Archivio mensile:luglio 2013

Porco caramellato

Mi sono svegliato senza più le unghie dei piedi stamattina. Le piante carnivore e i diavolacci della notte devono avermele mangiate mentre dormivo per ricordarmi che qui comandano loro e che io conto meno di un cane o di una gallina. “Almeno le galline fanno le uova”. Diceva mamma. L’ultima volta che ho incontrato mia madre era ingrassata trenta chili e si era tinta i capelli di rosso, aveva lo smalto sciupato e prima che partissi, con le lacrime agli occhi per un viaggio di cui non vedevo il ritorno, mi ha detto che non dovevo essere triste. Ha precisato che bisogna imparare a portare la propria croce, ad amarla con tutto il cuore. Sorrideva. La penultima volta che l’ho vista invece aveva i capelli gialli e io non so perché la chiamavo con un altro nome ma negli occhi aveva la stessa luce e io mi sono sentito come fossi una porzione di maiale caramellato. Mi ha detto: “Sai che se avessi avuto una pistola ti avrei sparato? Grazie per essere così un coglione.” Adesso non so proprio dove mi trovi ma sono da solo e sto in silenzio.

Niente di personale

Abitavamo in campagna, appena fuori dal paese, lì d’estate c’erano le cicale e l’inverno le intemperie e la neve. Mamma era stata male dopo che ci eravamo trasferiti e la sera piangeva in cucina o mangiava tantissime arance abbandonando le bucce ai lati del divano. Ovunque c’erano mobili che erano stati lasciati dal vecchio proprietario ed erano stati verniciati con colori accesi: rosso, rosa o verde acqua. Noi li riempimmo presto coi soprammobili della vecchia casa, coi pentolini in rame e le statuette in porcellana di angeli che suonavano il flauto e l’arpa. Mio padre doveva accompagnarmi in macchina da tutte le parti: agli allenamenti, alla scuola di musica e qualche volta in pizzeria coi compagni di classe. Un pomeriggio era molto triste al volante e pensai che anche lui forse aveva pianto. Dopo la curva del maneggio iniziò a battere dei colpi forti sul volante e a dire che tutto faceva davvero schifo e che se avesse saputo che sarebbe andata a finire così…. Per un po’ parlò fra di sè poi si girò dalla mia parte e mi disse che se avesse avuto la possibilità di tornare indietro nel tempo non avrebbe più voluto avere figli. “Troppe complicazioni, troppa responsabilità” disse e alla fine dopo qualche secondo aggiunse: “Niente di personale eh.”

Due palline di pane fritto

L’ultima volta che ho visto Michela abbiamo preso un caffè in Piazza Vieusseux e poi abbiamo passeggiato un po’ in giro per il quartiere dello Statuto. Camminammo tenendoci per mano e pensai che le volevo bene e ancora la amavo. Ci fermammo a prendere un piccolo pezzo di pizza in un forno segreto che mi aveva svelato Gianni Vittori alle superiori, a due passi dall’antico liceo. La signora del forno nel sacchetto di carta aggiunse anche due palline di pane fritto come omaggio. Prima di separarci Michela mi disse che ci avevano proprio trattati come fossimo due uccellini. Poi aggiunse: “Lo so che non ci rivedremo più.”

Micol-jazz-on

La sera in cui Micol-Jazz-on è morto io ero ad assistere ad una rappresentazione dell’Aida all’aperto in un parco della mia medioevale città (non è proprio mia ma ci vivo). Se avessi saputo che Micol-jazz-on si sarebbe spento in contemporanea a quello spettacolo pretenzioso e mondano me ne sarei rimasto a casa a fare il tifo per lui, steso sul letto concentrato come quando cerco di far segnare un gol al Lecce con la forza della mente. Micol è stato assai importante per tante persone ed alcuni ancora non l’hanno dimenticato e non se ne fanno una ragione di questa sua dipartita. Stanotte ad esempio Lapo aveva dei baffi bruni e scrutava l’orizzonte come se volesse far spuntare l’alba col pensiero. Gli ho dato una pacca sulla spalla e gli ho chiesto se stesse ancora pensando a Micol-Jazz-on, lui ha risposto che forse dietro le colline del Chianti c’è il sol dell’avvenir e un giorno da lì vedremo spuntare Micol-jazz-on a capo dell’armata del bene che ci libererà dal traffico e da tutte le rogne. Allora sì che saremo felici per dio. Ho fumato trecento sigarette e sono andato a dormire. Prima di scivolare nei sogni e manifestaremi in mezzo ad una guerra fratricida tra Babilonesi e Marziani ho pensato che l’ultima volta che siamo stati a cena insieme Camilla mi ha messo al corrente che Micol-jazz-on era stato unico nel suo genere e che è riuscito ad arrivare con le sue canzoni a molta più gente di quanto non abbia fatto io con le mie. Caspita quanto è vero tutto ciò. Caspita davvero allora se sono un verme.

Le verità che voi non sapete.

