Archivio mensile:settembre 2013

I muri

Ci sono tanti muri al mondo, io li vedo tutti i giorni ed è una verità inconfutabile che essi siano ovunque. Anche la mia casa ha tanti muri che io nel tempo ho più e più volte imbiancato utilizzando tutti i colori dell’arcobaleno e in particolare il seppia che adoro e rappresenta la mia personalità. I muri sono una cosa decisamente importante, tutto si svolge dietro ai muri, le cose avvengono solitamente dietro e davanti ai muri dove muti ce ne stiamo a volte, oppure in piedi con lo sguardo rivolto a un riflesso indistinto di qualcosa che finiamo per confondere con noi stessi. Dietro e davanti ai muri dunque oggi ci stiamo noi tutti abitanti del duemilatredici, ma un tempo ci stavano gli uomini antichi e gli abitanti del futuro continueranno a dover interagire con i muri. Mio padre quando ero bambino costruiva muri abusivi in giardino, faceva gettate di cemento e terrazzava il terreno agricolo che avevamo intorno casa. Se c’erano muri inutili lui con la sua piccozza li smartellava a dovere e la notte poi non riusciva a dormire perché gli si erano infiammati i tendini e i muscoli delle braccia. Non ci sono poi carezze più disperate di quelle che ho fatto al muro della mia cameretta a tredici anni, quando con i polsi ingessati, steso dolorante sul letto accarezzavo con la punta delle dita le guance paffute di Brenda oppure i capelli di Kelly e dalla breccia profonda del mio cuore mi trovavo per un istante a Beverly Hills a bordo di una porche. Come i ponti uniscono, così i muri separano e tutto dipende comunque da quello che si vuole ottenere, da cosa è utile in quel determinato momento. Separare e ricongiungere, trovarsi e perdersi, dirsi ciao ciao amore mio e poi sparire per sempre, dietro un muro fatto di chilometri di silenzio. Quando il muro di Berlino è caduto io ero un bambino e non capivo bene perché ci fosse stato così tanto scalpore per un muro alto nemmeno quattro metri e che per di più non aveva neppure costruito mio padre.  Recentemente poi le notti sono state tanto buie e Chiara mi ha spedito dalla Svizzera una foto del Muro del Pianto di notte in cui appaiono rabbini in pose rigide come fossero pietrificati, penso agli occhi di Michela, a una passeggiata notturna nella neve, per mano. Dietro alla foto c’era scritto “Settembre”. Settembre è adesso e gli angeli del Signore mi hanno convocato presso il Kansas per andare a controllare la qualità del petrolio, per osservare altri muri e testare ancora il confort standard degli hotel a quattro stelle. Ad aspettarmi ci saranno colazioni a base di uova strapazzate e succo di pompelmo infilato in bussolotti di vetro. Stanze di hotel piene di enormi letti che riesco a riempire neanche a metà. Letti pieni di cuscini, sei, dieci, centoventi cuscini, ampi e freschi. Sarebbe felice Camilla, ripenso alla palizzata di cuscini che una volta eresse in mezzo al letto per dividere più o meno equamente lo spazio e non essere disturbata. Che mura stupende si potrebbero fare con tutti i cuscini messi a disposizione dagli hotel a quattro stelle. Domani dunque partirò verso altre solitudini. Sto ancora preparando la valigia quando mi chiama mia madre e dice: “Lavori troppo, dovresti pensare di più a te, ormai hai una certa età ed è evidente che  trovi solo donne sbagliate. Sarà sempre peggio lo sai? Se le donne non ti vanno bene e alla fine scopri che ti interessa altro, guarda che non c’è niente di male.”

Il muro di Berlino è caduto nell’89.

