Archivio mensile:ottobre 2013

Grandi occasioni

Stasera finalmente sembra un po’ autunno e non più una lungaggine dell’estate e fuori è buio e io sono bello. Accanto agli uffici postali qualche sera fa qualcuno ha dato fuoco a un chiosco di panini e bibite gassate, nei dintorni si sente ancora odore di bruciato, la combustione non ha risparmiato neppure la testa di maiale farcita da una mela che faceva da locomotiva alla porchetta stantia posta in prima fila sul bancone. Non ho impegni stasera, solo del lavoro da ultimare, forse e nell’agenda un paio di commissioni urgenti che rimando da settimane. Uscito dall’ufficio torno a casa a piedi per godermi il viale di tigli che mi porta via, lungo il percorso una volta accanto a un cassonetto ho perfino trovato un cane di plastica che ho adottato. Adesso Spike vive sulla mia terrazza,  sta fisso nella sua posa di pvc e scruta orizzonti banali,  facciate di palazzi, terrazzine colme di panni stesi, lavatrici sporche di ruggine. Con Spike stasera osserviamo un paio di calzini a righe, delle mutande, un reggiseno slabbrato, due asciugamani e un lenzuolo macchiato, forse di piscia. Mi immagino che Spike adesso mi chieda una sigaretta e nel silenzio della sera rispondo “no”. Domani è la festa di tutti i santi e potrò andare al supermercato a guardare le gambe delle persone, a comprare generi alimentari a lunga conservazione. Forse se sarò in vena di grandezze acquisterò anche un dopobarba nuovo da usare con parsimonia nelle grandi occasioni.

Il pappagallo

Quando il vecchio capo ha dato le dimissioni dicendoci che doveva andare in missione sulla Luna di Giove ha portato una vaschetta di gelato gusto amarena e ci ha detto che dovevamo fare i bravi e continuare così perché lui lo sapeva per certo che il Gran Budda aziendale, pur non conoscendo i nostri nomi e non sapendo a dire il vero neppure della nostra esistenza, era assai fiero di noi. Mentre il vecchio capo con la palettina ci riempiva  i bicchierini per un secondo giro di gelato ci ha detto che l’aumento annuale era pari a zero e ci ha regalato un sorriso smagliante. Si sono alternate le stagioni e neve e foglie sono cadute in abbondanza e il gabbiotto regale da cui un tempo il vecchio capo aveva scrutato attento le nostre mosse e la qualità del nostro lavoro rimasto deserto ha assunto l’aspetto di una rovina romana, di un sito archeologico di antichi fasti, di antico esercizio del potere. Le nostre barbe si sono allungate e le chiome si sono incanutite senza che lo spettabile Gran Budda aziendale si decidesse a designare per noi un nuovo capo. Giunse poi la triste epoca della prima guerra solare che vide fra la nostra gente lutti e devastazioni infinite ma l’Azienda resse il colpo e proseguì con la produzione e commericalizzazione del prodotto*. Finalmente un giorno giunti un mattino presso il caro ufficio, laddove un dì aveva troneggiato il vecchio capo abbiamo trovato un pappagallo fucsia appollaiato su un piccolo trespolo di marzapane. Una visione, un miracolo. Il capo! Il nuovo capo ci siamo detti. Da allora egli, il nuovo capo ci scruta, osserva il nostro lavoro, severo e silenzioso ma sempre attento alla qualità del nostro lavoro ma soprattutto alla qualità delle granaglie che ad ogni ora dobbiamo servirgli in tavola perchè egli possa nutrirsi becchettando sicuro sul ripiano in formica mentre noi cauti gli accarezziamo il capino e gli diciamo “Bravo, bravo, quanto sei bravo!”

 

*madri in scatola

Luomo coi bafi

Dopo che l’altra sera uscendo dalla discoteca il mio amico Arcibald si è fatto uccidere con una coltellata dal buttafuori perché non voleva pagare i due euro del guardaroba io sono andato dal venditore di hot dog che tiene il corpo dentro al camioncino bianco e blu e ho comperato tantissimi panini con dentro la maionese e il salame. Ho deciso che devo diventare un’enorme vescica di grasso, un agglomerato brulicante di lipidi per rendere felici le voci che mi cantano le storie di notte mentre il sonno mi scappa via dagli occhi. Mentre pagavo i panini, da dietro l’angolo del camioncino bianco e blu è spuntato Luomo coi bafi che mi ha fatto tanta paura. Luomo coi bafi non è una bella cosa quando lo vedi perché poi egli torna quando meno te lo aspetti e ti fa “Bù” all’improvviso e tu tremi, piangi e te la fai sotto. Egli è cattivo. Spero tanto che Luomo coi bafi stasera non viene a prendermi per portarmi alla discarica e lì farmi “Bù! Bù! Bù!”.

