Archivio mensile:agosto 2013

Licio

Erano anni che non sentivo nè vedevo il mio amico Licio. Egli è un commesso viaggiatore e per piazzare i suoi prodotti (crocifissi in piombo gonfiabili) è costretto a lunghe trasferte per tutto il regno ove la gente lo vessa e difficilmente è ospitale. Da giovani con Licio abbiamo passato piacevoli momenti insieme, ad esempio talune sere abbiamo fumato Pall Mall sul balcone di casa mia ascoltando i motori dei furgoni e i clacson pacati della sera certo meno violenti di quelli che al mattino infrangono i sogni. Con Licio non abbiamo mai avuto reali interessi in comune, ma la sua presenza un tempo mi tranquillizzava, in particolare quando mi parlava dei suoi progetti e dei suoi sogni. Mi raccontava delle grigliate che avrebbe fatto una volta che avesse messo su famiglia, di quanta salsa barbecue avrebbe preparato e di come avrebbe lanciato pezzi di salsiccia di nascosto al cane del vicino per farselo amico e farlo tacere. Mi parlava di Claudia, che per le feste era sempre via, a casa dei suoi, oppure da qualche parte con delle amiche e lo trascurava. Quando in seguito scoprimmo che Claudia, che pur qualcuno aveva giurato di aver visto, era solo un cartonato che Licio muoveva con un complesso gioco di spaghi, non rimasi particolarmente sorpreso, come se mi aspettassi in qualche modo una cosa simile da parte di Licio. Poi il tempo ci ha separati, ci ha fatto prendere strade diverse, non solo per quello che è accaduto tra lui e Flavia ma per come le cose sempre vanno. Ieri del tutto inatteso mi ha telefonato e mi ha pregato di incontrarci, al bar di Gallini dove usavamo giocare a flipper, bere amari e d’estate mangiare ghiaccioli alla banana. Quando sono arrivato l’ho riconosciuto subito in fondo alla salagiochi nonostante fosse molto dimagrito e avesse una barba disordinata e rinsecchita sulle guance fin sopra gli zigomi. Mi sono avvicinato accennando un sorriso mentre lui mi fissava senza mostrare particolare entusiasmo. Gli ho dato la mano e lui allora me l’ha stretta con forza inaudita, con entrambe le mani aguzze e gelide. Si è come animato, ha cominciato ad agitarsi e mi ha detto sputando  saliva ovunque: “Marcello, volevo dirti che ho la lebbra, tutto qui. Lo sai che Flavia è morta?” Sono uscito senza rispondergli. Poco fa dentro a un cassetto che non  aprivo da anni ho cercato una foto di Flavia che ero convinto di aver conservato ma non l’ho trovata. Intanto per terra c’è qualcosa che sembra proprio il mio naso.

Furto

Att.ne Spett. Compagnia

Con la presente sono a denunziare il furto delle mie gambe, Louise arto sinistro e Martha pure, entrambe assicurate con la vostra Spettabile Compagnia. L’evento è avvenuto la scorsa notte nell’arco di tempo che va da quando spengo la candela che ho sul comodino e dico le preghierine ai santi al momento in cui i diavoli che mi sono entrati nelle orecchie mi hanno ridestato dal sonno con grida feroci. Tale furto è avvenuto ad opera di ignoti presso la mia abitazione di  Via della Covata Infernale n. 13 a Loro Ciuffenna. A seguito di suddetto furto di gambe ho riscontrato intensi dolori a partire dall’inguine fino all’addome nonché l’impossibilità di raggiungere la posizione eretta per poi deambulare per il creato. Sul luogo dell’incidente ho altresì riscontrato una larga pozza di colore rosso da cui si diramano evidenti delle impronte umane. Vi informo che la pozza sta continuando ad allargarsi col trascorrere dei minuti e che la mia impossibilità di movimentarmi il corpo per raggiungere l’apparecchio telefonico posto sopra la mensola dell’ingressino rende senz’altro la presente missiva piuttosto inutile anzichè no. Per questo motivo ho deciso di scriverla soltanto nella mia testa.

