Archivio mensile:maggio 2014

I segni nel cielo

Se tutto è andato come è andato è perché da bambino davo fuoco alle formiche, ecco tutto. L’ho letto nei segni del cielo l’altra notte scrutando da dietro le tende. Stamani l’ho confidato al Tapinassi Gino del primo piano mentre ritiravo la posta. Lui mi può capire. Ha risposto che il Signore è misericordioso e che per me c’è ancora speranza. Così gli ha detto il topolino di marzapane che vive nel foro che ha sua pancia.

Fuori stagione

Ho pianto per strada stasera appeso alla sporta della spesa piena di cibo in scatola e frutta fuori stagione. É successo di colpo dopo che ho visto passare una coppia che si teneva per mano. Lei vestiva di verde e aveva un foulard a fiori, lui la giacca sartoriale e la camicia inamidata, avranno avuto settant’anni. Lentamente e a testa alta hanno svoltato un angolo mentre io li osservavo conversare piano. Forse loro non si odiano ho pensato. Sono tornato a casa che era buio e i gatti già dormivano.

I robot

Da bambino una volta il babbo e la mamma mi portarono alla festa del paese e io rimasi ipnotizzato davanti al banchino dei giocattoli. C’erano dei robot bellissimi, due confezioni, una con un robot enorme che poteva sparare i pugni e trasformarsi in astronave, l’altra con sette robot più piccoli di colori e forme tutte diverse. Guardai implorante il babbo e lui mi disse di scegliere. Io però non riuscivo a decidermi perché non volevo rinunciare a nessuno di quei bellissimi robot. Allora la mamma intervenne: prendi quello grande, lo vedi come è bello? Si trasforma, è molto meglio. Il babbo aggiunse: anche quelli piccoli sono belli, sono tutti diversi e puoi farli lottare fra di loro. La mamma ribadì che quelli piccoli li avrei persi subito e che erano indubbiamente di qualità inferiore. Il venditore ci osservava ma non aprì bocca. Il babbo disse che quello grande sembrava più solido ma se si fosse per qualche motivo rotto poi non avrei avuto più niente con cui giocare. Io però li volevo tutti e tenevo in mano entrambe le confezioni ma la mamma chiese: allora Luca? Hai deciso? Le risposi che li volevo tutti ma lei concluse che non si poteva e bisognava per forza scegliere. A me veniva da piangere perché non riuscivo a rinunciare a una delle due confezioni così alla fine le riappoggiai. La mamma mi prese per mano e mi disse: allora pensaci. Quando avrai preso una decisione ritorneremo. Non tornammo mai a prendere i robot.

Tutte le persone

Mi chiamano Sig. Ciorli e organizzo eventi a tema, feste di tutti i generi. Pare io sia un simpatico animatore di serate. Di fatto sorrido, dico facezie e se necessario elargisco pacche e buffetti, questo ho capito piace alla gente. Risulto simpatico ma nessuno lo sa che nel cuore c’ho la morte nera. Ci sono due cose che mi piacciono nella vita: osservare le persone dentro i supermercati e andare al cimitero per vedere le foto sulle tombe. Per me è un grande rammarico non poter conoscere tutte le persone, quelle vive e quelle già morte. L’arbitrarietà degli incontri è tanto dolorosa, avrei davvero preferito poter conoscere tutti prima di dover scegliere gli amici, prima di decidere chi amare. Qualche volta la sera mentre fumo in camera sento una nostalgia immensa per qualcosa che non so.

