Archivio mensile:dicembre 2014

Le condoglianze

Da questa mattina il telefono non ha fatto che squillare e mi ha impedito di restare immobile a contemplare la strada. Ogni volta la stessa parola: condoglianze oppure le più sentite condoglianze, qualcuno si è spinto fino a siamo addolorati, condoglianze vivissime. Soltanto verso il tramonto una voce di ragazza mi ha parlato con gentilezza di un’offerta irresistibile circa un aspirapolvere. In frigorifero lo yogurt è scaduto ma non ho forze per buttarlo, sul davanzale annaffiati da poco i miei vasi di camelie. Il signore delle camelie come diceva lei. E’ stata Marie Bonnaire a trasmettermi la passione per i fiori, per fortuna in epoca successiva al servizio di leva. Marie aveva i capelli che mi facevano pensare alle onde del mare di alcune stampe giapponesi. Ripartì pochi mesi dopo che ci eravamo conosciuti al cinema durante una proiezione estiva di Biancaneve della Disney. Prima di andarsene mi insegnò a fare l’origami della gru.

Frattali

Da quando Cristina mi ha regalato il televisore 24 pollici tutte le notti mi sintonizzo su Tele Elvezia e dalla mia trincea di coperte combatto contro i capelli biondi e le mani rosa con l’aiuto dei programmi a cui mi sono appassionato. Il mio preferito è L’incantatore del male in cui il signor Jack Zefis con l’aiuto del figlio Roland va in cerca di oggetti stregati e una volta trovati li stipa nel suo museo personale di cose maledette. Ieri era sabato e non mi andava di andare alla mostra di Picasso con Giulio. Sei triste come un fiore finto, cerca di riprenderti mi ha detto riagganciando. Sono andato a camminare per le vie del quartiere, costeggiando la ferrovia sono arrivato fino alla manifattura di tabacco dove ho fumato una cicca che si era storta e sono ripartito. Arrivato al cimitero ebraico, in cui non sono mai riuscito ad entrare perchè è necessario prenotare, ho sbirciato attraverso la fessura che c’è tra un’anta del cancello e la colonna in pietra e ho visto alcune lapidi stagliarsi maestose nel rosso aceto del tramonto. Quando ho dei pensieri, non c’è niente da fare, devo camminare e i cartelli stradali, le scritte sui muri che ormai so a memoria e il dissesto dei marciapiedi mi sono d’aiuto per non perdere il filo. Sono entrato al supermercato dove ero solito rifugiarmi dopo che i capelli biondi e le mani rosa se ne erano andati perché speravo di ritrovarle fra quegli scaffali, fra i detersivi per capi delicati, in mezzo ai barattoli di marmellata di prugne o nei riflessi al neon del reparto ortofrutta. Nel ronzio elettrico del banco frigo ho scovato una confezione di cavoli multicolore: rosa, giallo, bianco e verde. Frattali mi sono detto quando ho osservato quelli verdi. Lo so perché me ne ha parlato Francesco mentre eravamo seduti al caffè della stazione prima che lui partisse l’ultima volta ma non mi ricordo però che cosa voglia dire. Oggi li ho mangiati seduto in cucina mentre fuori dalla finestra c’era la nebbia, c’erano i fari delle auto. Le confezioni degli orsetti di gelatina le ho buttate via perché ho letto che sono fatte con le ossa triturate dei maiali.

Bambini miei

Attraversando il ponte che dalla statale porta all’istituto industriale noto accovacciata lungo la riva del ruscello una donna che indossa un impermeabile color sabbia. Da una busta di plastica tira fuori pezzetti di pane che getta in pasto a topi, papere e pellicani. Gli animali dall’acqua le si fanno incontro mentre lei li chiama a sé dicendo cose che non capisco. Solo una volta che ho ripreso il cammino sento che quasi piangendo dice bambini, bambini miei. Non mi volto e la nostalgia per tutte le cose che non torneranno mi travolge.

