Archivio mensile:dicembre 2013

Super Natale Natalissimo

La nebbia stasera è presso gl’irti colli e fra poche ore comincerà il Santo Natale, io sono abbastanza emozionato anche se debbo confessare che anche questo sarà un Natale ordinario, pieno delle solite cose che tutti ben conosciamo, pieno delle consuetudini dei Natali come siamo bene o male tutti abituati a celebrarli. Così mi sveglierò tramite il gracchiar di rana della mia sveglia verso le nove, nove e dieci e  indossando ciabatte mi recherò nello stanzino presso l’alberello in ghisa che ho addobbato con le mie calze vecchie. Sotto l’albero troverò le miei scarpe con le suole rifatte di recente e la foto di mamma dentro alla cornice in ottone. Accenderò la tv per vedere la messa e insieme a Luciano e Berto che sono i miei gatti indosserò cappellini di carta e canterò gingolbels osservando il Papa in tv. Faremo colazione con i dolcetti allo zenzero e ci metteremo un po’ sul letto dove io penserò con nostalgia a tutte le mie ex immaginarie. Pranzeremo con alcuni tortellini alla panna ma già nel primo pomeriggio i rimorsi e l’immagine della morte verranno a tormentarci. I gatti col buio andranno a rifugiarsi sotto al letto immersi nei riccioli di polvere e io mi sintonizzerò su Law & Order, lo guarderò dal letto, parlando ogni tanto con la parete occidentale per confessare le mie ipotesi sulla soluzione del caso, pronuncerò un sacco di volte la frase “Ci scommetto che va a finire che …” oppure “Stai a vedere che succede che…”. Non riceverò risposta e prima di andare a letto i gatti avranno di nuovo fame così aprirò per loro una scatoletta di soffici bocconcini al gusto di merlo. Questo sarà dunque il mio Natale e non nascondo il desiderio di vivere prima o poi un Natale diverso,  pieno di emozioni da sogno. Tipo che la mattina mi sveglio con accanto delle femmine piene di tette che nude mi toccano il corpo e mi danno i baci prima di andare nello stanzino dai gatti dove sotto l’albero ci sono le chiavi di una Aston Martin e un biglietto aereo per le Hawaii. Poi invece del Papa vorrei che in tv a dire la messa ci fosse Fabrizio Frizzi e con lui un sacco di belle ballerine bionde che ballano i balli e Jerry Calà che fa gli scherzi e Jerry Scotti che ride forte e un sacco di gente che si chiama Jerry che è un nome tanto simpatico. Tutti si divertono e ci sono anche delle scimmie ammaestrate nelle gabbie che mangiano le noccioline e tutto va bene, tutto procede alla grande e nessuno ha le rughe sulla fronte, nessuno dice che si deve pensare anche all’Africa perché la gente lì muore e sta male. l’Africa sarebbe come se non esistesse più in questo Natale e Frizzi non parlerebbe delle cose che rendono tristi, non direbbe tutte quelle cose sulle malattie e sui morti negli incidenti stradali. Presenterebbe dei balletti, condurrebbe un gioco a premi in cui ci sono le pentole in acciaio inox in palio e i vasi cinesi e gli aspirapolvere wireless. Invece dell’ostia che non ha alcun sapore ed è quasi sicuro che tra gli ingredienti non contiene alcuna traccia di Dio, Fabrizio alzerebbe al cielo la girella Motta che è buonissima. Ad un tratto per il gran finale arriverebbe anche il circo dentro lo studio televisivo, ci sarebbero gli elefanti a barrire e i cavalli a scalpitare e saltare dentro i cerchi col fuoco e tantissimi applausi del pubblico. Penso proprio che fra gli ospiti ci sarebbe anche Mara Venier. Tutti riderebbero a crepapelle e nessuno parlerebbe della morte o dei dinosauri che si sono estinti, delle meteoriti che vengono sulla terra per causare l’Armageddon e col cavolo che la mamma sarebbe morta in questo super Natale Natalissimo. Altroché, la mamma sarebbe di nuovo viva e la troverei sotto l’albero a sorridermi da una culla.

