevo che avevo troppa paura dei burroni, lei allora si voltava con un sorriso indirizzato più a un ricordo o a un pensiero che a me e rispondeva: “Macché, macché” tornando a fissare il cruscotto con le mani incrociate sulle ginocchia. In quei momenti smettevo di ascoltare le musicassette del babbo, che ogni volta che un lato finiva estraeva con gesto automatico e reinseriva dall’altro. Ascoltando le canzoni mi divertivo a fare ipotesi, ma mi rendeva triste l’idea che per quanto avessi ascoltato quelle parole, facendo riavvolgere la cassetta al babbo, non avrei mai colto le intenzioni di chi cantava. Tutto questo mi ricordava i dialoghi stralunati dei sogni, mi faceva fantasticare di essere grande e di esser io a dire quelle parole: da adulto avrebbero assunto un senso chiaro e inequivocabile che in qualche modo aveva a che fare con le cose dell’amore.
La mamma, tranne che per i suoi attacchi di tosse, non apriva bocca che arrivati alla fine dei tornanti, quando passavamo sotto alla superstrada soprelevata che portava a Roma. A circa mezzora dall’arrivo, accennava al babbo di un vecchio malinteso mai chiarito col nonno o gli zii, a qualche sopruso che non riusciva a dimenticare e con la voce che un po’ tremava diceva che comunque alla fine non gliene importava niente, che adesso aveva la sua vita, era indipendente. Lo ripeteva mentre il babbo continuava a guardare la strada e diceva solo “Mmm” due o tre volte. Allora capivo che la mamma non aveva ascoltato come me i testi delle canzoni ma aveva pensato ai suoi fratelli, ai loro visi pieni di baffi, alle unghie gialle, alle loro mani contadine che strappavano le zolle e le patate dai campi e strozzavano il collo alle galline che appendevano in cantina. I miei zii fumavano tutti le MS, il babbo le Marlboro, ma a me diceva che non avrei mai dovuto iniziare.
Quando la superstrada soprelevata ci passava sulla testa, gli strapiombi erano finiti  e tutto intorno alla strada c’erano i campi ricoperti di neve e le case coloniche con i camini accesi. Il fumo nero grigio volava in cielo e i trattori con le ruote smontate se ne stavano congelati accanto ai capanni della legna. Era lì, all’apparire della neve, che cominciava l’Emilia Romagna che per me all’epoca era una specie di California.