Archivio mensile:agosto 2014

Il capo del mondo

Sospettavo che ci fosse ma mai mi sarei aspettato che fosse il commesso di un negozio di scarpe. Il suo sguardo e i suoi modi tuttavia non hanno lasciato alcun dubbio a riguardo. All’improvviso mi sono vergognato dei miei piedi, del mio bisogno di scarpe nuove, della barba incolta. Ringraziandolo ho detto che avrei pensato a fondo ai suoi suggerimenti e che sarei tornato una volta che mi fossi sentito preparato a dovere per scegliere le calzature più idonee. Lungo il corridoio ho sentito il suo sguardo puntato come un raggio laser in mezzo alle scapole e ho sudato freddo fino all’uscita. Riemerso in mezzo ai miei pari, ignoti passanti, ho ripreso a respirare.

Andrà tutto bene

Oggi non era troppo caldo in città e ho potuto camminare a lungo. I muscoli sono tornati tonici e possenti come tanti anni fa, tutti e due. Alla fermata del mio autobus di fiducia, la linea diciassette destinazione paradiso, paradiso città c’era una signora che indossava capelli bianchi come la lana e una bella gobba sulle spalle. Mi ha sorriso e fatto un cenno col mento e io ho pensato che è innegabile che io sia ancora un bel ragazzo. Al bar della piazzetta ho chiesto un caffè ma il barista non ha capito subito, mi ha chiesto due volte se volessi o meno un caffè e se lo volessi macchiato. Egli aveva problemi di memoria a breve termine ed era intento a parlare dello stipendio di Mario Balotelli. Alla fine ha appoggiato sul bancone la tazzina chiedendomi se non fossi d’accordo che questi calciatori di oggi sono pagati troppo. Gli ho risposto che al tempo degli Ittiti i calciatori prendevano degli stipendi più normali, erano praticamente parificati agli impiegati della Sip. Tornato in strada scaltrissimo ho evitato di pestare la cacca di un cane e così facendo mi sono però stortigliato una caviglia e allora poi ho dovuto procedere a zoppino destando tanta curiosità e interesse nei passanti che mi guardavano forte forte le gambe. A un tratto ho pensato che sono già tanti anni che Gigi Sabani è scomparso e che nessuno parla più di lui in tv. Nessun canale ha pensato di ingaggiare un imitatore di Sabani che vada a fare le belle imitazioni che faceva lui. All’improvviso avrei voglia di scambiare due parole con qualcuno ma da un po’ di tempo non so più di cosa parlare con gli altri perchè non mi interessa di parlare di niente. Non mi va di parlare delle ferie, del lavoro, dei capi, di Vittorio Sgarbi che urla capra, capra, delle scopate, delle birre fresche la sera alla tv, di morale e della tettonica a placche. Non mi va di sapere quanto alzare di panca e come fare correttamente gli esercizi per gli addominali e per i tricipiti che non credo nemmeno di possedere. Non mi interessa dire di come passa veloce il tempo e parlare di quanto ti sta bene addosso questo vestito preso con lo sconto e nemmeno di parlare di che fine avranno fatto i compagni delle medie. Io non vorrei stare a parlare del parlamento, dell’estinzione dei dinosauri e dire che ora arriva la crisi. Io vorrei solo che qualcuno mi dicesse che va tutto bene e che posso stare tranquillo. Vorrei solo che qualcuno mi dicesse questo, andrà tutto bene, tutto qua.

Figlio numero quattro

Come mi chiamo? No, non ho un nome, in casa sono figlio numero due, il sordo. Sono sordo ma solo da un orecchio, quello destro che mio fratello, figlio numero tre, lo scemo, mi ha sbriciolato quando avevo quattro anni. Mi colpì con un maleppeggio mentre con gli altri fratelli giocavamo a indiani contro alieni stellari. Io interpretavo l’esercito di terracotta e feci di tutto per restare neutrale. Sono venuto qui al centro di ascolto perchè negli ultimi tempi non mi sento molto bene e non mi riesce più di dormire. Sì lavoro, col babbo nell’officina. Ripariamo trattori, ci lavorano anche figlio numero cinque, il bello e Crug. Crug è il primogenito per questo ha un nome. Io sono il migliore con le mietitrebbie mentre Crug coi cingolati è insuperabile. Il mio problema? Sono venuto perché non mi va via dalla mente l’idea che la mamma non sia in realtà la mamma ma sia un diavolaccio che le è entrato nel corpo e si è sostituito a lei. La mia mamma è buona, non farebbe mai delle cose cattive. Da quando ho questa idea? Lo penso da quando l’altra notte ho visto la mamma, ma giuro non può essere lei, buttare gli avanzi della cena dentro al suo armadio. Lì dentro, l’ho riconosciuto, c’era figlio numero quattro, il morto. Era magrissimo e ha sibilato qualcosa che non ho capito prima che lei richiudesse le ante. La mamma non ci avrebbe mai mentito. Mi creda, deve per forza esserci un diavolo al suo posto. Cosa posso fare secondo voi? Devo compilare dei moduli?