Solstizio

I bambini sui lungarni giocano a tirarsi i petardi in faccia e se necessario piccole pietre. Ridono. Donne grasse starnutiscono dentro ai sacchetti di plastica della spesa, deambulano a stento lungo i marciapiedi, hanno comprato oggetti da regalare per Natale a persone per cui non provano alcun sentimento, mariti erbivori e figli ciclopi. Si preparano a indossare lineamenti di cera e a stringere mani di acciaio in riti di cortesia automatizzata, a regalare abbracci che sanno di cemento. Il freddo oggi dà un po’ di tregua così mi concedo il lusso di perdere la sciarpa lungo la strada mentre penso che se la vita fosse stata bella mi sarebbe tanto piaciuto portare mia madre a comprare i ciclamini nel silenzio della sera. Per strada invece è pieno di rumori metallici e di fogli appesi ai pali e ai cassonetti, fogli stampati con inchiostro sbiadito, sbavati, mostrano foto scannerizzate in bianco e nero che ritraggono gatti smarriti, tutti uguali in queste sciatte riproduzioni. Uno è senza un occhio, si chiama Luciano ed è scomparso un giovedì mattina, c’è scritto che è molto timido ma affettuoso. Mentre attraverso ponte Santa Trìnita  mi torna in mente chissà perché di quando a otto anni andavo con gli amici a sotterrare nei campi le riviste porno che rubavamo allo zio del Premilli. Ricordo ancora la vampa di calore che mi infiammava le guance ogni volta che sfogliavo quelle pagine sacre e ricordo di quanto avrei voluto essere amato da quelle bellissime ragazze. Per recuperare questi nostri tesori dovevamo poi scavare la terra a mani nude ma l’umidità e la pioggia deterioravano regolarmente la carta e così imprigionavano per sempre le mie amate tra una pagina e l’altra. Chissà cosa faranno adesso quelle ragazze che ho così tanto desiderato da bambino, forse hanno dei figli e dei mariti pesce palla a cui fare dei regali per natale e gli auguri per un felice anno nuovo. Per interrompere la nostalgia mi fermo a prendere un caffè in un piccolo bar che ha tutti i rivestimenti in legno. Al bancone un tizio grasso e basso parla con la barista bionda cenere che avrà una cinquantina d’anni. Lui sputa saliva ovunque, ha grosse difficoltà di pronuncia e indossa un cappotto grigio che tocca il pavimento. Racconta cose che riguardano la sua vita privata, di tanto in tanto si gratta nervoso la pancia, dice che sua madre a lui non gli ha lasciato proprio un bel niente e che non può certo ritenersi un privilegiato come quelli che invece si sono ritrovati case in eredità e conti intestati nelle banche svizzere. Aggiunge che forse l’unica cosa che sua madre gli ha lasciato è un po’ di affetto. La barista allora si gira e lo osserva stringendo un poco gli occhi, come per metterlo a fuoco quindi risponde che l’affetto del resto è la cosa più importante. Lui sospira e cerca di ricacciarsi lembi di camicia sgualcita dentro ai pantaloni, io mi guardo intorno come se cercassi qualcosa e tossisco un po’. “Che ci vuoi fare Enrico, è la vita” conclude infine la barista tornando a sciacquare le tazzine nel minuscolo lavello . Lascio le monete sul bancone, saluto a bassa voce ed esco di fretta travolgendo quasi un uomo che se ne sta appeso a un cane. Prendo l’autobus che come al solito è pieno di corpi che io purtroppo non posso proprio far muovere con la forza del pensiero. Per fortuna una volta sceso alla mia fermata arriva puntuale a salvarmi l’odore della sera che presso i miei luoghi sa di cenere e cannella.

