Archivio mensile:ottobre 2014

Pesce volante

Quell’estate con mamma andammo al mare in un posto nuovo che mi sarebbe piaciuto mi disse. Per sicurezza portai i soldatini dentro un sacchetto nero e il pomeriggio dopo pranzo andavo a giocarci nella pineta che arrivava quasi al mare. Un giorno arrivò un bambino coi capelli lunghi e biondi, io invece li tenevo rasati a zero, da pidocchioso, come diceva il babbo prima di andarsene. Il bambino si inginocchiò accanto a me e giocammo insieme. Il giorno dopo il bambino tornò e mi disse che suo padre aveva pescato un pesce con le ali, un pesce volante. Mi chiese se lo volessi vedere e lo seguii. Camminammo verso l’interno della pineta e quando ci fermammo nella radura  faceva fresco e il sole arrivava frammentato fra i rami. Non c’era il padre del bambino e nemmeno il pesce volante ma alcuni ragazzi poco più grandi di noi arrivarono da dietro gli alberi. Uno mi afferrò da dietro e mi tenne bloccate le braccia mentre gli altri mi prendevano a schiaffi e a pugni in pancia. Alla fine ricevetti una ginocchiata che mi tolse il fiato e mi fece crollare a terra. Sentii che si incitavano a scappare alla svelta e mentre ancora ero a terra li vidi correre via  tra gli alberi, il bambino coi capelli lunghi teneva in mano il mio sacchetto coi soldatini. Quella sera stessa ce ne andammo perché alla mamma era entrato un pezzo di conchiglia in un occhio. Era per questo che piangeva sempre mi disse.

Seconda fila

Il controllo dei documenti contenuti all’interno del portafogli in finta pelle accertò che il corpo seduto in seconda fila apparteneva al signor Gennaro Cappello di anni quarantasei. Il signor Cappello celibe e senza parenti noti risultò dopo più accurati accertamenti essere emigrato nella località di Brugherio alla fine degli anni ottanta per impiegarsi presso un mobilificio locale. Dall’autopsia emerse altresì che era stato un infarto a stroncare il signor Cappello all’interno del cinema a luci rosse quel martedì di maggio.

I cuori con dentro le iniziali

Un tempo coi miei amici eravamo tanto un bel gruppetto, poi gli anni sono passati, i nostri fianchi si sono allargati, i capelli incanutiti e le stagioni impietose ci hanno reso sempre più fragili e malinconici. Eravamo coesi nei discorsi della sera, svolti in prevalenza presso le cucine affumicate dei nostri appartamenti in affitto o presso locali dai tavoli in legno pieni di incisioni praticate tramite chiavi o coltelli a raffigurare cuori con dentro le iniziali o cazzi senza proporzione. Parlavamo di progetti sorprendenti e di un futuro in equilibrio fra responsabilità e creatività. Poi a roderci il culo è arrivata la paura della morte che è in realtà la solitudine e ci siamo dispersi come gatti che schizzano via a causa del getto improvviso di una sistola. I miei amici si sono sposati o hanno avuto dei figli e non li sento più. Io invece sono rimasto da solo, probabilmente a causa di quell’antica mutilazione che mi accompagna sin da bambino e che non riesco a nascondere perché mi si legge in faccia che ce l’ho ed è profonda. L’unico che sento di tanto in tanto è Mirko P. Egli vive col sussidio presso le case popolari, dorme su un materasso che ha piazzato sotto l’unico mobile che ha in casa, un tavolo da picnic rosso fuoco. Dorme lì coricato ogni notte accanto a un tosaerba a cui ha incollato le setole di una vecchia scopa dopo averle verniciate di giallo. La mia bionda è solito dire quando me ne parla. E’ proprio assatanata, vedessi cosa non mi combina. Qualche sera fa credo che la cosa deve essersi fatta parecchio accesa fra Mirko e la bionda così che quest’ultima si è appunto accesa. Si è messa in moto insomma proprio mentre Mirko ci dava dentro come un matto ed è stato un macello, lo hanno dovuto raccattare col cucchiaino. Adesso è in ospedale ancora mezzo sbudellato e quando l’ho chiamato per sentire come stava e gli ho chiesto se avesse bisogno di qualcosa mi ha risposto mi serve un nuovo manico, amico e abbiamo riso a crepapelle. La bionda ancora tutta insanguinata è stata prelevata dalla polizia e portata in commissariato, chissà se risponderà alle domande che le faranno. Peccato che questo incidente sia successo prima che si riuscisse a organizzare l’incontro a tre che Mirko già da un po’ di tempo mi aveva promesso.

Buongiorno ragno

Al risveglio l’ingegner Francesco Luglio scorse appostato sul muro, proprio in corrispondenza della radiosveglia, un minuscolo ragno nero. Senza badare alle dicerie circa gli incontri mattutini con tali creature disse: buongiorno ragno. Quel pomeriggio, mentre immobile sulla sedia ascoltava il medico che spiegava i risultati delle ultime analisi, l’ingegner Luglio non ripensò all’incontro di quella mattina ma alla voce di sua madre che brusca lo svegliava da bambino.