La mia salute

Negli ultimi tempi le cose sono andate oserei dire alla grande. Ho socializzato in treno con della gente e ciò mi ha fatto sentire meno solo. Ci siamo scambiati opinioni sul tempo, sul governo, queste persone avevano le occhiaie e puzzavano un po’ ma mi è bastato trattenere il respiro e mi ha dato soddisfazione che mi dessero così tante pacche e mi dimostrassero affetto. Altra cosa bella è che ho ottenuto un rimborso su una multa per eccesso di velocità piuttosto salata che avevo dovuto pagare e che ci sono voluti anni a spiegare che io non ho mai posseduto un’auto e non ho la patente. Mi hanno reso il cinquanta percento. Ma la cosa più bella è che mi hanno telefonato dagli uffici dell’anagrafe per dirmi che la mia domanda per cambiarmi il nome è stata accolta. Dovete sapere che di cognome faccio Grasso ed in effetti essendo piuttosto pingue come cognome tornerebbe pure ma diventa ridicolo, ad ogni modo i signori dell’anagrafe hanno accolto la mia domanda dicendo che posso cambiarlo in Cazzo. Ho accettato subito, Bue Cazzo è infatti un nome che non mi mette alla berlina evidenziando che sono un’insulsa palla di lardo. Dati tutti questi lieti eventi avevo deciso di organizzare una piccola festicciola a casa con i miei amici più stretti (essi si affollano nei meandri della mia mente) ma da qualche giorno ho altresì riscontrato alcuni disguidi nel mio stato di salute. Il mio colorito tende un po’ al verde pisello e vomito tutte le mattine appena mi desto. Gli occhi si sono molto infossati e come sciolti dentro le occhiaie fonde che sfoggio attorno al naso. Poi ieri da un orecchio mi sono uscite volando alcune cavallette. La mia salute non è buona. Eppure proprio settimana scorsa per praticare una dieta sana ho scongelato dal surgelatorone di mamma la riserva di pesche che essa mi aveva lasciato prima di andare a vivere nello spazio con il nipote di Jurij Gagarin. Sulla busta c’è indicata la data in cui mamma mi ha confezionato le pesche e la provenienza: Aprile 1986 – Pryp’jat’. Le pesche dovrebbero far bene alla mia salute e non capisco proprio perchè invece sto così tanto male.

Obsolescenza

Mauro è un uomo molto saggio e anche colto e quando la sera ogni tanto ci ritroviamo a bere un crodino al baretto mi spiega le cose, mi impara a vivere insomma. L’altra sera c’era un tramonto bellissimo ed ero contento di parlare con Mauro, al bar c’era la musica malinconica e per strada un cane annusava il culo ad un altro cane più alto e fiero. Mauro dopo aver fumato una sigaretta in silenzio mi ha spiegato che esiste al mondo una cosa chiamata obsolescenza programmata e che funziona che le aziende rendono i prodotti più fragili appositamente in modo che si deteriorino prima e che quindi i consumatori debbano procedere con ulteriori acquisti dello stesso prodotto. Oppure succede che escono tantissimi modelli dello stesso prodotto a brevissima distanza così che tu appena hai comprato una cosa essa già non è più l’ultimo modello e puoi benissimo tirarla via e comperarti l’ultimo modello che però sarà ugualmente ormai superato. Insomma si scala sempre di uno e tu non diventi mai felice e ti girano le palle. L’obsolescenza riguarda però anche altri ambiti secondo me, ambiti che le aziende non possono controllare. Ad esempio ci sono alcune parole che sono ormai obsolete tanto che a me mi mettono anche in imbarazzo a pronunciarle. La prima parola che dovrebbe a mio avviso essere sostituita è “mutande”. Non riesco a non sentirla antica, insensata e imbarazzante, tanto che quando debbo acquistarne di nuove mi trovo sempre a disagio. Ieri ad esempio uscito da lavoro mi sono recato da Intimissimi e appena entrato per non dover usare quella maledetta parola ho detto: “Mi servirebbe un portacazzo. A fiori possibilmente.” La commessa è arrossita e dopo qualche attimo di silenzio ha chiamato un signore di nome Ruggiero che giunto dal retro mi ha invitato ad andarmene dal negozio, mi ha dato delle spinte sulle spalle e mentre stavo uscendo ha detto Limortaccitua. Di sicuro sto Ruggiero non sa nemmeno cosa vuol dire obsolescenza e avrà la casa piena di mutande il poveretto.

