Archivio mensile:novembre 2012

Tra vecchi fogli

Ci sono le foto del Giappone di Araki, corolle e peli, petali gialli e rosa in mezzo ai vecchi fogli ritrovati in questo autunno. Biglietti dell’autobus obliterati nel novantasette, foto di lavanderie a gettone e messaggi dimenticati, scritti a lapis o coi pennarelli. “Falta mes de Abril la paga. Paolo”, “Bentornato figliolo, ti voglio bene. Il tuo babbo”. Uno fra tutti non mi riesce però di abbandonarlo, è scritto in blu forse con la penna Bic. “Amore sono così…su una nuvola. Il tempo vola via”.

Contrassegnato da tag , , , , ,

Non proprio estate ma quasi

Con l’alluvione di Novembre tutte le paure si sono riaccese. La fobia di non riuscire a scappare via da un pericolo improvviso ad esempio, oppure di trovarsi immobile su una spiaggia mentre un’onda sconfinata sta per abbattersi su tutto quanto è visibile. Ma questi, è chiaro, sono incubi ricorrenti che si riaffacciano ogni volta che Leo perde un po’ il filo delle cose e allora vorrebbe ricominciare da capo, vorrebbe lavorare sul pulito, senza dover cercare fra le macerie tutti i frammenti della propria frustrazione. I soldatini del male minacciano un imminente invasione dalla terza dimensione e si vocifera che anche l’armata delle Zigulì stia per muovere un attacco al pianeta. Che cosa abbia causato questa crisi non è del tutto chiaro, ma è certo che se adesso si trova a fumare novecento sigarette qualcosa deve essere uscito dai binari. Non è certo colpa di Bue Grasso ignobile mangiatore di Puffi che boicotta la Nestlè. Eppure per strada il pupazzo di ferro che gestisce il traffico con un vecchio coccio continua a sorridere muto ogni mattina e il canto della poiana è puntuale la sera dal fondo bosco di foglie secche. Potrebbe essere stato lo sbadiglio fuori programma del barbiere dalla vetrina, o l’assenza improvvisa del gelataio Jim dietro al bancone. Oppure è colpa della tv in cucina che ha indugiato per un attimo di troppo sull’immagine di…

…Leo ha tanto tempo davanti a sè ogni mattina da quando ha lasciato stare la sua posizione privilegiata nella fila lunga, da quando ha detto “Grazie mille, ma ho un impegno urgente, tenetevi pure il mio abbecedario, esso non contiene le parole che piacciono a me”. A Leo piacciono altre parole rispetto a quelle che si devono pronunciare nella fila lunga. Gli piace pensare ad altre cose che lì nessuno potrebbe capire, ai biscotti allo zenzero preparati la domenica pomeriggio col magone del tramonto e una fidanzata che sospira scontenta mentre stende l’impasto ad esempio. Ricorda i grembiuli blu e rosa all’asilo e il timore di sporcarsi i pantaloni nell’erba, il sapore dell’earl grey the alle cinque del pomeriggio e le bestemmie del babbo verso la neve. Leo ha tempo per tutti quanti i ricordi e per le sue attività segrete: masticare pezzi di carta e appuntare i lapis fino a renderli simili a frecce, tamburellare contro i pensili della cucina, guardare bollire l’acqua e stizzonare il fuoco nel camino, leggere tutti gli oroscopi dell’infanzia. Adesso può andare in giro in cerca dei segni giusti, delle condizioni ottimali per arrivare a quel tepore che manca da troppo tempo, a quel ritmo che è l’unico possibile per poter essere davvero a bordo di sè stessi. L’alluvione di Novembre ha portato la febbre e gli incubi e la nera marea che sfonda gli argini.

