Archivio mensile:dicembre 2011

il tramonto che è triste

Prima che fosse troppo tardi per fare tutte queste cose a cui ripenso era impossibile capirle. Avrei voluto che la musica dei Rondò Veneziano sulla sigla di speciale Tg1 non finisse mai e che la domenica si riavvolgesse verso qualche tenerezza. Avevo paura del solfeggio il lunedì, scendevo a patti con gli incubi e parlavo con dio piano dentro la mia bocca. Adesso chiedo ad amiche lontane di non partire per le Americhe perché in questo modo poi non ci rivedremo più, non ci conosceremo più. Dico loro: “Moriremo un giorno…” oppure “Ti prego, vola piano verso New York, mi sembra che questa tua partenza e questa mia permanenza velocizzino tutto”. Poi scompaiono gli interlocutori, le cose intorno mi spiazzano, provo a concentrarmi sulla musica di Rameau e sulle mensole. Dall’alto un esercito di soldatini di plastica mi scruta. A giudicare dagli sguardi accigliati sembrano pensare: “Siamo soldati, possediamo fisici robusti e siamo pronti a tutto, abbiamo le armi, spareremo”. Vogliono soggiogarmi. La fine è ovunque in un giorno di  dicembre in cui si è lontani da tutto. Passerò anche questo pomeriggio senza più margini, in cui non si può scappare, in cui mi trovo a fare foto alle foto e a leggere Scerbanenco che so a memoria. Penso anche di pensarti un po’ ma ho freddo e provo pudore a farlo adesso che qui nei pressi di me tutto è esaurito.

(di Tobiass)

Gli oggetti in ottone

Gioco a carte coi conigli, con le ombre degli armadi, sono i culi, e le farfalle dentro le mie dita colorate di pastello, sono un cencio sul bordo della vasca, un calamaio d’inchiostro secco.
In chiesa, seduto su uno scoglio gioco a dama con gli operai dell’acquedotto e chiedo sempre “perché” quando mi rispondono di no. Mi dicono sempre "no" se chiedo loro se sono felici, se mi vogliono bene ai polpacci, se mi mangeranno i lombrichi. Nei miei ultimi sogni mio padre è un bambino col grembiule che cammina piano e arrivato ascuola diventava me. Siamo entrambi orfani io e mio padre, entrambi stretti nel fegato del caso che per un lungo periodo ci ha voluti immersi nel niente e poi ci ha materializzati. Due perfetti estranei estratti dall’inesistenza alla fugace passerella di una parentela sul pianeta Terra. Entrambi moriremo. Ma prima seguiremo ancora per un po’ un percorso di eventi casuale e imprevedibile, insensato e banale come fecero a suo tempo anche i fenici. Vivremo ancora per un po' accanto a tutti questi oggetti in ottone, a queste rane di terracotta.