Fujiko

Fujiko era il migliore di noi. Almeno a livello tecnico era sicuramente il migliore e per questo per tutto il periodo in cui abbiamo provato insieme abbiamo sembre accettato che si presentasse in sala con ore di ritardo e che non facesse mai una parte di chitarra uguale alla volta precedente. Noi a Fujiko gli volevamo bene, lui ci guardava da dietro i suoi occhiali sottili in maniera glaciale ma a volte scoppiava in risate fragorose e allora ti veniva di dargli una pacca su una spalla anche se poi nessuno si è mai azzardato a farlo davvero. Una volta si presentò in sala prove con una tastiera vintage piena di effetti barocchi e rumori ridicoli e abbandonata la chitarra iniziò a riempiere le nostre canzoni con suoni inauditi. Edoardo lo redarguì duramente per questa sua trovata e gli disse di fare sul serio e di smetterla di cazzeggiare. Fujiko allora sparì. Lasciò il gruppo con un denso messaggio via mail: “Lascio il gruppo.” Non l’ho più rivisto, non mi ha più risposto a nessun invito, a nessuna comunicazione. Con gli altri ci siamo interrogati spesso se fosse davvero esistito questo fantomatico chitarrista giapponese e alla fine abbiamo decretato unanimi che no, egli non esiste sul serio e che si è trattato, è evidente, di un’allucinazione collettiva. Settimana scorsa mi ha chiamato Edo dalla Russia e mi ha detto: “Fujiko si sposa, sta per diventare padre. Pare sia felice.””Dici sul serio? Come lo hai saputo?” “Macché sto scherzando. Non esiste nessun Fujiko, lo sai anche tu. Quando vieni a Mosca piuttosto ricordati di portarmi del parmigiano, chili di parmigiano e dell’olio d’oliva. Extravergine. “

Aspettative

Alice mi ha risposto. Ha risposto a una mail del 2008. Ha scritto di rivederci. Ma come è possibile rivedersi dopo che le cose sono andate a fondo così rapidamente e in modo tanto improvviso che se qualcuno fosse sopravvissuto al naufragio certamente ne sarebbe uscito pazzo? Come è possibile riparlarsi dopo che tutto è esploso senza una ragione accettabile? Rivedersi. Fissare cioè un appuntamento in un certo luogo e in una data ora, pensare al posto adatto al rivedersi, all’orario più consono per non intralciare impegni ormai solo presunti. Perché rivedersi dopo tutte quelle cose uscite di bocca in sere in cui eppure a livello metereologico tutto il bene appariva possibile e sembrava stare a portata di mano come i riflessi del sole appesi alle grondaie dei fondi in ristrutturazione. Sarebbe un incontro senza parole, fatto soltanto di biechi sguardi, dolore e rabbia. Penso davvero che alla lunga, spettabile amore mio, si possa soltanto morire.

Stellina

Come quando si gioca con i bambini hai detto, piegati sulle ginocchia per ascoltare suoni inauditi ed espressioni che alludono a un’altra vita, è necessario ad un tratto rialzarsi e tornare alla propria dimensione perché le gambe non si intorpidiscano e diventi poi un’impresa risollevarsi. E’ necessario osservare ciò che si para dinanzi ai nostri occhi, gli alberi in ottobre ad esempio, ancora saturi di memorie marine e il desiderio imprevisto di aver avuto un’altra giovinezza e tutta un’altra storia da raccontare. Le scarpe da basket della Nike calpestano le strade e ci  portano a Natale e poi di nuovo alla primavera che sempre più svanisce. Vorrei dormire come una stellina dentro al mestolo mi hai detto prima di confessarmi: lo sai che ieri parlando con mia madre a un tratto nei suoi occhi da bambina, per un solo breve istante ho visto Giovanna e non la madre di Serena?  Per un solo attimo forse mi ha capita ma so bene che non servirà a niente. Un attimo non basta e l’inverno è alle porte.