Si chiama Pìopold ed esiste in un terzo piano quieto di uno stabile luminoso d’estate e piuttosto caldo d’inverno costruito dagli Assiri con dell’argilla. Egli nella sua stanza, in cui ha disposto un letto ad una piazza e mezzo, ama ascoltare i Royksopp e sfogliare le riviste di foto artistiche che trova ai grandi magazzini dove trascorre la maggior parte del tempo libero. Adora fare la spesa e riempire poi la dispensa e il frigorifero con vivande tutte scelte con oculatezza, mai a caso, basandosi in prevalenza su una sorta di effetto madeleine dei prodotti più che sul prezzo o sui tre per due che un poco disprezza. Pìopold è abbastanza nostalgico e riflette sulle cose, non solo nel senso di eventi, ma sulle cose come oggetti, sensazioni. Invece le persone entrano ed escono dalla sua vita con un flusso discontinuo e lasciano nella sua vita  una traccia più o meno grande, che potrebbe essere paragonata alle firme lasciate sul gesso di un amico fratturato come segno di partecipazione a una riabilitazione fisica, come strizzata d’occhio virtuale per la conseguenza di una sventura o di un atto sconsiderato. Pìopold ha trentacinque anni, un tempo aveva anche due gatti ma un giorno rientrato a casa un po’ più tardi del solito non li aveva più ritrovati. La finestra che affacciava sul cortile interno era rimasta aperta e fuori tirava un vento caldo che lo fece ripensare ad una giornata di tanti anni prima passata a Rimini con Claudia che era venuta da Trieste vestita con un abito fucsia. Quel vento aveva tirato per tutto il giorno e aveva spazzato ben bene i casermoni di Rimini, gli abnormi funghi di cemento sorti (“Questi palazzi son sorti come funghi, per la Madonna! Ai miei tempi…”cit. vox populi) in prossimità delle spiagge a pagamento. Questo è un dolce ricordo per Pìopold che adesso però mentre rivede per un momento nella sua mente Greta e Simmons che fanno le fusa in una cesta, ripone in frigo le olive ascolane e il latte scremato. Non sembra ma tutto in giro è quasi agosto e le strade sono prive di tutte le solite gambe deambulanti ma in compenso, pensa Pìopold, sono molto più pulite e quasi ti viene voglia di sdraiarti e passare le notti afose dinanzi al Caffè degli Artigiani o lungo il fiume marrone. Ieri poi lungo la ferrovia all’altezza dei grandi magazzini Mas ha incontrato il signor Ginestroni del sesto piano che portava in giro il suo doberman Lauro che ha una palla vizza. Con Ginestroni ha intrattenuto una conversazione circa la solitudine e gli ha detto che non svelerebbe mai a sua madre che la sera a volte si sente un po’ giù, che le piante da un po’ di tempo a questa parte sembrano cambiate anche loro e solo in apparenza le cose sono nella norma. Pìopold ha anche aggiunto che ultimamente ha notato di avere dei problemi di sudorazione eccessiva a livello ascellare e che ciò lo rende irascibile e instabile. Ginestroni aveva annuito e mentre con una mano si frugava il culo aveva detto: “Ahi le verità che non sapete…ahi ahi quante verità che non sapete voi giovini…”. Ginestroni ha sessantacinque anni ed ha fatto il saldatore di silos per cinquanta. “Voi non lo sapete che questa crisi economica è tutta dovuta alla guerra che si sta svolgendo sulla luna, nel lato invisibile della luna, in cui da anni ormai alieni e umani si stanno dando battaglia in una lotta senza quartiere. Ormai più della metà delle risorse mondiali sono impiegate per finanziare questa sanguinosa guerra che,  li mortacci loro, gli alieni hanno voluto intraprendere per soggiogare il genere umano e rubargli la benzina. Poi vede, quanta gente che scompare che manca ormai all’appello da tanti anni. Si dice siano morti, semplicemente fuggiti via lontano ma non è così, si sono tutti offerti volontari come sentinelle spaziali per fare il culo ai fottuti alieni. Jim Morrison non è morto, è risaputo. Indovini un po’ dov’è? Pare sia a capo di un battaglione di oltre duemila uomini”. Mentre Ginestroni parlava era passato un treno espresso (in tazza grande) diretto chissà se verso Ancona. Pìopold continuava ad annuire mentre il Ginestroni spiegava di quanto è truculenta questa dannata guerra e di quanto abbia fatto alzare le tasse e aumentare il costo della benzina. Pìopold a un tratto aveva interrotto il grasso interlocutore dicendo: “Lo sa che ci sono un sacco di paesini abbandonati da queste parti? Pare ci vivano soltanto gli extraterrestri, i fantasmi e gli ‘ndranghetisti che se ti vedono ti sparano forte in culo”.