La classifica

Vanni è un dottore, è urologo, espianta e trapianta i reni anche se a me piace pensare che trapianti anche cazzi. Mi immagino anzi che guidando sicuro il suo bisturi li amputi  a ignari pazienti e se li autotrapianti la notte quando il reparto è deserto. Vanni ha cento cazzi in mezzo alle gambe, un vero e proprio grappolo e in questo modo si sente più al sicuro la sera quando non si ode che il canto della cornacchia e il rombo dell’ultimo autobus si disperde fuori dalla finestra. La voce di Vanni è diventata via via più profonda e suadente e anche la sua abilità professionale è ormai notevole. Questo ritratto in verità, sospeso tra stereotipo e trash, è soltanto il frutto della mia puerile e malsana immaginazione, delle scarse doti intellettive che mi contraddistinguono ed è altresì riprova di quanto lo stesso Dottor Vanni in tempi non sospetti aveva teorizzato in un caldo pomeriggio di Ottobre. Del resto sono soltanto un impiegatuccio che deve fare alcuni conti su un grande pallottoliere in poliuretano e poi fare il bravo e rispondere al volo a delle voci che escono da dentro il telefono. Per questo mio impiego debbo comunque ringraziare il cielo perchè a giudicare dalla classifica di intelligenza stilata da Vanni alle superiori è davvero un miracolo che io non sia stato impiegato come diserbante in un discarica. Nel ’94 io ripetevo per la seconda volta la prima superiore (cosa mai speravo di ottenere) e non ero il solo, con me aveva deciso di approfondire il programma di studio di quel primo anno anche Daniele mentre Silvia aveva preferito cambiare decisamente aria. Daniele e io attualmente siamo colleghi e abitiamo nello stesso palazzo, è probabile che una forza ordinatrice ci tenga insieme, che insista nel nostro legame forse per far sì che le nostre deboli menti si supportino verso una sorta di sopravvivenza. Quando Vanni affisse le classifiche di intelligenza sulla porta di classe era sabato e fuori non c’era vento. Al primo posto aveva messo lui stesso a pari merito con la Lisa che era indubbiamente la più brava della classe e all’epoca indossava cappelli color pastello da ricca signora anni cinquanta e non parlava troppo. A seguire si trovava Boccio che era assai stimato dai professori per la grande attenzione che mostrava durante le lezioni, con accento trentino chiedeva lumi su ipotenuse ed opliti, su Socrate e Alcibiade, voleva approfondire che cosa mai avesse annientato gli ittiti ed essere certo su tutti gli affluenti del Danubio. Boccio anche quel giorno, nonostante il sole, faceva bella mostra di un ombrello a fantasia scozzese con cui a mò di bastone, felice per l’ottimo piazzamento, tornò verso la propria abitazione per sedersi a tavola dinanzi a sofficini e purè. Vi era poi Marta che prendeva sempre cento ai compiti di matematica e la prof la adorava e a volte le diceva però di non accontentarsi e di provare a fare un compito da mille. Poi c’erano tutti gli altri, più o meno con un punteggio simile, Rarlo, Vinz che ancora non aveva dimostrato di essere una mente geniale, Berni, Cava e via e via. In fondo alla classifica è chiaro c’eravamo io e Daniele dato che eravamo i bocciati ed avevamo quindi la mente mutilata. “Come ci si sente ad essere bocciati” mi chiese una volta Vanni.  Poco sopra di noi, a pochi punti di distanza c’era lo Za che pur essendo buon amico di Vanni aveva la grave colpa di fare troppo canottaggio e il privilegio del corpo sulla mente era un chiaro indizio di dappocaggine. Nonostante la trista classifica Vanni e io finimmo per essere negli anni seguenti compagni di banco (ironie della sorte, l’alfa e l’omega gomito a gomito) e per un periodo fu come se fossimo amici, anche se entrambi sentivamo come una barriera  che ci impediva del tutto di avvicinarci e fidarci l’uno dell’altro. A distanza di tempo mi sento di riferire tale barriera al differente quoziente intellettivo che ci rendeva come organismi non del tutto compatibili. L’ultimo anno delle superiori  a scanso di equivoci smettemmo di essere amici a causa di un futile litigio (Daniele e io fummo gli unici in tutta la scuola a non essere invitati ad una festa spaccafegato presso la cameretta di Vanni). Da allora non ci siamo mai più rivisti e a dire il vero un po’ temo di rincontrare il suo sguardo severo mentre sono steso, a causa di un improvviso malore, su un tavolo operatorio. Mi immagino che allora Vanni mi sorriderebbe arricciando le guance e mi direbbe di stare tranquillo prima di sedarmi con una rapida anestesia e di procedere con l’evirazione.

