Archivio mensile:luglio 2011

Diario di bordo 1

Tecnicamente non sarebbe difficile organizzare un viaggio.
Non so, magari a Lisbona, dove si cammina senza parlare.
Ma ho speso tutti i miei denari in bettole di provincia a tinte fioche, ascoltando di nascosto conversazioni di artisti in pectore e puttane.
Ho passato tutto il mio tempo a fissare le fughe delle mattonelle in cotto, le strie dei tavoli in faggio, soprattutto per rendermi invisibile a cameriere avvenenti dal corpo inabitato.
Ho investito molta energia in birre Forst e sarcasmo, mentre tutti facevamo gli ospiti imbucati nelle vite degli altri.

Non c'è musica dal vivo in quei luoghi, c'è musica del vivo:
una coppia che si sta lasciando, qualche adolescente che fuma e abusa di sogni, il vecchio zoppo che fa politica, il faccendiere che si affaccenda, la televisione che fà rumore e luce.

Abitando la provincia, questa è l'ambiente a me più comune.
Ma quando è possibile amo variare contesto e tipologie di persone.
Ognuno di loro ha un altezza, un peso, un aspetto, un atteggiamento, un'espressione, un odore, un timbro.
Se qualcuno mi chiedesse quale sia la mia ragione di vita, risponderei che è la forma delle persone.
Prima (e più) del contenuto.
Ciò che ciascuno comunica è per me fonte inesauribile di piacere e d'intrattenimento.
E' un interminabile lavoro di sovrapposizione di stili e figure, è un vaglio di casistiche, un gioco di rimandi.
Il mondo per me si vive e si organizza secondo i principi di somiglianza, affinità e assonanza.

Da qualche tempo ho cominciato a pendere da un lato e a camminare in maniera strana.
Non ne conosco il motivo, ma ciò mi ricorda l'atteggiamento di un vecchio professore che ho avuto modo di conoscere poco e male.
Di lui so solo che è appassionato di miscele alcoliche e che non guarda quasi mai negli occhi. E' piccolo e curvo.
Inclina un pò la testa quando ascolta. Si prova uno strano disagio a parlare con lui.
Vorresti prenderlo per le spalle e dirgli "Perchè non mi guardi? Perchè non sei qui adesso?".
Pare non sia mai sceso a compromessi in vita sua e che abbia curato persone incurabili con nobili e sottili inganni.

Ho fatto anche attenzione alla tipologia di quelli che sono come me, nel senso che come me sono appassionati della forma e del contenuto delle persone.
Sono molto simili a coloro che sono appassionati della forma e del contenuto delle cose, con qualche piccola, ma significativa differenza.

Spesso come una persona si veste non è molto informativo. Lo è di più come si siede, dove si siede, come parla e cosa dice. A chi lo dice e per quanto. Lo è di più quanto è alta, quanto pesa, come si muove.

Quelli che sono appassionati della forma delle persone hanno facce comuni, familiari.
Se la vita fosse un film sarebbero le comparse.
Se fossero un suono, non sarebbero il silenzio, nè un rumore assordante.
Sarebbero qualcosa di continuo e familiare, per esempio la ventola del computer o il fluire di auto giù in strada.
Puoi notarli solo se, ancora inesperti o completamente rapiti, si fanno sorprendere nel fissare con lo sguardo.

Si siedono nel punto di massima visuale, ma non sacrificherebbero mai tale scelta per mettersi in disparte.
Mettersi in disparte o al centro sono due scelte egualmente estreme.
Rifuggono ciò che è estremo, non perchè non gli piaccia (anzi sono irresistibilmente attratti se qualcosa o qualcuno di estremo accade) ma perchè l'estremo crea dissonanza.
Perfino l'estremamente anonimo respinge.

Ciò che gli interessa trasmettere è il comune, il familiare, il rassicurante, il già visto, il già conosciuto, l'innocuo, l'appartenente all'immaginario popolare, l'acquisito dalla coscienza collettiva.
Se lavorano alle poste sono il classico impiegato delle poste (potrebbero addirituttura indossare i manicotti).
Attingono a piene mani dall'immaginario collettivo.
All'approccio sono educati, poco giudicanti e moderati.
Mirano ad una rassicurante e subliminale sensazione di "deja-vù" o ancor meglio di "deja-vécu".
Chi li ha incontra per la prima volta di loro spesso dice: "Eppure ci siamo già conosciuti".

