Archivio mensile:ottobre 2011

In bagno

Nel bagno aziendale poco fa c'era una pallina fatta di mollica di pane. Era sul lavandino, accanto al sapone liquido e mentre mi lavavo le mani l'ho guardata a lungo, chissà chi l'avrà fatta ho pensato e per quale motivo e perché poi l'avrà lasciata sul lavandino.
Mi sono asciugato le mani con le pezzuole di carta riciclata e mi sono grattato una coscia con le unghie. Ho un po' indugiato poi ho aperto la porta e sono uscito ma solo a metà. Subito ci ho ripensato, sono tornato in bagno, ho messo la pallina di pane in bocca e in silenzio sono tornato alla mia postazione, davanti al monitor a masticare.

Un vetro sporco

Ieri sono rientrato a casa presto, subito dopo l'ufficio e il mio solito salto al supermercato.
C'era ancora un po' di luce nel mio seminterrato, filtrava un raggio di sole attraverso un vetro sporco di polvere e smog. Sono entrato in casa e vi era la solitudine e sul tavolo un bicchiere d'acqua vecchia, lasciata lì nel fine settimana quando avevo riempito il bicchiere non perché avessi sete ma per noia, per farmi compagnia con qualche azione. Mi capita spesso di compiere gesti per sentirmi meno solo, per dare un senso alla mia giornata. Ho appoggiato la busta della Conad per terra accanto al portaombrelli e la confezione dei formaggini è rotolota per terra, l'ho quasi pestata.

Poi ho dovuto fare la piscia con urgenza, era caldissima, ha fatto il vapore e quando ho tirato la catena il rumore è stato come un saluto amichevole, una voce gradita. Ma di là in salotto vi era comunque la solitudine, era lì, tra il divano e l'angolo cottura ad aspettarmi. Allora fissando con gli occhi sgranati le mattonelle del bagno mentre ancora tenevo il mio pistolino in mano ho urlato forte: "Vai via! Vai via! Vai via! Via, via, via!"
Ma lei è rimasta, spietata e io non avevo che quel ridicolo pezzetto di carne a cui aggrapparmi.

Una fine

Mi dolgono le giunture, ci sono dei millepiedi dietro ai miei occhi e ho perso il passaporto.
Quando sono nato la pioggia cadeva e le tre sorelle fatali urlavano girando in tondo: "E' un cattivo ragazzo, è un cattivo ragazzo."
Me lo ha giurato mia madre che non c'è più.
Lo hanno gridato a squarciagola le tre sorelle ma pioveva forte e io non le ho sentite. Durante l'incontro potevo sentire il rumore delle auto scorrere sulla strada bagnata di pioggia, sulle pozzanghere improvvise. Al quattordicesimo round ho visto l'uccello della morte volteggiare attorno al ring. Mi guardava serio mentre in cerchi concentrici si avvitava sopra di me. L'ultima mia impressione è stata che quell'uccello mi appoggiasse quasi con affetto gli artigli sulla spalla e senza dolore mi liberasse da ogni pensiero. Per questo mi sono illuso che fosse finita.

Disumano

Gabriele convive con una signora di dieci anni più vecchia, è per questo che adesso ha questo semifiglio. Lei lo ha concepito con un perito assicurativo quando ancora era convinta che avere una grossa auto scura la elevasse al di sopra della massa. Tamara, questo è il nome della signora dieci anni più anziana ha la tosse cronica, beve succo di mirtillo per disinfettarsi le budella e la sera chiede a Gabriele di addormentare il semifiglio Edoardo a cui manca qualche rotella e fa preoccupare la maestra a scuola quando disegna sulle pareti i salici piangenti, la madama Dorè a cavallo, le ombre dei corvi.
 
Gabriele e Tamara vivono al nord, la sera parlano di nazionalismo e di problemi fiscali, si lamentano dei governi, delle leggi razziali, parlano della benzina.
 
Edoardo lavora come garzone da un macellaio, taglia la testa ai maiali e alle mucche, lava il cervello degli animali e dà consigli alle signore con la sottana a fiori su come cucinarlo, su come accompagnarlo. Vive a Creta e ha decapitato il Minotauro e lo ha messo a frollare per un ristorante del centro.
 
Fausto, uno spettabile oculista di Crema con il reggicalze languido sotto i pantaloni ama Anna, la dattilografa. Hanno un cavallo a dondolo nell’armadio a muro che presto morirà di inedia e di maledizioni perché Anna ha l’anima nera, è una cattiva consigliera, vuole condurre Fausto alla malattia, rimpiazzarlo con un golem, con una pianta carnivora da portarsi a letto per nuovi piaceri.
 
Nella sala grande, sempre chiusa a chiave ci sta il tavolo di castagno e il freddo è più intenso, dentro alla madia ci stanno vasi pieni di salsicce sott’olio, di sottoaceti comprati al supermercato del paese. Fausto è un ologramma, non esiste, è il rumore delle onde, dei rami degli oleandri.
 
Per Lisbona passano i filobus nel millenovecentocinquantasei e folate di vento teso e la tosse secca e asfittica della signora Maria, ostetrica che avvolta nelle coperte del letto, stringe gli occhi tristi da bambola bambina e ha le unghie gialle di mandarino e le guance screpolate.
Suo marito Sauro ha cento martelli e quaranta paia di baffi, distrugge le pietre, macina i sassi e segna le sue ore sul tronco di un pino obliquo. Sauro e Maria non hanno figli, hanno però comprato alcune piante che hanno sistemato in una serra stretta, vicino al cielo, la sera parlano del Big Bang, dei progressi dell’orto, di musica da camera.
 