 In fede

 Enzo Frottole

Threesome

Antonella lavora ai magazzini di via Pernigotti e fa il part-time verticale per cui mi ha detto che avrebbe tanto tempo per chiavare mentre io all’azienda sto tutte le sere fino alle otto. Per ovviare a questa mia mancanza e recuperare il tempo che io non ho essa che ha molto sale in zucca ha avuto una geniale idea: il threesome. Il threesome è una cosa che hanno inventato gli americani e consiste nel coinvolgere una terza persona nelle chiavate. Ci sono due regole fondamentali però da rispettare mi ha spiegato Antonella: una è che può essere fatto solo fra due uomini e una donna e mai fra due donne e un uomo e l’altra che un uomo è dedicato al corpo e l’altro all’anima, all’amore puro insomma. Dato che a me Antonella mi ama da morire mi ha detto, io sarò deputato all’anima e avrò anche il privilegio quindi di poter partecipare alle sedute di threesome da remoto. Questo mi faciliterà molto dato i miei impegni di lavoro e la mia reperibilità. L’accordo quindi è che tutte le volte che Antonella avrà trovato il comprimario per fare questo nostro nuovo amore mi telefonerà e io potrò partecipare mettendo in viva voce il telefono e potendo tranquillamente continuare con le mie pratiche mentre lei dal letto mi amerà telepaticamente.

Gratitudine

Io sono molto grato ai capi santi della grande fabbrica perchè al mattino mentre io attraverso la strada verso l’ingresso nord stringendo in pugno la mia valigina e col badge che mi ciondola al collo essi non accellerano coi loro suv e con le belle Mercedes. In questo modo io riesco a sgattaiolare incolume verso il tornello e a recarmi alla mia postazione. Essi non cercano insomma di schiacciarmi cosa che potrebbero fare tranquillamente. La loro è una bontà infinita.

Altre tracce

In ufficio non ho voglia di scrivere pratiche, fuori è bel tempo mentre dentro ho un magma di emozioni contrastanti che mi rallentano i pensieri. Vorrei in questi momenti essere immortale ma ho invece il sospetto che morrò presto senza troppi discorsi. Sarebbe meglio accadesse in un giorno di agosto mentre tutti sono intenti in un giusto relax. Se potessi scegliere preferirei morire in un  giorno festivo in cui le cose magari pesano un po’ meno, in un periodo di ferie dai dispiaceri e dalle responsabilità. Vorrei che la mia morte non fosse una morte da campionato ufficiale ma un’amichevole estiva, qualcosa il cui risultato dopo due giorni non se lo ricorda nessuno. Morire senza moviola. Ascolto Bjork e mi piace molto una sola canzone del disco che ho inserito. Appena me lo ricordo la faccio ripartire ma dura sempre troppo poco e così mi colgono di sorpresa altre tracce che invece non amo. Oggi ho comprato la lavatrice nuova e domani me la portano a casa.

La mia lavanderia

Ho spento il condizionatore da dieci minuti e già non respiro ma l’aria condizionata mi fa sentire come dopo aver mangiato del cibo indiano ormai freddo sul cruscotto della macchina oppure in ufficio, alle nove di sera. Mi fa sentire come una spugna inzuppata di acqua ragia, come una volpe grassa di paglia posta sulla madia di un vecchio cacciatore rincoglionito di solitudine, pieno di pensieri avariati, non più attuali da decenni.
Ma quando la sera in estate arriva l’ora in cui le luci sono finalmente calme fuori dalle serrande e le macchine sembrano rallentare dentro al tramonto, allora io posso ricominciare ad esistere un po’ nonostante il telefono e il pc. Allora penso che domattina dal cinese i miei vestiti saranno pronti e io come prima cosa andrò a ritirarli.
La mia lavanderia di fiducia è gestita da un cinese e ormai ho preso l’abitudine di pensare tra me: “Devo andare dal cinese” e mai “Devo andare in lavanderia”. E’ nel rispetto di questi dettagli che trova spazio la mia serenità.