Le verità che non sapete

Harriet Louise se ne è andata e so che non tornerà. È successo un anno fa più o meno, era luglio. Adesso la sera dopo il turno indosso il cappello da cowboy e vado al bar all’angolo. C’è sempre un bar all’angolo. Stasera ho incontrato il Ginestroni del civico 24 che mi ha parlato della crisi economica e della solitudine che prova la sera da quando Giovanni, il suo cane è scomparso. Mentre con una mano si fruga il culo dice Ahi le verità che non sapete voi giovani, quante cose che non sapete. Ha sessantacinque anni e ha saldato silos per quaranta, ha un occhio storto, forse di vetro. Voi non lo sapete che questa crisi economica è dovuta alla guerra che si sta svolgendo sulla luna, nel lato invisibile della luna. Lì da anni alieni e umani si danno battaglia in una lotta senza quartiere. Ormai più della metà delle risorse mondiali sono impiegate per finanziare questa sanguinosa guerra che, li mortacci loro, gli alieni hanno voluto intraprendere per soggiogare il genere umano e rubargli la benzina. Anche la storia della gente che scompare, che manca ormai all’appello da tanti anni è tutta collegata, anche il mio Giovanni sapete. Si dice siano morti, scappati chissà dove ma non è così, in verità si sono tutti offerti volontari come sentinelle spaziali per fargli il culo agli alieni. Anche Jim Morrison c’è andato, ci potrei giurare. Forse anche Harriet Louise è andata sulla luna per difendere l’umanità allora. Deve essere per forza questa la ragione della sua scomparsa e non il fatto che non mi amasse.

I prodotti vecchi

In hotel per la prima volta ho trovato solo due cuscini a complemento del letto reale. Le trapunte mi hanno fatto ripensare alla stanza di mia nonna, al suo armadio che odorava di naftalina e lavanda. Mia nonna si è reincarnata nei lineamenti di mia madre che ne ha mutuato anche i sospiri, l’andatura silenziosa e la tosse. In hotel ho mangiato una mela e bevuto del gin trovato nel frigobar. Prima di dormire mi sono appostato per un po’ alla finestra. Niente vista sul mare questa volta, solo piano alto e camera distante da ascensore, non ho voluto esagerare con i benefit. L’incrocio è ben illuminato e le auto in sosta sono parcheggiate con cura e simmetria. In tv riesco a ritrovare tutti i miei programmi, tutti i tenenti e i commissari che sempre vegliano sul mio sonno si presentano puntuali e come da procedura posso addormentarmi. È estate e sono seduto in cucina a fumare una nuova marca di sigarette. A un tratto arrivi tu, amore mio, insieme a David Tibet. Tieni al guinzaglio un cane che sembra un serpente mentre sorridendo mi spieghi con voce non tua come eliminare le farfalline del cibo e altri parassiti dalla mia dispensa. Non devi tenere tutte quelle confezioni aperte e non mescolare i prodotti vecchi con quelli nuovi. Sul balcone Tibet osserva il cielo ed è diventato mia madre di spalle. Tu in ginocchio scherzi col cane serpente e quando ti parlo non mi guardi, quando ti chiamo sembra che tu non possa sentirmi e per questo sono costretto a svegliarmi. In tv un uomo e una donna si stanno baciando quando con un colpo preciso di telecomando ripristino il buio profondo della notte.