Congedo #8

Enzo Condorelli, elettrauto, osservando le tende della finestra di fronte ripensò al completo che la madre aveva indossato il giorno della sua prima comunione. Era proprio la stessa tonalità di rosa che a dirla tutta un po’ stonava col verde delle ballerine. Poi saltò.

Da Milano a Napoli

Al novantaduesimo Giammarcone Sperlari ferroviere si ritrovò da solo davanti al portiere avversario. Calciò fortissimo e la palla finì dritta contro gli stinchi del portiere che urlò di gioia. L’arbitro fischiò la fine e noi fummo eliminati dal torneo. Nello spogliatoio nessuno ebbe il coraggio di parlare, Mirko Prealpi addirittura pianse in un angolo. L’unico a non apparire turbato fu proprio Giammarcone. Mentre lo osservavo ciabattare a testa alta verso la doccia ripensai a quanto era solito ripeterci ogni volta durante gli allenamenti e capii che per lui il torneo non aveva la stessa importanza che aveva per noialtri. Faccio da Milano a Napoli tutte le settimane. Ho almeno un’amica per stazione e se qualche volta ho voglia di dormire mi tocca mentire sulle tratte. Uno stress assurdo. Quasi tutte sono sposate o fidanzate, sia chiaro. Che stronzo però Giammarcone, io quel goal lo avrei fatto a occhi chiusi se solo mi fossi trovato al suo posto e non in panchina.

Burdèl

El burdèl l’è strano disse il nonno a mia madre. Io lo ascoltavo di nascosto attraverso la porta della rimessa. Quel pomeriggio mi aveva trovato a giocare dietro al castagno grande mentre in cielo dietro le nuvole la luce era arancione e viola. L’è strano, parla da solo. Dal buco della serratura vidi che fischiettava mentre con un uncino tagliava in due la pancia del maiale. La mamma seduta in un angolo rimase in silenzio.

Strage

Ho accompagnato il tramonto camminando lungo la ferrovia. A confortarmi l’erba fra le traversine e il rumore della ghiaia sotto ai miei passi. Mi è parso di notare il salto di una cavalletta mentre seguivo la scia di un aereo e per un attimo mi sono fermato. Ritornando verso casa, colto da una nostalgia, ho incrociato lo sguardo di un uomo canuto che fuori da un bar dava fuoco con l’accendino a una colonna di formiche dirette verso il blu elettrico dell’insegna. Se non stai attento te le ritrovi anche dentro al cervello ha detto rivolto alla mia ombra mentre io già non lo guardavo.

Ananas

Ho conosciuto Sabrina su una chat per single a cui mi sono iscritto l’anno scorso dopo che mia moglie è partita per il Congo Belga con Gennaro o’ Strunzo, poeta. Sul tavolo prima di andarsene mi ha lasciato un biglietto con su scritto muori presto per favore. Io comunque mi sono rifatto una vita: ho comprato delle mensole in abete selvaggio e le ho installate nel salottino buono, ho tinteggiato le pareti di fucsia speranza e per finire mi sono sottoposto a un intervento di lipoaspirazione al culo. Con Sabrina abbiamo tante cose in comune. Ci piacciono gli stessi cibi ad esempio: i tortellini, le noccioline, i gabbiani fritti e la pizza con la cotoletta. Ci piacciono i cani e i cincillà e i sandali di cuoio e amiamo entrambi andare al mare d’estate. In pratica saremmo anime gemelle ma ieri al nostro primo appuntamento qualcosa è andato storto. Appena ci siamo incontrati sotto il chiosco del pescivendolo io mi sono presentato e lei senza una parola si è voltata ed è corsa via. Non capisco davvero cosa sia successo, mi ero perfino vestito da ananas per dimostrarle che è vero che sono un tipo divertente e scherzoso come le avevo scritto. Vai un po’ a capirle le donne.