Andrea della Paola

Andrea della Paola aveva due anni più di me quando ci trasferimmo nella casa del Borro, era novembre e io avevo i geloni alle mani. Pioveva sempre nell’87. La Paola era una donna grassa e col naso aquilino che a volte veniva a trovare mia madre per parlare di cose che non ricordo. Morì il giorno prima che crollasse il muro di Berlino per quello che mio padre definì un malaccio. La prima volta che vidi Andrea della Paola egli sedeva in fondo al pulmino giallo quando il primo giorno di seconda elementare salii per andare alla nuova scuola. Non mi piacquero i suoi occhi, erano troppo piccoli, simili a quelli di sua madre e mi facevano schifo i brufoli che aveva sulle guance. Lo salutai e non rispose ma soltanto sorrise mentre fuori dai finestrini scorrevano i tigli abbarbicati ai bordi della strada.  Mi ricordo che Andrea dopo la scuola iniziò a lavorare come operaio in una fabbrica perché voleva comprarsi l’Alfa 33, però qualche tempo dopo lo vidi che girava con una Ritmo grigia truccata. La sera nella casa del Borro mangiavamo in silenzio perché i miei si erano pentiti di aver comprato quella casa non appena ci eravamo trasferiti. Il tetto era rotto, pioveva in casa e avevamo messo in giro vari secchi per evitare che la pioggia allagasse le mattonelle di cotto verniciate di rosso. Avevo sette anni e il bosco che dalla finestra si affacciava nella mia stanza mi faceva paura, temevo che da lì, da quel buio arrivassero cani idrofobi o sciami di api assassine. Andrea una volta mi disse che la casa davanti alla nostra, un edificio disabitato da anni senza finestre, era maledetta e che dentro ci vivevano degli zombie che avevano i morsi velenosi. Mi disse di stare attento e che se li avessi incontrati avrei dovuto gettar loro addosso dell’acqua. Fu così che per Natale mi feci regalare una pistola ad acqua che tenevo sempre con me, di giorno appesa alla cintura, di notte sotto al cuscino quando nel silenzio cercavo di captare rumori sospetti per capire se gli zombie per caso stessero cercando di introdursi in casa. Anche sul pulmino giallo avevo sempre con me la mia pistola e un giorno la feci vedere ad Andrea per mostrargli che avevo seguito i suoi consigli e mi ero premunito a dovere. Lui sorrise con i denti a punta e prima diede di gomito poi disse qualcosa nell’orecchio di Carmine Verrecchie, il figlio del macellaio del paese che si alzò, venne al mio posto e mi diede un pugno in faccia. L’inverno passò senza che gli zombi si facessero mai vedere poi in primavera morì Click il nostor cane giallo, investito da un’auto davanti al cancello di casa e per due giorni fui così triste che non riuscii neppure a parlare. I gatti presero le zecche nel bosco e la mamma ordinò al babbo di andare ad abbandonarli lontano. Il babbo un giorno partì a bordo del suo furgone bianco col portellone grigio e tornò dopo un’ora. Ma il giorno dopo anche i gatti erano tornati nuovamente a casa. Allora la mamma si arrabbiò e il babbo ripartì veloce col furgone. Questa volta ci mise di più a tornare, i gatti invece non li rividi più. Sono passati quasi trent’anni da allora e ieri per strada ho rivisto Andrea della Paola. Lui non mi ha riconosciuto ma io non potevo certo essermi dimenticato delle sue guance butterate e dei suoi occhi piccoli. Ho ripensato alla mia pistola ad acqua, agli zombie e alla casa del Borro ormai disabitata da anni e al bambino che ero in quel periodo. Quel bambino adesso non c’è più, è morto e io sono tutto quello che ne rimane. Sono i resti di un bambino che è morto.

