Archivio mensile:novembre 2014

Due risvegli

Nella stessa città.

Pierallini Gionata di professione agrimensore K. quel giorno si destò con un insolito senso di vertigine. Saltato di scatto fuori dal gorgo nero delle coperte si rese conto in un baleno che il piede che emergeva da sotto il letto, le dita smaltate di rosso, non gli apparteneva.

La dottoressa Giovanna Sacchetti si ritrovò a pancia all’aria in un letto che non era il suo. Niente lenzuola rosa e nessuna traccia dei suoi conigli di peluche bensì una schiena folta di riccioli a respirare sull’altra sponda del letto. Indossata la gonna a scacchi e la camicia rinvenuta in cucina, con le scarpe in mano guadagnò l’uscita. Appena si fu richiusa la porta alle spalle una fitta allo stomaco le ricordò dell’anello a forma di rosa, eredità di sua nonna, per sempre in balia di quella schiena senza nome.

Un raggio striminzito di sole illuminò per alcuni minuti il pennello insanguinato di smalto rosso sul comodino in rovere di un terzo piano. Il letto era però rimasto integro quella notte e nell’aria c’era odore di lavanda.

Peli

Tutti quei peli che gli uscivano dalle orecchie. Questa la risposta che l’ingegner Aurelio Saiwa diede in commissariato quando gli fu chiesta la ragione per cui quella mattina avesse ucciso a colpi di martello l’ingegner Martino Bianchi, suo collega e compagno di ufficio da oltre un lustro.

Senza fretta

Ci sono le streghe coi cappelli a punta e le facce di volpe fra i tralci d’uva e i fuochi della sera. Stanno immobili a confondersi col silenzio e il fumo in pose da animale. Io corro, corro a più non posso sulla strada insanguinata di foglie e pioggia, strada che sembra la pelle di una serpe scorticata. Tutto intorno mi circondano alberi dalle piume verdi. Urlo con tutte le forze per spaventare le streghe intente nei riti, per metterle in fuga. Restano sorprese, non mi attaccano e si rifugiano invece  in mezzo all’erba o dentro ai porcili dismessi, nelle stalle diroccate. Torno infine in una dimensione fatta di ascensori, strade asfaltate e riti di civiltà condominiale. Sono riuscito a mettere in fuga le streghe ma in vista della notte sprango le finestre e sposto una cassapanca davanti all’ingresso. Dal fondo delle scale giungono alcune voci gracchianti e il rimbombo del portone che sbatte. Controllo dallo spioncino, ripeto alcune formule segrete che ho imparato da solo leggendo sulle macchie delle mattonelle e nelle scie luminose di certe stelle. Conosco dei modi per controllare le ombre e so che la notte non si è mai al riparo. Sono da solo in questa casa. Tengo la schiena dritta, indosso il vestito buono e proprio non riesco ad aver paura mentre in silenzio aspetto senza fretta. Da solo sorrido e non ho neanche una sigaretta.

Ti dono il mio cuore

In una scatola da scarpe, fra vecchie lettere di un’altra vita, ho trovato le pagine strappate da un’agenda, giorni di un qualche novembre.
Sopra la scritta: ti prego perdonami, ti dono il mio cuore. Per sempre tua. D.
Trovai quelle pagine sotto il tergicristalli della Fiat Tipo tre giorni dopo essere stato lasciato per il sosia antipatico di Woody Allen.
All’epoca mi chiesi quale parte di lei fosse invece toccata in dono a Woody e ricordo che la risposta non mi piacque affatto.

Sei forte

Aveva i capelli come spaghetti e le lentiggini e mi ci vollero mesi per trovare il coraggio di chiederle se volesse mettersi con me. Lei non disse di no. Ci vedevamo il sabato sera in pizzeria col resto della classe e qualche volta in segreto ci tenemmo per mano. Ogni tanto il pomeriggio le telefonavo senza avere niente da dirle ma lo stesso passavamo ore con le cornette in mano. Un giorno durante l’intervallo mi consegnò un pacchetto dicendomi che era San Valentino, dentro c’era una rana in ceramica incollata a un mattoncino su cui c’era scritto Sei forte. Mi sentii in colpa di non averle fatto anche io un regalo e quel sabato le pagai la pizza. Mesi dopo, quando ormai non ci parlavamo più, camminando tra i banchi di un mercato riconobbi in una cesta le rane sui mattoni. Mi avvicinai e scoprii che Sei forte non era l’unica frase riprodotta. Anche se ridotto nel numero esisteva in quella cesta un esercito di rane schierato a difesa della scritta Ti amo.