Specchio

La mamma mi disse che se non mangiavo la minestrina gli zingari sarebbero venuti a prendermi e mi avrebbero portati via. Io continuai a battere il cucchiaio sul tavolo e a urlare. Ero cattivo.  Gli zingari vennero quella notte stessa, bussarono alla porta e qualcuno, un’ombra con addosso una vestaglia di seta andò ad aprire la porta. Parlavano strano. Adesso vedo i cipressi fuori dalla finestra del refettorio, la suora mi osserva mentre tuffo il cucchiaio dentro al brodo di pollo che mi fa tanto bene e io sto attento a non sporcarmi e mangio con cura, senza disturbare. Faccio un buon uso del bavaglino. Ma l’altra notte ho spiato io la suora. Da dentro un cassetto ha tirato fuori una vestaglia di seta che ha indossato circospetta sul corpo nudo. L’ho osservata che si rimirava davanti a uno specchio fatto a forma di civetta, camminava avanti e indietro, all’improvviso si è messa a saltare sul posto in modo da lasciare scoperte le gambe. Quando ha smesso è scoppiata a ridere forte dentro a una mano.

Negli uffici in ottobre

Negli uffici in ottobre c’è polvere ovunque, sopra e sotto ai tavoli e il sole è un mostro gottoso che se ne sta fuori dalla finestra.

La vita intanto è scattata in avanti di un’altra casella e adesso c’è un nuovo schema da affrontare anche se ho perso i cerotti e proprio non vorrei giocare ma piuttosto perdermi nella nostalgia di tutto.

Vorrei che il vento d’autunno oltre alle foglie si portasse via anche la mia pelle, gli occhi e le gambe, la strada.

Vorrei che di me rimanesse soltanto un mucchietto di ossa in un angolo chissà dove.

La signora delle pulizie stasera aveva un fermacapelli a forma di stella e passando mi ha salutato piano.

Pangolino del Gabon

Ghino e Tamara si incontrano dinanzi all’ingresso del ristorante, è un tipico locale per coppie, si chiama Coco Trippone e ha le luci soffuse. Fuori tira vento, è freddo, Ghino entrando si mette una mano in tasca per controllare di non essersi scordato le chiavi della macchina attaccate alla portiera, per un attimo pensa che l’indomani dovrà certamente recarsi presso il più vicino ufficio postale per pagare le bollette delle utenze e l’Irpef. Tamara si è fatta il caschetto per l’occasione e ha gli occhi truccati di scuro, indossa un abito a fiori fucsia e una giacca di jeans, stivali bassi e sulle labbra il gloss è perfetto. Il cameriere ha un’aria preoccupata e quasi senza fiato li accompagna nella saletta posta nel seminterrato, esplicitamente richiesta da Ghino per una questione di intimità. Vengono fatti accomodare nel tavolo posto al centro della piccola stanza, i due tavoli di lato sono deserti, dall’alto del soffitto a volte si sentono il rombo di una moto, clangore di piatti gettati nell’acquaio e tazzine da caffè estratte con veemenza dalla lavapiatti. Tamara sorride sicura, ha usato un nuovo filo interdentale alla menta piperita e si è sbiancata i denti da appena una settimana. Mentre brindano con del Souvignon bianco prodotto in Alabama, Ghino accenna un timido sorriso e dice che è contento che si siano decisi a rivedersi, che si stiano dando questa possibilità. Tamara si raschia la gola con quello che nelle intenzioni sarebbe dovuto essere una risata e appoggia il bicchiere sul tavolo piuttosto rumorosamente. Dà ragione a Ghino e dice che è dispiaciuta per quello che è successo, per le incomprensioni, del resto la convivenza non è mai uno scherzo. Ma non ci si deve dare per vinti e poi sono proprio le diversità reciproche a volte ad attrarre le persone. Stare in coppia è ormai diventata un’impresa eroica, ma guai ad arrendersi. Ghino sfoggia un sorriso moscio sulle labbra, ha le guance già un po’ rosè per via del vino e pensa che deve proprio decidersi a perdere quei due chili che ha messo su negli ultimi tempi. A calcetto è apparso molto appesantito e nell’ultima partita ha colto solo un palo con un tiro sbilenco da buona posizione. Non è proprio da lui. Tamara controlla il telefono con aria assorta e sbuffa, si scusa con la voce che un po’ si fa stridula e dice che ormai lavora ventiquattro ore al giorno ma del resto se si vuole inseguire il proprio sogno, mettere su la propria attività e staccarsi definitivamente dai soldi paterni è un sacrificio necessario. Ghino annuisce. Il cameriere, di un pallore mortale porta in tavola un’ insalata che pone davanti a Ghino e del manzo per Tamara che prima di partire con le operazioni di affettatura, premurosa chiede a Ghino se gradisce assaggiare salvo poi scusarsi pochi istanti dopo dicendo che non si ricorda mai delle sue abitudini alimentari. Insiste che forse non se le ricorda perchè non le accetta, del resto è una cosa naturale mangiare il manzo, la natura funziona così, esiste anche una cosa chiamata la catena alimentare. Ghino sollevando la saliera a mezz’aria sorride e annuisce, dice che lo sa che è naturale ma che lui preferisce così. Tamara precisa che la carne è molto buona anche se a Pistoia c’è un ristorante in cui la ciccia è davvero insuperabile. Ghino sorride, dice “Davvero?” Poi si schiarisce la voce e confessa che un po’ fa paura ricominciare una relazione, che insomma non è facile dimenticare certe cose. Lei in silenzio si osserva il piatto, afferra il bicchiere e beve un altro sorso di Souvignon. Lui continua e afferma che comunque anche secondo lui ne vale la pena di provare anche se ha molto sofferto. Sta per aggiungere che tante notti non ha potuto dormire e ha passato domeniche intere a piangere vagando per la città quando nota che lo sguardo di Tamara si è come smarrito su un punto della parete che lui ha alle spalle, quindi tace e non finisce di esporre i suoi pensieri. Il silenzio dura però soltanto un secondo poi Tamara come colta da un pensiero improvviso indica alle spalle di Ghino ciò che stava fissando, cioè un fucile appeso alla parete. Quasi grida: “Guarda. Guarda quel fucile. Il cazzo di Pietro era grande come quel fucile, ti giuro! Giuro, non sto esagerando.”