Perfino nelle misure, per quanto gli è concesso dalla natura, tendono a non eccedere.
Hanno pettinature semplici e vestiti semplici.
Ad eccezione, ovviamente, di quando si trovano in un ambiente in cui vige uno stile eccessivo. Allora sono eccessivi, ma sempre in maniera non disturbante.
Spesso hanno pochi o nessun tatuaggio o piercing visibili.
Non amano ciò che non si può adattare.

Sarebbe impossibile elencare tutte le loro (nostre) caratteristiche.
Ma è molto interessante conoscerle, sopratutto per me, che come tutti cerco amicizie e compagnie con cui condividere interessi.
In effetti, è il senso generale della faccenda che ci interessa: essi non sono mai troppo estranei al contesto che li circonda.

Un paio di trucchi utili per scovarli ormai li ho imparati.
Sono dettagli rari ma alquanto specifici.

Essi spesso usano sistemi per simulare l'indifferenza o la disattenzione.
Ecco alcune delle loro strategie (alle quali ho assegnato dei nomi per renderle più accattivanti a me stesso):

– IL SILENZIO DEGLI INNOCENTI: indossare le cuffie stereo, che in realtà sono spente, e ascoltare le conversazioni dei vicini stando ben attenti a guardare nel vuoto e non seguire con l'espressione il tono della conversazione (per esempio: evitare di ridere quando viene fatta una battuta);

– IL TESTIMONE: parlare di banalità con una persona presente, per potersi concetrare nel guardare e ascoltare tutt'altro;

– LA DEVIAZIONE: approfittare di distrazioni maggiori (che per queste persone sono un regalo divino) per concentrarsi su qualcos'altro. Per esempio: se in un locale entra una ragazza molto avvenente, qualcuno si fa male, c'è un rumore improvviso, loro di solito osservano tutt'altro.

– L'ANTICONFORMISMO: l'interesse verso la forma e il contenuto di una persona non è guidato da fini erotici, professionali, sentimentali o economici. Per cui qualsiasi soggetto, per un qualche motivo, può attirare l'attenzione di questi appassionati. Anche quello che comunemente è considerato meno interessante, ma che magari è proprio quel tipo di persona che il nostro appassionato ha di rado l'occasione di osservare.

Fuori è già l'imbrunire e devo annaffiare le piante.
Non ho tempo, né voglia a questo punto di scrivere delle differenze fra gli appassionati di persone e gli appassionati di cose. Dopotutto questo diario lo leggo soltanto io, quindi faccio come mi pare.
Tuttavia un dettaglio utile è che i primi non scattano quasi mai foto, mentre i secondi lo fanno continuamente e con qualsiasi strumento.

La Bolivia

Mentre sei a Venezia mi dici che io sono in qualche modo il gabbiano morto nel canale, io rispondo che qui a Firenze invece sono alcune Pettegole dentro al bar che sparlano di un'amica davanti a un caffè. Tu qui a Firenze sei le buste di plastica, te ne stai un po' di profilo e chissà in Bolivia cosa stiamo mai essendo. Non è una domenica ma c'è aria di festa, è una fase dell'estate che sembra quasi autunno. Tu mi dici che tornerai presto, che alla fine il tuo viaggio è stato importante per capire veramente cosa non saremo mai, mi dici che mi porterai i dettagli per iscritto, io attendo. La sera me ne sto nel tinello e ripenso alle immagini del grande libro degli animali che guardavamo insieme da bambini, stesi nel campo del nonno al confine con la Romagna. Io collezionavo insetti, li mettevo dentro un barattolo di vetro di quelli per fare la conserva, tu preferivi palleggiare col supersantos in mezzo ai castagni, spesso dicevi ad alta voce il nome "Baggio". Ieri sono stato a piedi fino a Santa Croce, davanti alla statua di Dante c'erano seduti alcuni cinesi e uno squatter con la cresta gialla accanto ad una birra, c'era una coppia di cinquantenni ingrassati a suon di pizza, gli occhi acquosi e smarriti da adolescenti. Ho pensato che la maggior parte delle persone non cresce veramente, non matura veramente dall'infanzia all'età adulta ma semplicemente resta vittima di una lenta esplosione del proprio corpo. I corpi crescono, si gonfiano e presto tornano ad essere polvere. La polvere di una cannonata sparata al rallenty.