Il rumore del mare

Oggi era il giorno dell’appuntamento con la coppia di scambisti, Lauro e Sondra: focoso maschio latino lui, scatenata amazzone lei. Così almeno c’era scritto sull’annuncio. Io e Gennarina siamo arrivati sul luogo dell’appuntamento con qualche minuto di anticipo così che prima di suonare il campanello ho potuto fumare una sigaretta. A giudicare dai baffi quello che ci ha aperto doveva essere Lauro e, sarò onesto, la sua accoglienza ha lasciato parecchio a desiderare. Da solo sei venuto? Che cazzo hai in mano? Cos’è quella roba?  – Buonasera, finalmente ci incontriamo, le presento Gennarina. Possiamo entrare? L’uomo è rimasto immobile a fissarci e dopo qualche secondo lo ha raggiunto una donna vestita di pelle nera. Io ho subito pensato che era bella e che lo scambio valeva davvero la pena, per quanto fossi affezionato a Gennarina. Ho detto: allora? Facciamo questo scambio? Lauro allora mi ha urlato contro: brutto stronzo, vorresti scambiare mia moglie con una conchiglia? Vattene affanculo brutto malato di mente. Ha sbattuto la porta e io ho pensato che la parete ci sarebbe crollata addosso. Prima di andar via, fissando lo spioncino ho detto: non sai quello che ti perdi sai? Se te l’accosti all’orecchio puoi persino sentire il rumore del mare.

Ti amo

Sono andato all’ospedale stanotte e ho atteso per ore che qualcuno si accorgesse di me. Alla fine la signora col culo da elefante e il camice verde con su scritto Marisa mi ha chiesto che cosa avessi e io le ho risposto che mi era entrata la tristezza in corpo e avevo bisogno di aiuto. Culo di elefante si è tossita in una mano poi senza dire niente se ne è andata. Ho pensato che fosse andata a chiamare un medico ma quando è tornata con sé aveva portato un ragazzo con le braccia ricoperte di peli neri e arricciati. Si sono fermati pochi passi davanti a me, sorridendo si sono infilati due nasi rossi da clown e hanno cominciato a saltare sul posto, girare in tondo e prendersi a calci in culo a vicenda. Hanno continuato per alcuni minuti poi si sono fermati, hanno fatto un inchino e sono scomparsi dietro una porta blu. Tornando verso casa mi sono fermato a parlare con una puttana bionda che per dieci euro mi ha baciato sulla bocca e mi ha detto ti amo.

Congedo #6

Vado a comprare le sigarette disse d’un tratto quella sera l’ex sergente in pensione Mauro Loacher. Uscì di casa intabarrato nel trench grigio che negli anni settanta presso il circolo ufficiali lo aveva reso un fulgido esempio di eleganza. Quando all’incirca dopo un quarto d’ora rientrò in casa, con passo spedito si diresse verso la teca delle lumache e strizzando l’occhio disse: confessate, avete avuto paura che vi lasciassi qui tutte sole, non è vero?

Quasi due anni

Ti è piaciuto? Chiese, per un istante dimentico di trovarsi da solo, il signor Michelangiolo Skipper crollando sul letto disfatto. La serranda abbassata a metà faceva filtrare la luce del tramonto che disvelava così il moto silenzioso della polvere in transito. Sono quasi due anni pensò il signor Skipper accendendo la radio a transistor con cui era solito addormentarsi. Fece appena in tempo ad ascoltare gli ultimi aggiornamenti sulla viabilità urbana. Il traffico aveva subito gravi rallentamenti a seguito della perdita accidentale di alcuni quintali di barbabietole da parte di un autoarticolato targato Belluno.

Appostamenti

La signorina Marika Pretzel di anni venticinque quel pomeriggio di settembre prese un’ora di permesso dal suo lavoro di segretaria d’azienda per recarsi al più vicino supermercato. Riempito un carrello di biscotti alla vaniglia e birra analcolica si appostò nei pressi del reparto gastronomia. Osservò a lungo gli avventori e sorrise infine al signore con la giacca di velluto marrone e la cataratta all’occhio destro che aveva ordinato tre etti di salmone e la salsa di avocado. La signorina Pretzel, come aveva più volte confessato alle colleghe, aveva da sempre avuto un debole per gli uomini con una certa classe.

Ricordi d’infanzia

Il signor Tapinassi Stelvio di anni settantadue la mattina del primo settembre si era svegliato poco prima dell’alba e recatosi di fronte allo specchio del bagno si era sparato un colpo di pistola alla tempia. La sera prima, riferì un compagno dell’associazione locale di tiro al piattello, il signor Tapinassi aveva accusato un malessere improvviso che il defunto aveva sul momento attribuito all’affiorare improvviso di un ricordo d’infanzia.