Eros

Eros per le strade di Roma pensa che è estate ormai, e che tutto l’ultimo perido della sua vita è volato via come un sogno per condurlo infine al caldo umido e alle zanzare. Anche il signore con i tic all’orecchio, seduto alla fermata dell’autobus  ha detto che era proprio  l’ora che venisse fuori un po’ di sole, la gente ha bisogno di andare in ferie ed essere felice. Ma che cosa è mancato perchè le cose andassero per il verso giusto si chiede Eros e a pensarci adesso, con un minimo di distacco dagli eventi sembra quasi assurdo che le cose non si siano avviate verso un assoluto di felicità perchè niente a pensarci mancava. Ora avrebbe voglia di dormire all’infinito sul pavimento, senza fretta di andare da nessuna parte, senza dover fare la spesa o sorridere a nessuno oppure dire “va bene”, senza la rabbia e la violenza. Non c’è più la paura di certe reazioni, di certi sguardi improvvisi. Adesso restano il divano, il frigo spento e il letto rifatto da poco. Ma è luglio e pensa che non è del tutto negativa questa sensazione di essere sopravvissuto a qualcosa di assoluto. Essere sopravvissuto alla deportazione di sè stesso fuori dalla propria vita, a illusioni e a certi momenti di dolcezza, a rare condivisioni. Eros cammina da solo e percorre tutta Roma a piedi, non sente certo la stanchezza e adesso finalmente ricorda di non essere lui Ramazzotti.

Marco

Sotto la veranda ancora non figura alcuna sedia a dondolo ma i lavori in casa almeno sono quasi finiti e mancano soltanto i mobili per riempire lo spazio che diverrà il salotto. Con Chiara andremo all’Ikea e prenderemo un divano, un tavolinetto e un mobilino per il televisore. Appena finito di pagare le spese di ristrutturazione, quando resterà soltanto la rata mensile del mutuo potremo uscire più spesso, andare in pizzeria almeno una volta a settimana e potrò comprare a Chiara la borsa con la fibbia rosa che ha visto al centro commerciale e di sicuro la mia sedia a dondolo. Non vedo l’ora di poter passare il mio tempo libero seduto in veranda indossando il cappello che Mino mi ha portato dagli Stati Uniti di ritorno dal viaggio di nozze con Tamara. Ieri sera a letto Chiara mi ha detto che se vogliamo questi sono i giorni più fertili. Io sono rimasto in silenzio e le ho baciato i capelli. Chiara si è girata e stamattina ha preparato il caffè cantando una canzone che non conosco e non mi ha guardato negli occhi. Anche oggi il cane lupo del vicino  ci ha svegliati all’improvviso e in veranda è pieno di formiche. Devo ricordarmi di andare a comprare il veleno alla Cooperativa.

Cer-te Not-te

“Cer-te Not-te la macchina è calda”

L’estate presso la Grande Buca è arrivata con calma quest’anno, vi sono state innumerevoli piogge e per questo la stagione balneare è andata parzialmente a ramengo e così i sogni di Rock & Roll della gente che vuole bere tanti cocktails e danzare e piacere agli sconosciuti. La gente normale il fine settimana riempie la macchina con le cose e parte, “stacca” dalla routine che è noiosa e giunge presso luoghi che ti fanno essere più felice che a casa tua. Io invece non vado quasi mai via, ho alcuni problemi ad allontanarmi dal mio set di pentole in acciaio inox, dal tavolino dell’ingresso e poi ho adottato di recente una palma che si chiama Cinzia. Vive sul balcone e ancora non può restare da sola, i gerani e le tende verdi la vesserebbero troppo, hanno la gelosia in corpo e infatti mi tengono il muso. Ad ogni modo io sto bene a casa, mi sono organizzato anche per la notte, per dormire solo insomma. Ho comprato tanti cuscini ed ho spostato il megatelvisorone Arthur dal tinello alla camera da letto. In questo modo le notti in cui ho voglia di piangere forte e non riesco a dormire nemmeno dopo tante gocce di Xanax posso dare i baci ai miei cuscini, raccontargli brevi stralci della mia vita, tipo di quando una volta ho trovato un euro per terra ad esempio e sono stato tanto tanto felice. Poi accendo Arthur che ha svariati pollici mentre io invece ne ho due soltanto più due alluci smaltati verde mela. Dentro Arthur caro si svolgono tantissime trasmissioni satellitate, programmi che entrano dentro lo schermo dalle Americhe o dalle nazioni lontane e ci sono i film con Gregory Peck e un sacco di trasmissioni che la gente devono cucinare e alcuni cuochi si incazzano perchè il cibo fa tanto cagare. Stanotte ero steso sotto la mia copertina in vimini quando a un tratto dalla pancia mi è salita in gola la certezza della morte e mi tremavano le gambe. Allora ho acceso Arthur e ho visto un film in cui un aereo si schiantava in un luogo deserto. I passeggeri anche se erano un po’ sporchi di sangue sopravvivevano ma alcuni dinosauri velocissimi li aggredivano e dato che era sempre notte li uccidevano tutti. Credo fosse tratto da una storia vera.