Latte di gallina

Ho riempito duecento bottiglie di plastica con l’acqua piovana precipitata di recente dal mio cielo. Se le chiudo al buio dello sgabuzzino l’acqua diventerà latte di gallina che è santo e finalmente potrò curarmi. Potrò curare le ferite del corpo, di tutti questi pensieri e lavare via le maledizioni. Me lo ha giurato la signora che ha il buco al posto dell’occhio e la sera in piazza Dalmazia accarezza i piccioni, parla ai cassonetti e una volta su un foglio mi ha disegnato la morte.

Gli animali domestici

Ogni strada a Firenze è un ricordo, ogni canzone che amo equivale lo stesso a un ricordo. Silenzio e buio stasera, null’altro, nella stanza remota ogni tanto un ronzio. Domani si potrà tornare a parlarne della vita e dei progetti, dell’orlo ai pantaloni e del contorno occhi, dei miei sguardi troppo stretti. Ma non adesso, non stasera che tutto fa male e niente è più al riparo. La stagione delle pioggie non è ancora cominciata nonostante le nuvole scure e non fa per niente freddo. Da quando i gatti non ci sono più la stanza è quieta e non c’è nessuno a coccolarmi se si escludono le zanzare che azzannano la notte. Ho spento il fornellino con l’insetticida e aspetterò a braccia aperte questi miei nuovi animali domestici. Da solo dormo molto male e ho bisogno di questi baci aguzzi. Sono tempi di guerra, chissà se nel fiume ci stanno le meduse.

L’autunno era un barbagianni muto.

Stropiccio i fogli che trovo nelle mie tasche e guardo dalla finestra, le mie dita sono smangiate, con le unghie a pezzi, indosso pantaloni dozzinali, color benzina e i miei telefoni non squillano da giorni, ho perso il lavoro. Devo averlo lasciato sulla corriera ieri mattina dato che mi sono distratto leggendo il giornale in cui come al solito di me non si faceva menzione.

Le arance nel portafrutta sono vizze e sbiadite, distolgo lo sguardo e guardo ancora dalla finestra ma niente è cambiato, fuori è buio. Le cornacchie volano sui tetti? Per la strada forse un uomo sta appeso tramite un guinzaglio a un cane ingiallito. Berrò del vino bianco stasera, da solo, vino dolce possibilmente.