I film porni

Cosa avrei dovuto dire al colloquio, le falsità? No, basta indossare la maschera (di Minnie), anche l'oroscopo l'ha detto, le cose potrebbero andare molto meglio ma io continuo ad avere fiducia in tutto, nei ghiaccioli, nel sole, nei bus in orario. L'ho detto al colloquio, ho risposto a tutte le domande perché io volevo quel lavoro ad ogni costo, non posso certo dire che di questi tempi non mi interessi un lavoro come sacchetto. Ho detto come mi chiamo, Moiro, come Moira Orfei ma con la O e senza Orfei e senza gli animali del circo. Ho detto la mia età, trentadodici anni a novembre, che sono single e che vivo con la nonna. Mi hanno chiesto se non fosse un po' tardi per iniziare a lavorare alla mia età ma io ho spiegato che ho avuto da fare per aiutare la nonna che aveva alcuni disguidi nella psiche, ha passato un periodo che non stava benissimo, credeva di essere me e allora faceva confusione e a volte non si capiva davvero chi era la nonna e chi era io. Il dottore l'ha sedata con alcune punturine nella spalla e allora adesso è tranquilla e dorme quasi sempre sul letto col lenzuolo a fiori accanto ai vasi con i gerani. Non potevo mentire su queste cose, bisogna essere sinceri se si vuole apparire seri ad un colloquio di lavoro. Per questo ho spiegato che certamente ho un hobby, cioè guardare i film porni quando è sera. Ho anche aggiunto che a me non importa se in quei film gli uomini hanno molto pene ed io poco, se i divani hanno tre posti e il mio solo due e se le donne sono tanto belle e giovani mentre Samantha è di plastica ed è sgonfia. Io lo so bene che quella è fiction, non certo il mondo reale. I signori del colloquio mi hanno detto che mi faranno sapere.

La menta

Un pappagallo ripete i rumori, le poche parole di un geometra con poco pene che in una stanza soleggiata da raggi di inizio primavera spazzola i capelli di Barbie spazio-tempo. Le preme il pulsante che ha tra le scapole e dalla bocca di plastica escono le verità che nessuno vorrebbe mai sentire. Il geometra, tale Enzimini Glauco scopre così che sua madre è una busta del Conad, che lui non si è mai sposato con la Sig.ra Le Noccioline e scopre di non possedere una fattoria degli animali dentro la narice. Il pappagallo ripete le verità enunciate dalla Barbie, il sole finisce dietro nubi vortiose, il geometra sospira, alza il telefono e mentre una lacrima gli scava una riga improvvisa sulla guancia dice ad occhi chiusi: "Carlo". Verso il tramonto si presentano in casa due tipi loschi vestiti in ciniglia che dicono di appartenere al comitato di sicurezza nazionale, fumano Pall Mall e si toccano di continuo il naso a vicenda. Dicono al pappagallo che si sono introdotti in casa per cercare un brontosauro scappato dallo zoo, il pappagallo sbadiglia, fa la merda. Passano alcuni minuti in cui si sentono rumori di treni poi appena si fa un po' di silenzio i due guappi ammazzano tutti a coltellate e se ne vanno a bordo di una Fiat Duna, destinazione Paperopoli.

