Archivio mensile:aprile 2013

Titolo sbagliato.

Si accumulano gli errori.
Si accumulano nei capelli grigi di mio padre, sulla carrozzeria dell’auto, nei giornali, sulle schiene dei passanti.
Si accumulano nella dichiarazione dei redditi, si annidano fra i panni sporchi e nel cibo della mensa.
Il telefono non fa. C’è un guasto all’opinione pubblica. Il Lecce perde in casa.

Scorre male il tempo. L’orologio dell’ufficio perde il conto delle ore.
Perfino il calendario salta giorni interi. Lasciando solo quelli bui.
La finestra è rotta e, fuori, piccoli uccelli deformi fanno nidi storti su alberi malati.
Non dovrei, ma rivedo Laura.
Sbagliate sono le espressioni e sbagliate le parole.
Ho ucciso per errore.

Vivo in una stanza bianca e dormo seduto su una sedia.
Ma, anche qui, si accumulano gli errori.
Sono sbagliati i suoni, le immagini e gli odori.
Dalle pareti emergono falsi ricordi di false emozioni.

Così penso a te, mamma, a com’eri bella.
Penso a te mamma. Penso a te.
A quando sfioravi i miei capelli fini e sussurravi parole incomprensibili.
Adesso che so parlare ci ripenso, sai mamma.
Ripenso alla tua bocca e a quei suoni nel porticato dell’orfanotrofio:

“E’ la scelta giusta” dicevi.

Gamberetto

Respiro troppo velocemente, in modo superficiale e il medico non è convinto dell’odore del mio respiro. La gatta stanotte deve aver di nuovo pisciato in fondo al letto bagnandomi i piedi.

“Non mi scorderò mai di sua sorella” ha detto la dottoressa prima di uscire. “Quando venni a visitarla a casa per quella brutta febbre pensai – così sarà mia figlia a vent’anni, con gli stessi riccioli e gli stessi occhi azzurri”.

Non sono mai riuscito a smettere di fumare, adesso ho saputo che esistono sigarette elettroniche, chissà che effetto fa fumarle, immagino sia un po’ come fare sesso con una donna di plastica, a qualcuno può anche piacere. Io non ho mai avuto una relazione con una donna di plastica, sono troppo timido.

Fuori non c’è traccia di sole, eppure siamo a metà Aprile, le previsioni alla radio hanno tuttavia giurato che da sabato splenderà il sole ovunque. Ovunque, su tutto il mondo forse, quindi anche su Loro Ciuffenna dove stanno i miei, anche se ne dubito sinceramente, in quindici anni che ho vissuto lì non c’è stato un solo giorno di sole. Pioggia, neve, vento.

Non è vero, l’estate in verità è stupenda da quelle parti ma io non ho mai sopportato l’estate e il caldo eccessivo per cui non l’ho mai contata. Eppure l’estate per i miei è sempre stata una stagione di privilegio, in cui i sospiri oscuri di mia madre andavano diminuendo, sostituiti da bulimie silenziose che dal tramonto portavano alla frescura dei grilli esposti alla luna. Una stagione in cui, archiviati i tormenti della nebbia e delle nevicate improvvise, si potevano riverniciare gli infissi, riparare il pollaio e piantare pomodori e insalata sempre fresca e priva di dannosi conservanti. L’estate è poi sempre stata motivo di nuovi estrose acconciature per i baffi per mio padre. Mio padre e i suoi baffi ugualmente muti negli anni ed equidistanti dalle palle di neve sciolta che formavano i suoi occhi castani. Non ricordo quanto tempo è che non li sento. Sapranno di quello che mi è accaduto?

Verranno?

Oggi è martedì, di questo sono sicuro, l’ho visto sul calendarietto appeso alla porta del bagno, ieri mi ha telefonato Federico, erano anni che non lo sentivo, mi ha chiesto come mi sentissi e quando ho risposto che nonostante tutto sono felice perchè sono innamorato mi ha chiesto: “E di chi?”

Ho provato a spiegargli ma non mi sembra di averlo convinto, proprio non capiva di chi stessi parlando.

“Eppure l’hai anche vista…”

Ha attaccato.