Tre

Grazie per essere venuta stasera. Sul palco si esibisce un power trio di ventenni. Suonano batteria e chitarra in loop seguendo basi che il cantante di tanto in tanto fa partire mentre dimena le anche e urla in inglese. Un gruppo di fedelissime, quasi tutte bionde, balla e ride proprio sotto al palco appena defilate rispetto a una cassa. – Bevi qualcos’altro? – No grazie, adesso devo proprio andare, Occhiacci mi ha già chiamato due volte, se non torno a casa si arrabbia. Mi accompagni un pezzo? Davanti all’ingresso una folla fumante genera brusio mentre indossa abiti e capelli ricercati. Una ragazza grassa tiene appesa al collo una reflex munita di un obiettivo gigantesco, ha il volto pallido e gli occhi leggermente truccati di nero. Sta in mezzo a due amiche che parlano fra di sè a perdifiato e si comportano come se lei non ci fosse. Alle pareti manifesti di eventi passati e futuri, volantini incollati con la gomma da masticare, qualcuno vende una chitarra, un altro impartisce lezioni di ocarina. – Nessuno si abbracciava stasera. Lo hai notato? Noi eravamo più affettuosi a quell’età. – Adesso non vorrai dirmi che noi siamo romantici. Dai dobbiamo ammetterlo. Almeno noi due dobbiamo accettare la realtà, siamo due tiepidi. Siamo passati da una storia all’altra senza soluzione di continuità. Non ci affezioniamo mai a nessuno alla fine. Il semaforo pedonale è rosso e lo resta per un tempo non quantificabile. – Non sono d’accordo. Io ho amato molto. Almeno tre persone. – Tre? Chi scusa, Spalle secche per caso? – Spalle secche? – Dai, quella magra con la pelle di tartaruga con cui ti ho trovato una volta in Santo Spirito che sembravi impagliato. – Bello il tuo Occhiacci invece. Quando hai intenzione di lasciarlo? – Lui mi piace molto e smettiamola ora di chiamarlo Occhiacci. Ti dà noia perchè ha il fascino dell’uomo di mondo, ammettilo. – Figurati. Sembra rimbambito. Quando parla ha gli occhi che guardano uno da una parte e uno dall’altra. Spero che un giorno la smetterai di collezionare casi umani. – Insomma chi sono queste tre che avresti amato, me lo vuoi dire? – No. – Io invece te lo dico. Cosimo l’ho amato da morire e anche Andrea. – Due coglioni. Complimenti. Immagino ne sia valsa la pena. – Non è una questione di scelte mio caro. L’amore o arriva o non arriva, lo sai. – No. Non posso crederci, hai sempre la Ford di dieci anni fa. Ci siamo andati in Francia con quella. – Sì, ma adesso la cambio sai. Ormai non ce la fa più. Una volta si è fermata di notte sulla statale mentre tornavo da una causa, non sai che angoscia. – Allora vado. Buonanotte. – Senti. E a me? A me mi amavi? – Grazie per essere venuta stasera.

Il ruolo più importante

Sono un ritardato. Così ho sentito dire dalla maestra ai miei compagni prima della ricreazione. Non so cosa voglia dire ritardato ma ho capito che questa parola era riferita a me. Ragazzi, per favore fate giocare anche Luca durante la ricreazione. Lo sapete che è ritardato e che non va isolato e lasciato da solo. Vabbè io non è che le cose le capisco tutte, ad esempio la tabellina del tre non mi vuole proprio entrare in testa. Comunque credo che la maestra si riferisse a quella volta che sono arrivato cinque minuti dopo che era suonata la campanella. I miei compagni ad ogni modo sono molto buoni e mi hanno lasciato giocare con loro al giuoco del pallone in giardino. Dato che io non lo conoscevo questo giuoco, sebbene sia sette anni più grande, essi con pazienza me ne hanno spiegato per filo e per segno tutte le regole che devo dire sono piuttosto semplici: ci sono due gruppi di persone, le squadre che devono inseguire una palla e tirarla coi piedi e la testa, mai con le mani, in mezzo a due alberi. Quando qualcuno riesce a tirare la palla in mezzo ai due alberi, quella cosa si chiama gol ed è molto importante. La cosa più importante però, mi hanno spiegato, è il ruolo del giocatore jolly. Questo a detta di tutti è il ruolo più difficile e ambito e consiste nel fatto che il jolly corra tutto intorno al campo da gioco e vada a riprendere la palla tutte le volte che questa finisce via lontano dopo un tiro. Inoltre il jolly deve tenere dei sassi in bocca, due bastoncini di legno dentro le narici e deve correre tenendo i pantaloni calati fino alle caviglie. Per questo è tanto difficile svolgere questo ruolo. Mi sono commosso quando all’unanimità, che vuol dire tutti, hanno deciso che sarei stato io a fare il giocatore jolly da qui in avanti. Che fortunato che sono, spero proprio di non deludere i miei compagni.