I draghi e la regata

Quando negli anni novanta era tornato di modo il punk c'erano un sacco di gruppi che suonavano le chitarre veloci, anche  a scuola molti ragazzi formavano band di incazzati e maledetti. Io no, io stavo composto in classe coi capelli sugli occhi a disegnare cavalli sul banco e la professoressa di matematica mi diceva che ero un drogato e che fumavo in bagno anche se non era vero. La prof. di matematica mi osservava un po' come fossi un insetto e ai ricevimenti diceva  a mia madre che non mi impegnavo e che ero uno stronzo. La prof. indubbiamente c'aveva un pregiudizio nei miei confronti. Io all'epoca passavo i pomeriggi in camera e leggevo Zagor e i fratelli Karamazov steso sul letto. I ragazzi punk si trovavano nelle piazze a fumare i ciloni e a mostrare le creste e le magliette con su scritto "Fuck" oppure la A di Anarchy. Una volta mi dissero che Vinz si era fatto tredici ciloni di fila e che alla fine aveva soffiato via il fumo in una vampa grigia che aveva oscurato il sole – "Vinz ieri è diventato un drago". In quell'era punk anche io avevo le magliette bucate e le scarpe sempre sciolte ma non avevo per niente stile. Quando la sera ci trovavamo con i compagni di classe per andare in pizzeria arrivavo in ritardo con il pulman dalle campagne oppure portato in auto da mio padre che poi a mezzanotte doveva riportarmi a casa. Mio padre guidava lentamente, col sedile ribassato e lo schienale tutto indietro, stava quasi steso. A volte dormiva in macchina mentre mi aspettava, io lo vedevo dentro la regata 70 bianca col portellone grigio e allora pensavo che potevo aspettare ancora qualche minuto prima di svegliarlo e partire. Potevo fare un'altra azione durante le partite di calcio notturno in piazza della Vittoria, oppure ascoltare qualche altra battuta di Gianni Vittori. Quando alla fine ripartivamo lenti io allora gli raccontavo dei ragazzi punk, gli dicevo che suonavano le chitarre forte e saltavano sul palco ai concerti, che avevano le creste ed erano dei draghi quando fumavano. Quest' epoca del punk durò forse un anno, poi iniziai ad ascoltare altre cose, gente dal canto spento. Iniziai a lavorare in giro come cameriere o sguattero e mio padre cambiò la macchina, prese una Seat. Ci furono estati veloci, l'Isola d'Elba, la Germania, una gita a Parigi, Orbetello. Io mi tagliai i capelli e diventai un altro.

Io che sono me

Io che sono me oggi ha fatto molteplici cosine. Tanto per cominciare ho dato i bacini ai calzini, in bocca. Poi ho fatto genuflessioni davanti al mobiletto con dentro le pesche sciroppate, me lo hanno chiesto loro come favore personale ed io ho eseguito altrimenti lo so che mi fanno le maledizioni. Dopo che ho effettuato uno o più sbadigli ho fatto la pappa, ho messo le conchiglie nel latte ed ho risucchiato col cucchiaio ma stando composto a tavola come un ometto, tenendo dritta la schiena e stretti i gomiti. Dovevo fare la spesa e poi andare presso l'ospedale a trovare la nonna che adesso dorme i sogni. Al Conad ho acquistato tutti gli acquisti della lista che mi ero segnato sul palmo: calzini, dado star, muschio, colla, lenticchie, cane, fallo in lattice, piccolo carrarmatino, le puttane. Ho messo tutto in borsa che ho lasciata dentro al bagagliaio della Regata settanta "week-end" bianca del 1987. Tanto ad eccezione del piccolo carrarmatino mica dovevo mettere niente in frigorifero. Allora mi sono recato presso l'ospedale, sono entrato e ho detto: "Sono Conchiglioni Arcangelo, sono venuto a prendere la mia nonna." L'inserviente nerboruto mi ha preso per un braccio e mi ha condotto nell'ambulatorio bianco con la carta geografica che ritrae le Afriche, i Belgi, il Monte Bianco ed anche la piana di Campaldino dove ci facevano i massacri e ci uccidevano gli indios e i cosacchi. Mi sono seduto sul lettino con sopra la carta grigia del rotolone ed ho atteso il dottore. L'inserviente si grattava le scarpe seduto sulla scrivania ed alitava in giro, ad un tratto è entrato il dottore brandendo la siringa con dentro la mia nonnina in provetta e ha detto: "E' lei che ha ordinato il trapianto di nonna?" Ho sorriso e lui allora mi ha iniettato la nonna dentro il labbro superiore dato che in quello di sotto mi ci è già entrato il demoniaccio che scalpita e non mi lascia mai in pace. Adesso la nonna dorme ma stanotte si desterà e mi racconterà le cose belle, mi parlerà di fiori e delle stelle e poi mi insegnerà tante preghierine e io diventerò un eroe volante.