Troppo tardi per essere Kennedy

Non ho le basi, lo devo ammettere ma è sempre stato così, io sono sempre stato in difficoltà, suo figlio ha dei problemi dicevano le insegnanti a mia madre quando andavo a scuola. Il punto è che ho avuto dei vuoti di memoria e nessuno mi vuole spiegare quali sono le basi, anche se gli altri lo sanno come stanno le cose, tutti tacciono, non mi vogliono spiegare. Io invece non mi ricordo da dove sono arrivato, cioè non lo so che cosa ero prima di essere Capocchiani Sauron. Chi ero? Forse Mago Merlino? Ero Kennedy? Non lo so, proprio non mi ricordo, ecco. Perché poi mi trovo proprio in questa città e non in un’altra? Perchè adesso e non fra cinquemila anni? Come sono finito a indossare questi pantaloni celestini e questa camicia a righe verdi? Perchè ad esempio la mia mamma si chiama Antonia e fa la bidella e non è Valeria Marini? Come mai io ho questa faccia con il naso a pera e non un’altra con dentro gli occhi azzurri come il cielo a primavera? Vorrei che certe cose venissero chiarite prima di cominciare. Vorrei conoscere le regole, gli antefatti. Come si fa a cominciare così un nuovo gioco, alla cazzo, e fare bene? Prima di cominciare a giocare a briscola al circolo ho dovuto imparare delle regole, certi segreti. Per tutto il resto non dovrebbe essere lo stesso? Come posso effettuare la vita correttamente in questo modo? Per ora l’unica cosa che mi piace è guardare in tv i programmi dove si parla delle vicende delle persone tristi. Stasera in tv c’è Massimo Giletti, io gli voglio parecchio bene a Massimo perché è elegante e bello. Spero che risponda presto alla lettera che gli ho scritto. Da tempo ho capito che soltanto lui può svelarmi la verità sulla mia vita.

Stanislavskij

Il signor Giovanni Diesis di professione sosia confessò al proprio medico curante di aver da qualche tempo riscontrato difficoltà nel prender sonno. Chiese al medico se a suo avviso ciò potesse in qualche modo dipendere dal periodo in cui aveva interpretato il signor Arnold Milkdorf, feroce assassino. Che mi sia immedesimato troppo? Domandò titubante.

Le luci della ribalta

Che gioia la mattina solcare per primo i corridoi aziendali scrutando fiero le postazioni vuote dei colleghi che immagino ancora sotto le lenzuola. Il momento più bello di tutti, il momento epico della mia giornata è però quando varco la porta dei bagni e dal buio della notte il neon in automatico si accende al mio ingresso. Le luci della ribalta! Penso sempre prima che il ghigno ebete che mi osserva dallo specchio mi getti nel più cupo sconforto.

Riunione

L’uomo coi baffi grigi e la camicia blu mi fissa con occhi a spillo, interrompe il suo collega intento a discutere con il mio capo e rivolgendosi a me dice: lei è un cagnacco rognoso. Cosa ci sta a fare qui? Se ne vada fuori, a cuccia. Io mi metto a quattro zampe ed esco dalla stanza circolare priva di finestre, mi acquatto in prossimità della porta a vetri. Quando arriva l’inserviente con il vassoio carico per la pausa caffè io gli abbaio contro e per poco il vassoio non cade  per terra. Il mio capo sbuffa e dice: è davvero un cane maledetto, a fine riunione andremo a farlo sopprimere. L’uomo coi baffi annuisce e attraverso il vetro mi sorride.

Rammarico

All’interno del grande ospedale la signora Mirta Delle Ceneri stringeva la mano della madre distesa, bonsai centenario, nel bianco senza odore delle lenzuola. Senza pensarci chiese ad un tratto: che cosa ti ha reso sempre così triste mamma? Fuori dalla finestra la scia di un aereo segnava il tramonto quando la donna rispose: il rammarico di non aver avuto figli signora. Lei ne ha avuti?