Federico era uno dei più bravi al liceo, alzava spesso la mano e dava risposte sensate per quanto con voce troppo stridula per non prendersi poi del frocio dal resto della classe che come se non bastasse lo vessava poi per la sua pinguedine. Siamo stati insieme in Germania, dopo la maturità, un viaggio in treno all’insegna delle tappe della filosofia. “Qui ha insegnato Hegel”. “Qui è morto Kant”. Discutendo di massimi sistemi e di critiche con ragioni più o meno pure quando non eravamo silenziosamente immersi in sessioni di solitarie masturbazioni serali. Non trovammo una donna manco a pagare chiaramente ma io mi consideravo comunque a posto. Una volta tornato a casa avrei ritrovato il mio dolce amore Calra ma Federico era molto single e una sera, davanti a una Fanta, scrisse sul nostro diario di bordo “A volte penso che la fica sia un cubo nero come la tv, ma senza antenna.” Fu una bella avventura la Germania, tornati da lì, anche lui scoprì con sgomento le differenze che ci sono fra una donna e un tubo catodico. Restammo amici ancora per vari anni prima di diluirci nel tempo adulto dei “Sei scmparso”, “Vieni a trovarmi!”, “Davvero hai ragione, ci vediamo presto”

Camilla non è ancora passata a trovarmi, oggi sono due giorni che sono qui all’ospedale grande, nel casermone dei ricordi, come mi è venuto di pensare appena sono arrivato.

Mi sembra strano che non sia stata informata di quello che è accaduto, che non mi abbia cercato in questi due giorni. Non ricordo nemmeno l’ultima volta in cui ci siamo parlati, quello che ci siamo detti, come ci siamo guardati e cosa significassero quegli sguardi.

Il dottore quando gli ho detto che la gatta aveva rifatto la pipì in fondo al letto mi ha detto che qui non ci sono gatti ma allora non mi spiego questa umidità che sale improvvisa dal fondo del letto. Da sotto il letto emergono da sempre misteri e inquietudini, da piccolo saltavo da un metro per evitare le mani dei mostri che mi avrebbero trascinato nell’oscurità.

Ieri mi hanno prelevato tutti gli oggetti che avevo addosso al momento in cui mi hanno trovato l’altra notte, steso in strada: il cellulare, il fazzoletto con le iniziali del nonno, gli occhiali, alcune monete, il mio pettine portafortuna. Mi hanno detto che non servono. Non posso nemmeno leggere, gli occhi mi bruciano troppo ma almeno posso ascoltare le voci che giungono dal corridoio, ogni tanto si sente una radiolina che di tanto in tanto trasmette solo fruscio.

Stanotte ho sognato che ero alle elementari e partecipavo ad una recita di fine anno. Io interpretavo un gamberetto d’acqua dolce, stavo zitto tutto il tempo ma dovevo muovermi all’incontrario per tutto il palco, vestito di rosso.

Poco fa è passata un’infermiera mi ha fatto firmare un foglio che non ho potuto leggere mi ha chiesto se volevo un bicchiere d’acqua ma ancora non ho finito nemmeno quella di ieri, bevo poco e piano.

Allora le ho chiesto se i miei avessero chiamato, se Camilla fosse passata magari mentre dormivo. Mi sembra che abbia scosso un po’ la testa e poi mi ha fatto cenno di stare in silenzio con un dito davanti al naso.

“Cerchi di morire in silenzio se può. Oggi abbiamo un po’ tutti mal di testa in reparto.”

L’amico Jurgen

C’erano i diavoli nei miei sogni in Polonia. I diavoli insediati nei cespugli lungo la strada di nebbia che conduce alle porte della città dei santi. Signori con la cravatta storta mi seguivano su camionette scappottate, io invece a piedi indicavo i luoghi, le case a mattoncini dove la gente impazziva di dolore. Ero un delatore? Indicavo dove stavano le donne con le mani ad artiglio, le case dei misteri cattivi, le donne con le tette nude, appuntite. C’erano rovi tutto intorno alle case, avevo i corvi sulla testa e ovunque rami da cui precipitavano foglie opache sopra le tane delle  vipere. Sembrava un tramonto. Non c’erano alternative, nessuna voce, nessuno a cui chiedere compassione. A un tratto da dietro un masso spunta un signore con la bombetta, si chiama Jurgen e ha un pugnale in mano. Sorride frusciando e mi dice: “Tranquillo, ti uccido piano”.