Le mie libertà poche

Robertello si è rotto. Egli non tosta più il pane a dovere imprimendo l’immagine di Mikey Mouse sulle fette e brucia tutti i bordi del mio pancarrè ai nove cereali. Ma non posso comunque lamentarmi per questa mia ennesima sfortuna considerando quello che sono. Sono un maniaco. Sì, è così, un maledetto maniaco pervertito che ha nelle vene il peccato e il male che scorrono a fiumi. Tutte le volte che una ragazza che ha la sottana coi fiori e i capelli profumati mi passa accanto, ad esempio in stazione, io sento dentro il mio corpaccio delle elettricità strane e vorrei poter toccare quei capelli e avvicinare le mie labbra alle labbra di essa. Capite cosa intendo? Ogni volta sento che qualcosa all’altezza del mio cuore e della pancia si sveglia all’improvviso dinanzi alla bellezza delle femmine, questa cosa è il male che vorrebbe uscirmi da dentro, dove io ce l’ho, e farmi fare le cose sordide al prossimo, cioè alle femmine. Lo so bene ormai, l’ho sempre fatto del resto. Ho cominciato che ero appena nato. Pensate che da queste mie morbose passioni non ho risparmiato neppure mia madre che era santa. A pochi giorni dalla mia nascita già aggredivo la mamma saltandole addosso vorace per succhiarle il seno. Volevo succhiare le tette a mia madre, lo capite che razza di mostro io sia? Che genere di pervertito potevo diventare con un inizio così disgustoso? Povera mamma che ha dovuto abbandonarmi alle giuste punizioni che il mio inadeguato comportamento meritava. A due anni è arrivata la mia prima condanna ufficiale, quattro anni di Asilo, di cui uno di Nido che è una struttura di massima sicurezza per demoni piccoli. Dire che questa esperienza mi abbia redento sarebbe falso, tutt’altro. Lì non ho fatto altro che desiderare di baciare la pancia di tutte le altre condannate che essendo cattive anche loro erano contente di fare questi orrori insieme a me. Così sono stato condannato ad altri cinque anni, presso una struttura molto più sofisticata e controllata che si chiama Le Elementari. All’inizio sembrava che avessi capito qualcosa di come ci si deve comportare per essere buoni ma le labbra rosse della maestra Maria divennero presto un’ossessione. Non pensavo ad altro e un giorno durante la ricreazione andai a dirle che io l’amavo e che un giorno l’avrei sposata. In questo modo ho beccato un’ulteriore condanna. Tre anni presso l’istituto di media sicurezza chiamato Le Medie. Furono tre anni orribili in cui il mio corpo si trasformò in una specie di comodino coi baffi cosa che non mi mise però al riparo dal compiere fatti disdicevoli. La malattia continuava, la cattiveria aumentava e quando fui scoperto dal bidello Erminio Culo che nascondevo dei giornali con le donne nude dentro allo zaino fui condannato di nuovo. Quella volta beccai cinque anni e non furono gli ultimi. Le condanne si sono ripetute fino a oggi che ho sulle spalle quella che potrei benissimo considerare come pena finale. Si chiama Mutuo, è una condanna che dura trent’anni e che bene o male chiude la mia partita con la vita e la gestione della libertà. Porterò comunque Robertello a riparare al negozio di Enzo Pistoli stasera, farmi i toast la mattina è del resto una delle mie poche libertà.

Il calcio è la vita

Ieri la mamma è morta. O forse è morta Cinzia, non ricordo. Comunque non è stata tanto una bella cosa. Questo nel calcio non sarebbe accaduto però perchè nel calcio non esistono cose tristi e brutte e anche se capita che qualche scalmanato a volte fa del casino, poi si risolve sempre tutto e si torna sempre e comunque in campo ad effettuare il giuoco che è bello, a fare i goal, i traversoni, le sostituzioni e a fare le telecronache con le voci che si impennano e ti fanno venire le emozioni in corpo e dicono Maldini, Ronaldo, Roby Baggio. io credo che il calcio sia la cosa più bella che ci sia al mondo, per questo lo guardo sempre, ci penso sempre e ho scritto anche una lettera al governo italiano e una a Obama Bin Laden che è il presidente degli State Uniti di Americhe per chiedere loro che hanno assai poteri, molto di più di me di certo che sono geometra al catasto, di fare una legge per cui tutto nella vita finisca nel calcio, diventi calcio. Cosa intendo? E’ semplice, nel calcio tutti sono belli, fanno un lavoro che amano, hanno le fighe, le auto sportive e i migliardi con cui ti ci puoi comprare tanto cibo, anche per mille anni. Allora tutti dovrebbero essere calciatori, tutte le persone dell’umanità dovrebbero diventare o calciatori, o telecronisti, o arbitri e guardalinee che sono importanti e tutti sarebbero felici. Chi farebbe il pubblico vi chiedete? Facile. Basterebbe mettere tantissimi manichini sugli spalti che tramite delle pile si muovono e fanno dei gridi o fischiano e urlano “Figlio di puttana”. Secondo me il calcio è la vita.