Aquilone

Sono geometra in comune, c’ho il mutuo e la domenica per passare il tempo lavo la macchina. L’ho presa a rate e a dire il vero non è una macchina ma un furgone rosso. Ci carico le ragazze che conosco di notte quando non ce la faccio a dormire e vado in giro coi fari spenti. Lì dentro le strangolo poi arrivato a casa le butto in fondo al pozzo che ho scavato nel seminterrato. Mi chiedo quante ce ne possano entrare prima che debba scavarne un altro. Amo gli animali, ho tre gatti si chiamano Uno, Due e Tre. Prima erano quattro ma Stella è morta questo inverno. La sera tornando a casa dal lavoro mi fermo in un punto lungo il fiume da cui riesco a vedere i pesci rossi che nuotano. Mi piace guardarli e penso che sarebbe bello se anch’io fossi un pesce o magari un aquilone senza filo perso dentro al cielo.

 

L’istrice

Quelle bestie del diavolo mangiano anche le serpi, hanno mangiato pure i gatti della Nerina. Così disse lo zio Roando mentre preparava la trappola per l’istrice in mezzo all’erba al confine tra il campo di patate e il castagneto. Era l’ottantanove e in Romagna già da metà settembre tutti i camini erano accesi, l’odore del fumo mi avvolgeva al tramonto quando i brividi mi scuotevano nei miei nascondigli. Quando lo zio catturò l’istrice la uccise. Gli ho ficcato un ferro nel cervello disse la sera a cena mentre il nonno e gli altri zii grugnivano avvinazzati. Lo zio Gandolfo appese l’istrice a un gancio della veranda in legno sotto cui venivano consumati i pasti dei giorni di festa, lì sotto si celebravano la madonna, alcuni santi e i morti di famiglia. In tavola in quelle occasioni venivano servite carni bollite a lungo, pietanze piene di oli e condimenti. Le donne passavano anche due giorni di fila a cucinare senza mai dire una parola. La veranda da un lato si appoggiava al fianco del castagno cavo dentro cui, prima che io nascessi, gli zii e il nonno avevano rinchiuso un’aquila che avevano trovato ferita ad un’ala. La tennero nella cavità dell’albero richiusa con una rete metallica dandole da mangiare rane e insetti. Una mattina la ritrovarono morta e la buttarono nella porcilaia, in pasto ai maiali. Loro mangiano tutto sai, non si fanno tanti problemi. Una volta da queste parti è scomparso un bambino più o meno della tua età mi disse lo zio Valdo. Nella Fonda precisò il nonno. Dopo una settimana trovarono una delle sue scarpe accanto a un porcile. Fu l’unica cosa che ritrovarono insieme ai denti. I denti non gli piacciono ai maiali, non se li mangiano aggiunse Valdo. Lo zio Roando in quel periodo era fidanzato con una donna che aveva conosciuto a Rimini, una straniera, dell’Ucraina che la mamma diceva che stava con lui solo per sposarsi ed essere mantenuta dato che lo zio aveva un buon lavoro, faceva il saldatore negli impianti petroliferi. Irina era bionda e io appena la vidi mi innamorai di lei. Aveva gli occhi sempre seri anche quando sorrideva e una volta mi regalò un paio di guanti rossi che però persi nel bosco un giorno che ero andato a caccia di cervi volanti. Si diceva che l’istrice dormisse nella legnaia e in certi cespugli del bosco, tra la malva e i roveti che costeggiavano la casa del Donno, una fattucchiera che dormiva insieme ai conigli e ai tacchini, almeno così diceva la mamma. Una sera sentii il nonno che parlava con il mugnaio e scoprii che non era vero che era stata l’istrice a mangiare i gatti della Nerina ma che il nonno li aveva messi dentro un sacco e li aveva buttati nel fosso nero. Scoprii anche che lo zio aveva deciso di eliminare l’istrice perché mangiava le castagne dal suo terreno. A natale quell’anno fece oltre un metro di neve al podere di Riofreddo, Irina aveva lasciato lo zio da qualche settimana e io pensai che fosse tornata nel suo Paese e che lì probabilmente c’era ancora più neve che da noi.