Chiudo gli occhi e vedo la cartina geografica del mondo che stava sulla parete dietro alla maestra in prima elementare, caspita quanta acqua che c’è al mondo pensavo da bambino. Più di tutto mi affascinava il Sud America perchè sembrava un po’ una pera aguzza, posta di tre quarti e per niente intimorita dallo spiccato prognatismo dell’Africa.

Da bambino a scuola ero solito rosicchiare il lapis come un castoro e la maestra Bruna allora mi dava degli scapaccioni forti sulle guance e mi diceva che ero cattivo e un idiota e che gli altri erano molto meglio di me, erano più bravi, alcuni erano anche più belli e i loro genitori erano pure conti o marchesi.

In classe alle elementari eravamo in sette, mio padre faceva l’idraulico e guidava una centoventisette rossa con dietro un adesivo del coniglio delle caldaie Vaillant, ricordo che quel coniglio era buono, non mi ha mai fatto del male e mi sorrideva dalla sua salopette verde. Da bambino a ricreazone avevo spesso un brivido che dalle spalle arrivava alla vescica quando iniziava la ricreazione ed eravamo lasciati liberi di mangiare le merende che le mamme avevano inserito nei nostri panierini e io non so perché ma in quei frangenti mi sentivo come fossi abbandonato. In particolare di quegli anni d’infanzia ricordo i lenti movimenti del cielo e le nuvole appostate fuori dalla finestra, le foglie ammassate nel giardino della scuola. A casa la sera c’erano rumori di ali di pipistrello, fruscii di serpi e barbagianni dal bosco e odore di legna bruciata e i fischi del vento fra i rami dei tigli. Ricordo l’odore dalla camomilla la sera e la tosse secca e intermittente di mia madre, i suoi passi nervosi che dalla cucina arrivavano fino al mio letto striminzito. Da bambino ero solito rimandare i compiti fino a notte fonda, fin quando da sotto la porta il Baubau non strisciava fino al mio scrittoio per aiutarmi. Poi il giorno dopo quando la maestra mi sgridava perché era tutto sbagliato io tacevo e guardavo fisso la lavagna senza fiatare, mi prendevo tutte le colpe. Non ho mai confessato che era stato il Baubau a suggerirmi di farei miei compiti in quel modo. Non sono mai stato una spia e per questo a volte il Baubau ancora torna a trovarmi la notte, per suggerirmi i prossimi errori, per pianificare la mia disfatta, come se la mia vita fosse soltanto una tela di Penelope da disfare nel silenzio della notte. Ma a volte siamo nostalgici e allora più che dei programmi per il futuro parliamo del tempo già trascorso insieme, del passato e sopratutto di quell’autunno freddo in cui ci siamo incontrati per la prima volta. In quell’autunno la mamma era stata così tanto male da dover essere ricoverata nel reparto segreto dell’ospedale dove nessuno poteva andare a trovarla. Il babbo allora mi aveva detto che dovevo iniziare a fare il bravo e smetterla di piangere la sera quando era ora di andare a letto e si dovevano spengere le luci. Quando la mamma tornò a casa era diventata strana, non piangeva più la sera ma io lo sapevo che non mi voleva bene.

La televisione e tutti i miei amici belli

Di notte ormai dolori incolmabili mi battono ovunque e mentre al buio resto seduto per ore nella mia stanza, il mio corpo è come in croce. A volte per star meglio ho provato a fumare sciami di sigarette ma non è servito granché perché le streghe e i demoni restavano comunque dentro la mia testa, nonostante l’odore forte del tabacco tostato e la grazia solitaria dei miei gesti nel portare le cicche alle labbra. La televisione invece a volte è servita a farmi un poco addormentare e a dimenticare tutti i mali serpeggianti. Dentro di sè la televisione contiene infatti tutti i miei amici più cari, i miei amici belli che per l’esattezza sono: i signori Senatori della Repubblica, sempre così eleganti e che vivono dentro al telegiornale delle 20.00, la sig.ra Clerici Antonella che ha tantissime tette e fa i programmi sui cibi e le delizie e il sig. Fazio Fabio che non litiga mai con nessuno ed è tanto, tanto buono. Ci sono infine i miei preferiti, i miei amici piccoli, essi sono dei cuccioli che hanno la pelle blu e si fanno chiamare i Puffi. Io credo che essi mi vogliano molto bene perché mi sorridono di continuo e fanno cose tanto divertenti e ingegnose presso il loro villaggio. Io gli ho anche messo una ciotolina d’acqua accanto alla tv e un piattino coi croccantini di pollo del gatto nel caso che una sera avessero tanta fame e non avessero tempo per prepararsi niente.