 

Archeologo

Per quanto già alle medie il mio nome fosse Piergiorgio tutti mi chiamavano Merdman e nessuno voleva stare insieme a me. Le critiche che mi venivano mosse riguardavano soprattutto il mio fiato, l’acne che mi rivestiva il volto e il fatto che avessi cento chili di culo. Per alleviare la solitudine mi iscrissi al seminario di archeologia che si teneva il mercoledì pomeriggio nel sottosuolo dell’istituto. Ero l’unico iscritto e il professor Terracquei durante quelle lezioni ebbe modo di insegnarmi tante cose sulla vita. Non si limitò a mostrarmi diapositive di scavi e ritrovamenti di tesori assiri, selci e tombe piene di scheletri ma mi spiegò che se avessi perseverato, un giorno scavando avrei trovato me stesso. In seguito come in tutte le vite sono accadute delle cose che nemmeno ho avuto il tempo di rendermi conto che già erano finite, alcune persone sono comparse e poi svanite. Oggi in corpo sentivo il freddo della morte e per questo ho deciso di scavare e seguire gli insegnamenti dell’archeologia per salvarmi. Senza perder tempo ho cominciato gli scavi, secondo i miei calcoli il punto in cui avrei ritrovato me stesso era situato in corrispondenza del bidet. Ho pensato che una volta ultimato questo eccezionale ritrovamento sarei certamente finito sui giornali e sarei stato intervistato dalla tv e Luigia allora si sarebbe ricordata di me. Il mio progetto è però crollato e i miei calcoli, ahimè, si sono rivelati errati non appena, sotto l’incalzare dei colpi di martello, nel pavimento del bagno si è aperta una voragine che mi ha quasi ingoiato. Attraverso il cratere ho subito capito che lì dentro non c’era nessun me stesso. C’era invece la signora Volpini del secondo piano, seduta sulla vasca, a osservarmi a testa in su con gli occhi sgranati e lo spazzolino in bocca. Continuava a fissarmi e allora le ho urlato: “Puttana! Puttana! Dove mi hai nascosto? Dove mi hai nascosto?” Lei si è alzata di scatto e mezza nuda è corsa verso la porta.

Pesci rossi

Partiamo verso la casa nel bosco che in cielo ci sono ancora i lampioni accesi dentro al buio.Non apriamo bocca per tutto il viaggio e nessuno dice niente neppure una volta arrivati. Come prima cosa estirpiamo a colpi di falce l’erba che ha allagato di verde il patio e gli altari di conchiglie e scoglio decorati con api e falene di cemento. In mezzo all’erba ritroviamo lattine di Coca Cola e fiaschi di vino abbandonati dal tempo degli etruschi. Dentro casa demoliamo i rivestimenti delle pareti, smontiamo sanitari d’argilla e mobili di legno scuri e pesanti. In bagno l’intonaco si sfalda senza opporre alcuna resistenza creando varchi insospettati all’interno dei muri. Dentro anfratti imprevisti rinveniamo reliquiari di ossa di topo e corone di fiori morti, collane di corallo e una tana di formiche alate. Durante la demolizione dei pavimenti capisco che l’intrico delle fughe delle mattonelle non è affatto regolare ma compie curve inattese annodandosi in profondità fino alle tenebre infinite del sistema di scarico. Accendiamo un falò di sterpi e rami di ciliegio il cui chiarore si mescola in un punto che sta sopra le nostre teste ai colori del tramonto. Respirare questo fumo denso dà alla testa perché d’un tratto mi rivedo bambino a camminare in questi luoghi e indicare al babbo un punto in lontananza da cui provengono i rintocchi di una campana. Le scintille che si alzano verso il cielo illuminano il primo buio e sembrano lucciole. Dopo aver caricato sul furgone quintali di intonaco, prima di ripartire, appoggio un rametto di ginepro accanto alla tomba di granito dei miei pesci rossi. Li avevo vinti da piccolo alla fiera del paese. Dato che al momento ho all’incirca cinque anni, lascerò che sia il mio amico a guidare e a riportarci verso il presente.