Archivio mensile:giugno 2015

Straordinari

Osservando le vetrine mi piacciono delle albicocche, un orologio da taschino e un abito rosso. Al birrificio faccio sempre gli straordinari tranne venerdì scorso che non li ho fatti e sono tornato a casa prima del solito. Aperta la porta ho scoperto che mia moglie non c’era e non aveva lasciato neanche un biglietto di addio. Ho osservato a lungo il mio letto a una piazza, il tappetino zebrato davanti allo specchio e infine ho ricordato che io non ho moglie. Continuerò a fare gli straordinari per non dover mai più vedere le luci screziate del tramonto creare onde dentro al silenzio della mia stanza.

Un rimprovero

L’ultima volta che sono stato a trovare mia madre abbiamo camminato al tramonto lungo il campo di patate in falsopiano. Siamo arrivati fino all’orto delle zucche che erano enormi e lungo il tragitto orgogliosa mi ha mostrato i progressi delle sue coltivazioni: pomodori, insalata, menta piperita. Accanto al muro dei serpenti ho visto nuove rose: gialle e rosse circondate dal ronzio delle api e dei tafani. Ci siamo fermati lì, accanto a una croce fatta con due rami di ciliegio legati con la stoffa. Era un cane così buono, lo amavo tanto dice abbassando lo sguardo con un tono che a me pare un rimprovero.

Cintura verde

Sono stanco e ho immaginato di essere Alain Delon nella prima notte di quiete. Steso sul divano nel caldo zanzara ho controllato la strada attraverso le tende ma non sono riuscito a capire i colori del cielo. Ieri il Lecce è andato in serie B. Tornando da Carpi alle tre del mattino ho ordinato un caffè nei pressi del niente e ho ripensato al pomeriggio d’infanzia in cui divenni cintura verde di judo. A casa i gatti e le ombre avevano fame.

La speranza di un dì più autentico

Ho visto la signora grassa uscire in strada dalla serra delle rose all’ora in cui la luce dai balconi tocca le ali della mosca appesa ai vetri maculati. Tra cocci di vetro piantati in cima al muro della scuola di musica ho intravisto una serpe nera. Cipressi, fantasmi di epoche e cose che sono state e non sono più, attese. Pomeriggi di aprile passati in mezzo alle siepi giocando con la polvere di ricordi inventati, la pelle ancora giovane, nessuna consapevolezza delle ossa e assenza totale di talento. Pestavo formicai e appuntavo bastoni coi denti per costruire frecce avvelenate di fantasia. L’insegnante di solfeggio aveva baffi dorati e sandali da antico romano, io ero un topo quando mi guardava perché ero brutto e stonato, lui invece era padre di due gemelli bellissimi. Il babbo mi disse un giorno che anche se non ero il più bravo, lui non lo sapeva che ero il peggiore, mi voleva bene lo stesso. Quel giorno mi regalò una scatola di latta con sopra stampato Topolino dentro cui riposi i dentini da latte e una calamita. A quell’epoca la domenica mattina mi piaceva truccare gli occhi di mia madre mentre in un angolo dalla radiolina frusciavano fuori parole che non capivo. Stamattina ho ricevuto una lettera da qualcuno il cui nome non so ricollegare a un volto: spero che questo tuo profondo cambiamento non ti provochi dolore per quello che non sei riuscito ad essere. Non siamo mai completamente quello che avremmo voluto essere… Spero invece che ti faccia vivere nella speranza di un dì più autentico.