Bud

Le ultime indiscrezioni sul cane Ramoscello, sul foglio incollato a un lampione, lo danno per smarrito, non si offrono ricompense per lui ma si prega di telefonare al numero sottostante. Accanto al teatro dei burattini Elfio si estrae una sigaretta dal naso e l’incendia con l’accendino Bic rosso piccolo che ha al posto di un dito. Si accarezza il petto e sorride ripensando al film della sera prima. Bud Spencer le ha proprio suonate di santa ragione a quei manigoldi. Elfio pensa molto quando cammina, ama monitorare i propri ricordi, vorrebbe come da un baule di vecchie foto trovare sempre qualcosa di nuovo, stupirsi con un tuffo al cuore per qualcosa che aveva dimenticato ma alla fine le cose che riaffiorano sono sempre quelle, i soldatini di plastica ad esempio. Appostati sul bordo dell’orto scrutavano l’orizzonte imbracciando i minuscoli fucili mentre la radio trasmetteva Tutto il calcio la domenica pomeriggio durante inverni in cui non si faceva in tempo a tornare dalla messa che già era pronto in tavola. Restavano poche ore di luce nell’orto, lui stava col babbo a preparare la legna per il camino, a riordinare gli attrezzi del lavoro e dirsi: “Basta, basta col calcio” prima di spengnere sconsolati la radio. Fra i ricordi puntuale si presenta la prima volta che incontrò il volto baffino di Umberto Smaila la notte, dentro il televisore e tutte quelle ragazze che muovevano le tette glassate. Elfio si accende varie sigarette mentre passeggia, si ferma da Gilli a prendere il caffè e poi continua a muovere le gambe nel freddo dell’autunno, calcia via i mozziconi sporchi di rossetto ammucchiati accanto all’ingresso di una lussuosa boutique, una donna che ha a lungo atteso qualcuno o qualcosa probabilmente. Scorrendo oltre evita la cacca di cavallo abbandonata da qualche cocchiere infelice e sbrigativo, odore di fritto di qualche ristorante da quattro soldi. Poi ancora dal baule arrivano le mani di Sara, così dolci nei pomeriggi di angoscia dell’università, i film in VHS di Lars Von Trier, i Pixies che facevano esplodere il cuore con i loro controcanti. Elfio arriva a Orsanmichele, la porta è aperta, ci sono le prove di un concerto d’organo, dentro è freddo ma non importa, ha già le dite che sanno di nicotina congelate. Si siede in fondo, in un angolo, il posto di chi vorrebbe un po’ d’attenzione, si ricorda allora di quando era solito pregare la sera prima di addormentarsi. Le preghiere da bambino erano come lavarsi i denti, il giorno magari si poteva scamparla ma la sera non lavarsi i denti o non pregare era qualcosa di abominevole, il senso di colpa sarebbe stato insuperabile. Domani è il grande giorno pensa Elfio, tanto nessun nuovo ricordo verrà fuori dal baule, ha già ripassato tutto, domani è proprio il suo grande giorno dalle mille scintille si dice Elfio mentre un brivido lo scuote. Intanto mentre l’organo attacca e lui è intento a fissare il crocifisso, ancora una volta nella sua testa torna l’immagine di Bud Spencer che con la sua aria stanca e malinconica schiaffeggia chiunque gli capiti a tiro, senza soluzione di continuità. Sarebbe capace di prendere a ceffoni il mondo intero se fosse necessario si dice Elfio, è troppo forte quel Bud.

La pelle di mamma

Mia madre ha la pelle delicata, non può usare i normali deodoranti, per questo deve comprare il sapone ipoallergenico. Mentre entra nel negozio penso che la folla di acquirenti è come la massa invasata delle serate alla Flog dove da vent’anni dopo i concerti proiettano le immagini del film Heavy Metal che in realtà è un cartone animato, pieno di donne nude e navicelle spaziali. Il Dj poi mette sempre la stessa scaletta ma una volta gli ho chiesto per favore di mettere Rock The Casbah. Non so come ma mi ha accontentato e così ho potuto ballare. Nel negozio di saponi c’è un odore forte, di mille fiori che non esistono, fiori infernali penso. Lì dentro nessuno ha notato il volto impaurito di mia madre, la sua compostezza nell’attesa dello scontrino davanti alla cassa. Nessuno in giro sa delle pelle sensibile di mia madre.