Il calcio senza il fuorigioco

Le partite alla radio sono appena finite e come al solito la mia squadra ha perso. Vorrei abbandonarmi ad una pigra tristezza domenicale ma un raggio improvviso dalla finestra mi illumina la mente e finalmente capisco. Il fatto che le partite finiscano dentro la radio non significa che debbano effettivamente finire anche per me. No cribbio, oggi non accetto l’ennesima sconfitta per cui decido di cimentarmi in prima persona nel proseguimento della partita. Scatto in piedi e sottraggo la palla, che per l’occasione è formata da un calzino appallottolato, ad un enorme avversario, effettuo dei dribbling molto eleganti e tiro. Goal! Ho fatto gol tirando il calzino esattamente sotto al tavolinetto nel mio ingressino. Uno a uno, ics! Adesso siamo pari ma non voglio fermarmi, sono una furia, incontenibile, un cavallo del West e allora segno addirittura di rovesciata scagliando il pacchetto di Marlboro Light dentro il box doccia. Goal! Goal! Due a uno! Poi amici miei dilago e con una rabona infilo la saponetta all’aloe dentro il forno. Tre a uno, fine. Al fischio finale, lo scroscio del rubinetto della vasca cioè (debbo proprio farmi una doccia adesso), abbiamo stravinto, io chiaramente migliore in campo con la mia tripletta. Non rilascio però interviste, questa è solo la prima partita e non vorrei montarmi la testa e diventare oggetto di gossip come Mario Balotelli. Fuorigioco sul primo goal? Ma quale fuorigioco e fuorigioco, è stato tutto regolare. Non ho tempo per queste polemiche, debbo risparmiare energie, domani mi aspetta un lungo viaggio spazio-temporale, devo recarmi presso USA 94. Lì c’è un rigore da battere che mi aspetta già da un po’.

Le mie polpette

Ho cucinato delle polpette straordinarie, le ho fatte pensando a te con tantissimi ingredienti fantastici ma senza carne. Ci sono alcune foto di leoni, la voce triste degli ippocampi e l’aquila reale che ho disegnato in terza media sulla gamba del Premilli. Ci sono le biglie con dentro la faccia di Gianni Bugno, un’astronave aliena, la targhetta in ottone di un geometra, alcuni soldatini di plastica verde e un pezzo di arcobaleno che mi si era rotto. A dire il vero ci ho messo dentro anche una busta di nostalgia e per la precisione ci ho mescolato quella volta che abbiamo ballato e riso all’improvviso e non ci conoscevamo nemmeno e poi ci siamo dati dei baci senza capire il perché. Ci ho messo anche quella volta che sul tuo divano ero tanto stanco e tu mi hai sbucciato la mela e poi mi hai chiamato “piccolo amore”. Io ci avevo creduto e fino all’alba, lo giuro, fui felice. Le ho preparate che era l’ora del tè le mie polpette, in questa domenica pomeriggio in cui le partite alla radio erano tanto noiose e io lo confesso non sopporto più le parole cross e traversone. A un tratto alla finestra è comparso anche un piccione marroncino e bianco che aveva una zampina sghemba e mi ha osservato a lungo e aveva le nuvole sulla testa. Le polpette poco fa si sono riunite in un consiglio straordinario e rotolando via attraverso la gattaiola hanno deciso di venirti ad omaggiare del mio più sentito arrivederci.