Nella camera di Renzo ci sono i dinosauri che non aderiscono al partito comunista e non temono rappresaglie, sono di plastica. Renzo ha da pochi giorni baciato Debora sulla bocca e lei gli ha detto: “Faccia di gatto, sei un mostro” senza che lui potesse capire cosa significasse. Poi lei è scomparsa e nessuno l’ha più rivista presso il parlamento greco, ha abbandonato ogni ambizione, si è rifugiata nei Balcani a saponificare gli anziani.

Quando finiscono all’improvviso tutte le partite di golf e si accendono le sirene, si levano in volo le flotte delle navicelle spaziali, Renzo incontra Maria e le dice: “Mamma”. Lei su un foglio scrive col rossetto “Gravemente insufficiente”. Lui piange e chiede una deroga, le dice che per tutta la vita altro non ha fatto che lottare contro l’evasione fiscale e lui è stato una delusione.
 
Tamara ama stare in sala d’attesa dal dentista François che è anche presidente della Russia e vince sempre a carte. François è un poeta sovversivo e si è condannato a morte a causa dei problemi che il colonialismo cattolico ha riscontrato in Libia. La NATO è stata fatta saltare in aria, il petrolio di Tripoli è stato tutto bruciato nelle torce e in Polonia sono quaranta gradi sotto lo zero.
 
I colonnelli non vogliono smettere di usare la forza in Valtellina, non vogliono concedere biglietti della lotteria gratuitamente né arrendersi all’inflazione, i parlamentari prestano servizio di buttafuori nelle discoteche del centro e fanno mezz’ora di straordinario al giorno.
 
François era innamorato di Debora prima che lei sparisse e andasse a Istanbul a progettare gomiti artificiali e commerciare in saponi artigianali.

“Chissà se ancora mi pensa, se è ancora valida la nostra alleanza” pensa Gabriele mentre osserva le creazioni fatte col pongo dal figlio Edoardo, pesci e cavalli alati a cinque zampe e in mente ha l’immagine di Tamara che lo rassicura sul futuro e gli dà una pacca sulla spalla dopo aver fatto l’amore e gli dice “grazie per il pensiero”.
 
Intanto le assunzioni in azienda sono bloccate e gli oppositori del governo sono scesi in strada indignati, dicono “basta” mentre il traffico all’altezza di Roncobilaccio è bloccato e all'autogrill la cassiera ha un dito in bocca.

Le scuse ufficiali

Mi duole una zampa, non dovrei dirlo, non dovrei parlare dal momento che sono un gatto ma non sto parlando, penso soltanto e qui non c’è nessuno a sentirmi, lasciatemi stare, sciolate via dalla mia mente se ci siete e lasciatemi fare le fusa nei panni sporchi. Vorrei pensare alle mie magagne in santa pace visto che adesso sono un gatto e non devo più rendere conto di niente a nessuno. Io e Algernon adesso siamo i gatti del vicinato, stiamo accoccolati nelle ceste e il pomeriggio quando il sole è alto io mi vado a sdraiare ai piedi del letto, sul pavimento che è un po’ fresco e osservo i raggi di luce sul pavimento che si incrociano con le fughe delle mattonelle.  
Io mi presento alla vista come un cumulo grigiastro di pelo polveroso, Algernon invece  ha un bellissimo pelo bianco e io spero tanto che un giorno crescerà così bello anche a me. Ma non ho fretta, del resto è soltanto un mese che sono diventato un gatto e che insieme ad  Algernon sono diventato uno dei gatti del quarto piano. Quello che è certo è che non mi manca per niente la mia vita precedente da consulente aziendale, non mi mancano i calcetti serali, le passeggiate al parco la domenica seguite dai gol a novantesimo minuto. Non mi mancano le mani e i gli sguardi di Maura, le sue prese di posizione e il modo in cui masticava. No, proprio non mi manca niente, ho gettato il cellulare dal ponte la sera che ho deciso di diventare un gatto e anche la borsa di pelle marrone con il portatile e i contratti, via tutto giù dal ponte, anche le scarpe e la giacca con le toppe sui gomiti ereditata dallo zio Gibo. Maura nell’ultimo periodo era stata invasa dalle paranoie, temeva che io contenessi amianto, che vi fosse dell’amianto dentro di me. Diceva che ero cancerogeno, voleva appendermi al collo un cartello con su scritto: “Attenzione, contengo amianto" e non voleva più baciarmi né pettinarmi e indossava degli strani occhiali rossi per guardarmi. Che stronza. Prima di diventare gatto ho comprato un pancale di scatolette al tacchino e al pollo, le pesche sciroppate e due bottiglie di moscato, il pancarrè e un gilet verde da pescatore che ho regalato al Masutti, il dirimpettaio. Gli ho chiesto il favore di informare tutti che sarò via per lavoro per molto tempo in Perù e che tornerò fra alcuni anni. Spero che Maura si penta di avermi trattato così male, di non avermi mai fatto le sue scuse ufficiali e di avermi fatto diventare un gatto.