Le verità di Karim

Mentre per sentirmi un po’ come Karim Capuano faccio le bocche sexy allo specchio grande posto sopra il cassettone in camera della nonna penso che probabilmente anche questa sera andrà male con la tipa. Tutte le sere è la stessa storia con le fighe. Le incontro nei localini oppure ai supermercati e dato che adesso vanto splendide meches e pettorali ben definiti esse mi danno spago e spesso anche il numero di telefono. Così fissiamo le cene e io passo a prenderle con la mia Audi metallizzata. Scelgo sempre i locali giusti e anche se non sono laureato sono comunque un ottimo conversatore dato che leggo Focus. Tutto fila liscio, so fumare bene e anche il modo in cui annuisco e faccio cenno di capire le problematiche delle tipe è sempre adeguato. Ma quando si arriva al dunque, quando le porto nel mio appartamento e dopo un paio di drink andiamo al sodo e ci spogliamo allora nessuna è disposta ad accettarmi e tutte scappano. Nessuna donna mi accetta per quello che sono. Nessuna donna accetta che io abbia le gambe fatte di formaggio. Di groviera per la precisione.

Ginocchia

Possiedo delle ginocchia, lo giuro. Due per la precisione e si chiamano Rolando e Daniele e quando inciampo le batto per terra e loro sanguinano dal naso e dai dentini da latte che ancora non hanno dismesso. Inciampo e cado in terra perché sono scimunito a causa di alcune radiazioni che mi sono entrate nel cervello quando ero bambino e così non riesco a prendere bene le distanze quando cerco di saltare i fossi oppure le auto in sosta. Salto tutto quello che posso però perché saltare è il mio hobby che è bello. Oggi ho fatto un record, infatti ho saltato con successo ben quattro cose: il bidet, l’aiuola con la rucola, il termosifone vecchio e la ringhiera del balcone, senza mai toccare questi ostacoli coi piedi. Dato che però abito al terzo piano, quando sono atterrato dopo aver saltato la ringhiera del balcone, ho sentito un rumore fortissimo e un cattivo sapore in bocca. Poi non riuscivo più ad alzarmi. Qui in ospedale il dottore mi ha informato che mi sono spappolato le gambe e che è necessario segarle via con urgenza. Il dottore mi ha però garantito che cercherà comunque di salvare Rolando e Daniele così che anche se soltanto per bellezza resteranno per sempre le mie ginocchia.

Quando mamma mi mangiava le dita

Fu il ricordo di quelle mani ad artiglio che arraffavano voraci il suo piccolo sesso con la scusa dell’igiene ad attraversare la mente del povero Jimmi un istante prima che il furgone della frutta su cui sedeva al posto del passeggero finisse fuori strada ed andasse ad abbattere la bianca betulla posta all’ingresso del paese.  Le mani di un’arpia senz’ali, falena farcita di ostie stantie e briciole di Oro Saiwa smarriti nei meandri di madie inaccessibili, messi al sicuro nel salotto buono. Il salotto dove Jimmi giocava con suo cugino alla Borda che li avrebbe sbranati alla nuca, li avrebbe raggiunti che ci fosse buio oppure la luce del giorno, con un morso fatale al collo oppure al polpaccio. La testa di Jimmi mentre si apriva contro il tronco del giovane albero ripensò alle mani rosse e screpolate di sua madre, alla sua sottana a fiori, alla crocchia di capelli castani e agli occhi azzurri persi in qualche pianura della sua infanzia. Pensò che morire era dunque tornare finalmente dalla mamma, dalle sue carezze e dalle sue parole di conforto durante i pomeriggi d’estate in cui tutti gli uomini erano dispersi per il podere, avvinazzati a darsi pacche, a dare calci ai sassi tenendosi la pancia gonfia di arrosto. Intorno c’erano rumori di motoseghe, galline, la nonna di Robi che lo chiamava perché stesse in casa durante le ore più calde e non si addentrasse nella “mandria”, il castagneto che circondava tutte le fattorie della Casellina. Jimmi in quei pomeriggi sentiva un senso di inadeguatezza perché tutto si svolgeva secondo un copione irrefrenabile, sempre uguale a sé stesso e soprattutto senza giungere mai ad uno scopo finale. Le giornate si svolgevano solo per poter ricominciare ogni giorno uguali a sé stesse, in attesa di qualcosa che non si poteva definire o programmare. Contava soltanto lavarsi le mani prima dei pasti, dare il bacio sulla guancia di pollo arrosto del nonno, scampare alle vipere nei campi e non morire per un colpo di sole durante le ore del pomeriggio. A Bambi, il figlio della Bruna era successo di prendere troppo sole in testa perché non voleva mai dormire il pomeriggio ed era per questo che era diventato tocco e si mangiava il moccio verde seduto su una sedia di vimini accanto all’ingresso della casa dei suoi nonni. Si diceva che Bambi fosse continuamente sotto l’effetto sedativo di alcune pillole blu a forma di coniglio che gli impedivano di diventare un assassino e che se avesse smesso di mangiare questi coniglietti blu avrebbe probabilmente preso a forconate tutta la sua famiglia e chiunque si trovasse davanti. Jimmi proprio mentre moriva contro la sua betulla ricordò di aver visto un pomeriggio di settembre Bambi con un gambero di fiume appeso al naso mentre correva e urlava. Quella era stata l’ultima volta che lo aveva visto prima che Bambi fosse portato al manicomio di Cesena da cui non sarebbe mai più tornato.