Figlio di puttana

Il sole mi ha svegliato bruciandomi la fronte attraverso la finestra spalancata. In cucina ancora una volta si sono introdotti gli ubriaconi notturni che da qualche tempo vogliono rovinarmi la vita improvvisando baldorie nel mio appartamento quando io già dormo. Sono anche stato dalla polizia a denunciare i fatti ma mi hanno detto che non è possibile assegnare un agente alla vigilanza della mia cucina. Nessun segno di effrazione alla porta ok ma cosa c’entra? Va a capire da dove sarebbero capaci di passare questi demoni pur di rovinarmi. Mi sono messo la tuta da lavoro e ho messo le quattro bottiglie vuote di rosè dentro a un sacco del discount. Scendendo le scale ho vomitato, la busta mi è caduta di mano e le bottiglie sono rotolate giù per i gradini. La signora Khun allora è uscita sul pianerottolo e mi pare abbia detto figlio di puttana prima di rientrare in casa sbattendo la porta. Che dicesse a me?

11 agosto

Con la coda dell’occhio ho visto qualcosa muoversi improvviso a un lato della stanza. Voltandomi d’istinto e senza accorgermi ho detto il tuo nome. L’asciugamano precipitato a terra dalla maniglia della porta non ha ritenuto necessario dare alcuna risposta.

La mia famiglia

All’autogrill mio padre si giocò tutto. Tenendo una mano in tasca appoggiò le cinquecentomila lire delle ferie sul banchino di cartone su cui lo smazzatore veloce lanciava le tre carte. La rossa vince, le nere perdono. Mio padre pescò una donna nera. Nel tragitto che ci separava dalla macchina dove mia madre aveva aspettato che andassimo in bagno ebbi l’impressione che il babbo zoppicasse. La mamma urlò che era un povero idiota e che non voleva più saperne di lui poi scoppiò a piangere. Mentre singhiozzava e il babbo stava seduto in silenzio al posto di guida con le mani sulle ginocchia lei disse: portami dai miei fratelli. Riportami dalla mia famiglia. Cercai lo sguardo di mio padre ma nei suoi occhi non trovai niente. La mia famiglia pensai. E noi? Noi allora chi siamo?

Frequenze radio

Cammino da ore e per una volta non aspetto telefonate, nessuno deve comunicarmi niente né si aspetta che sia io a farlo. Il pomeriggio è ormai a fine e io cerco di isolarmi nel piacere che provo ad osservare i tetti spioventi di queste case, queste strade sgombre. Da una finestra aperta mi raggiunge improvvisa una canzone scappata da una frequenza radio lievemente disturbata. Riconosco la canzone ma non il titolo, qualche estate fa questo pezzo ha spopolato. Abassata la guardia  la mia mente si fionda sul tuo ricordo. Vedo i tuoi capelli dorati che si scompigliano mentre mi corri incontro in casa tua per mostrarmi felice la nuova radio che ti sei fatta portare dall’America. Questa è super modello, duecento dollari, ma veramente cool. Adesso Lilly non è più sola quando io non ci sono. La tengo accesa sempre per lei. Trovai adorabile tutto di te in quel momento. Quella sera stessa, a cena, mi accusasti di fissare una ragazza ad un altro tavolo e a niente valse spiegare che nemmeno mi ero accorto che ci fosse altra gente nel locale. In taxi i tuoi occhi erano tristi e inconsolabili e capii che io in realtà non c’entravo proprio niente con il tuo dolore. In quel momento mi fu chiaro che quello che potevo fare per te era  in realtà molto meno di quello che la radio americana poteva fare per la tua gatta.

Una vera delizia

Ho passeggiato a lungo dopo il lavoro, per strada ho osservato l’erba cresciuta chissà come in mezzo al cemento e le nuvole tutte intorno al tramonto, così belle. Ho salutato con un cenno quello che mi era sembrato un essere umano ma che poi avvicinandomi ho scoperto essere una macchia di bruciato sulla parete di una vecchio edificio. Giunto all’interno del mio appartamento, mentre mi apprestavo ad assaporare il silenzio della sera ho sentito un rumore sotto al letto, come una specie di risata. Sono andato a controllare ma appena mi sono chinato un uomo nudo e coi denti d’oro e l’alito di un animale morto mi ha afferrato per il collo e mi ha trascinato giù. Con un temperino mi ha cavato gli occhi, poi ansimando mi ha stuprato. Adesso mentre sto morendo sotto questo letto lo sento che fischietta dalla cucina mentre a giudicare dall’odore si sta preparando una frittata. Le uova me le ha regalate qualche giorno fa il contadino che vive qui accanto. Mi ha giurato che sono una vera delizia.