La vita ultraterrena dei bovini

La sera quando ritorno a casa un piatto di minestra non manca mai mi hai detto l’ultima volta che ci siamo visti amico mio. A volte se lei è in vena ci sta pure che accanto alla ciotola dei croccantini dei tuoi gatti fantasma ci stia anche qualcosa di più per te che lavori duro penso. Un cespo di insalata ad esempio e qualche coriandolo di carta colorata messo apposta per abbellirti il pasto. La rogna ci è entrata da sotto la porta insieme alla gotta e le nostre menti si sono infettate, i nostri passi si sono fatti più rumorosi la notte e invisibili di giorno. Ho letto sulle mie riviste porno di fiducia che le orecchie continuano a crescere vita natural durante e forse anche qualche giorno durante la morte. Un po’ come fanno anche le unghie con cui faccio spesso merenda durante i pomeriggi nuvolosi in cui sto sotto le coperte a ripassare le tabelline del due e del tre, no, le altre non le ripasso perché non le capisco, ci sono scarti vertiginosi fra un numero e l’altro e non si sa mai dove si va a parare. Proprio le orecchie dovevano crescere cacchio e il gozzo così che alla fine sembreremo tutti dei tacchini. No, non Sergio purtroppo. La notte ho tanto freddo amico mio e ti penso spesso, vorrei ancora poterti parlare, ad esempio dei miei nuovi hobbies, dei miei pensieri che un tempo ti divertivano e ti facevano ridere. Sai mi costringo al sonno di rado, solo quel tanto che basta per poter la mattina alzarmi e andare presso l’azienda dove come sai svolgo il ruolo di acaro della polvere. La notte guardo la tv, programmi su case stregate e fantasmi malvagi, ad esempio di nonni che una volta morti perseguitano i propri nipoti oppure programmi in cui coppie stanche e disamorate vengono erudite su come tornare a desiderare il corpo del proprio partner utilizzando stratagemmi come travestirsi da Antonio e Cleopatra. I gatti a volte si inseguono per casa e a volte temo che siano agitati a causa di presenze ultraterrene. Tu ci pensi mai alla vita ultraterrena? A quella dei bovini ad esempio? Che accadrebbe se si materializzassero un giorno i fantasmi di tutti gli animali uccisi oltre a quelli dei nonni cattivi e delle streghe? Quando da ragazzi scalavamo le montagne d’estate ai campi estivi ricordo che avevo l’impressione che saremmo rimasti per sempre due ragazzi e che tutto sarebbe sempre rimasto come un po’ in sospeso e da scoprire. E’ successo però che stanotte durante un episodio di “Mogli birichine e impiegati modello”  mi sia addormentato e ti abbia sognato. Non è bello quello che è accaduto in quel sogno perché tu a un tratto decidevi, non so per quale ragione, di berti un flacone di varechina. Stavi steso e non mi parlavi mentre chiamavo l’ambulanza, poi quando si materializzavano i medici, trafelato dovevo condurli fino a te che non so come eri finito in cima alla soffitta di una casa abbandonata. Fra ragnatele e porte di legno marcio riuscivo a farmi strada e a portare fino a te una giovane dottoressa con la crocchia bionda. Come in una culla di paglia da presepe stavi esanime e io sapevo che eri tu anche se non avevi più il tuo bell’aspetto, eri diventato un ripiano in vetroresina da frigorifero ed eri parzialmente sciolto. La dottoressa allora mi informava piuttosto seccata che eri morto e mi faceva intendere che le avevo fatto perdere tempo. Perché sei diventato il pezzo di un frigo amico mio? Perché mi hai abbandonato alla solitudine di queste notti catodiche in mezzo alla gotta che imperversa nella pancia delle zanzare tardive e al freddo? Se tu fossi ancora qui con me ti chiederei di farmi il favore di non bere mai detersivi e sbiancanti e ti chiederei se ci pensi mai alla vita ultraterrena dei bovini.