Il Catering

Francesco e Sara mi hanno invitato al loro matrimonio che è stato proprio un bell’evento e si è svolto parzialmente all’interno di una casa mezza rotta detta per l’occasione “chiesa” che dentro ci sta un signore strano detto “parroco” con la bocca piena delle parole del Cristo. La seconda parte del matrimonio, dopo che abbiamo tirato il riso su Sara e Francesco, detti per l’occasione “gli sposi” e che erano tanto belli e vestiti con gli abiti sartoriali, si è svolta presso un castello che dentro era stato trasformato in un ristorante. Vi erano tanti tavolinetti pieni di ghiotte pietanze e le persone che deambulavano per le sale, dette per l’occasione “gli invitati”, spelluzicavano e fagocitavano queste varie delizie con somma gioia. Io dopo aver bevuto uno o più spumantini, dopo avere dato una o più pacche sulla spalla al mio amico Francesco e avergli detto una o più volte “congratulazioni” gli ho chiesto se al tavolo con me fosse prevista la presenza di qualche bella fanciulla che per l’occasione mi avrebbe amato. Egli compunto, sistemandosi il ciuffo, ha risposto: “Altro che fanciulla caro mio. Ho dato disposizione al Catering che tu non scopi. Fino al duemilaquindici.” La serata è quindi proseguita piacevolmente e i camerieri, detti per l’occasione “il Catering”, sono stati molto gentili e mi hanno assistito in tutti i miei bisogni, senza lasciarmi mai da solo. Uno in particolare, biondo e con la barba rasata alla perfezione, ad un tratto mi si è seduto accanto e si è messo ad osservarmi sorridendo. Ogni tanto mi dava una pacca su una gamba e mi chiedeva se volessi ancora un po’ da bere.

E’ passato quasi un mese dal matrimonio di Francesco e Sara che adesso sono partiti per un viaggio nelle Indie ma mi hanno già mandato una cartolina che ritrae un elefantino in tutù rosa. Mi auguro che si divertano assai in viaggio e che presto ritornino con tanti racconti da farci. Lo dico sempre anche al caro Bert che dalla sera del matrimonio non mi ha più abbandonato. Sta sempre accanto a me, giorno e notte mi assite col suo sguardo biondo e la barba perfetta. La sera mi rimbocca la coperta, mi porta la minestrina e proprio non vuole che Tamara venga ancora a cena qui. Ha detto che penserà a tutto lui e che dormire sulla sedia non gli pesa affatto. Bert è davvero un ragazzo gentile.