Viaggio

Dall’ultimo viaggio ho riportato alcune zanzare imbalsamate e una calamita da frigo che ritrae la gotta. Ho anche acquisito consapevolezze: ora so che possiedo dei piedi, un culo e un radar con cui mi oriento all’interno del meandro dai fiori azzurri. Ho mangiato la nebbia, lombrichi di mare e piogge acide. Lungo il cammino mi sono imbattuto in fantasmi che non avrei voluto vedere, sono arrivati all’improvviso come banchi di nebbia. Ho provato a spiegare la mia situazione a un tassista, gli ho detto che ho un buco nella mente da cui mi scappano fuori la memoria delle cose e volti di persone che per me non dovrebbero più esistere. Ha risposto urlando qualcosa che non ho capito e si è grattato nervosamente un ginocchio. Stanotte ho masticato chewing gum senza zucchero e ne ho ricavato un cordone colloso con cui ho stuccato il sotto della porta e il buco della serratura. Ho di nuovo sognato che le streghe venivano a trapanarmi gli occhi e chi lo sa da dove potrebbero passare.

Odissea

Ho fatto ben tredici minuti di straordinario quindi alle diciassette e tredici ero già in strada col mio zainetto cremisi ben saldo in spalla contenente come da mio schema mentale n.4/K: due penne, una nera e una rossa, la mia agenda porpora con i numeri di telefono di tutti i miei contatti (diciotto) dal 1989 in poi, un pacchetto di crackers integrali e i fazzolettini di carta triplo strato aromatizzati al bergamotto. Prima di intraprendere il viaggio di ritorno, che eseguo secondo lo schema mentale n.7/B mediante movimento meccanico degli arti inferiori, ho legato le scarpe con doppio nodo, ambo i lati e ho controllato che il buco della cintura fosse quello giusto, il sesto. Sono partito di buona lena certo di colmare i settecentonove metri che separano il mio luogo di lavoro, gli spettabili uffici cioè, dalla mia dimora in sei minuti e quaranta secondi circa, come da schema mentale n.25r. Dopo trentasette passi, all’altezza dell’incrocio grande, posto in corrispondenza dei grandi magazzini Maas mi sono imbattuto in un uomo che mi ha chiesto dei soldi proprio mentre mi apprestavo a eseguire la manovra di attraversamento delle strisce pedonali. La torsone del mio collo di circa quindici gradi e l’emissione di voce a comporre la frase non ho spiccioli ha causato un rallentamento del mio corpo e un conseguente ritardo sulla tabella di marcia di almeno un secondo e mezzo. Superato questo imprevisto, dopo circa un paio di minuti di marcia condotta a buon ritmo un gracchiare improvviso dall’alto ha attirato la mia attenzione e di conseguenza il mio sguardo si è volto verso il cielo. Uno stormo di storni stava volteggiando in corrispondenza di una nuvola che aveva le sembianze di mia nonna Cinzia che secondo la mia credenza personale n 93 si trova effettivamente in cielo e da lì mi protegge. Ho salutato con un cenno del capo e ho proseguito spedito verso la mia meta quando la mia attenzione è stata richiamata nell’ordine da: un gatto rosso che ha saltato un muro, una ragazza con i capelli biondi di cui avrei tanto voluto sapere il nome e un sacchetto di plastica incastrato in un cancello che mosso dal vento mi ha fatto venire voglia di volare. Superata la farmacia comunale ho raccolto una moneta da dieci centesimi dal marciapiede e l’ho riposta nel mio portamonete in pelle, ho controllato l’orologio e ho riscontrato un ritardo di quasi venti secondi. Seguendo le istruzioni del mio piano di recupero n.10 ho corso per sette secondi prima di riprendere il ritmo della marcia. Ho sostato ad un semaforo in attesa che il cerchio luminoso si tingesse di verde e nell’attesa ne ho approfittato per grattarmi con cura un gomito quindi mi sono avviato verso la volata finale. Una ragazza mi ha chiesto informazioni su una strada che conosco bene ma dato che non era bionda e che non potevo più permettermi ritardi mi sono finto sordomuto e ho proseguito senza indugi. Ho salutato il tabaccaio sotto casa che se ne stava sull’uscio e come previsto sono riuscito a estrarre la chiave del portone in due secondi. Ho affrontato la scala procedendo come da protocollo mentale 9K  salendo due gradini alla volta e giunto sul pianerottolo del mio appartamento ho incrociato la signora Minotauri col suo volpino al guinzaglio, ho scartato di lato dicendo salve e ho aperto la porta che senza cigolare, come previsto, si è spalancata verso il mio appartamento. Perfetto orario. Posso finalmente procedere con il protocollo esistenziale n.55 e andare a stendermi nello sgabuzzino a osservare il soffitto.